domenica 26 dicembre 2010

L'Italia longobarda e bizantina. Città e campagna: la penisola divisa in due

Almeno nel primo periodo in cui i Longobardi cercarono di consolidare la loro presenza in Italia essi rimasero lontani dalle città, identificate come i luoghi privilegiati dalla popolazione degli sconfitti. Questa tendenza era favorita dall'organizzazione tribale dei Longobardi, che li aveva accompagnati nella loro ondata migratoria e che li caratterizzò anche nella fase dell'insediamento nei territori occupati. Difatti i clan familiari , denominati fare, guidati dal loro duca, si insediarono in preesistenti villaggi rurali o ne fondarono di nuovi (in cui spesso vi era la presenza del toponimo "Fara"). La separazione tra il mondo rurale controllato dagli invasori Longobardi, e quello cittadino in cui risiedevano le popolazione eredi del vecchio sistema romano impedì qualsiasi interazione tra i due gruppi.
Sul piano della geopolitica peninsulare le cose non andavano meglio. Tra i domini longobardi al Nord ( dal Friuli, al Piemonte per poi comprendere, Emilia, Toscana, Liguria e Corsica) e quelli meridionali del ducato di Benevento e di Spoleto si frapponevano i territori controllati dai bizantini insediati a Ravenna- sede del governatore o esarca - , sul litorale veneto e istriano e nelle cinque città della costa adriatica (Pentapoli): Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia ed Ancona. Un territorio collegato alla Roma dei Papi da un lungo corridoio che passava per Perugia. I Bizantini controllavano anche la Puglia , la Calabria e nel loro complesso rappresentavano per le popolazione indigene un forte punto di riferimento della civiltà romana.
giovedì 16 dicembre 2010

Le Vestali


Le origini delle sacerdotesse consacrate alla Dea romana Vesta è incerta: secondo alcuni esse preesistevano alla fondazione di Roma; per altri furono istituite da Numa Pompilio. Appartenevano al complesso dei pontifici (collegium pontificum), incaricati della gestione del culto pubblico. Non si sa nemmeno se all'inizio fossero in numero di due o di quattro; sicuramente furono sei durante l'epoca storica, e infine dieci. Erano selezionate per sorteggio dal pontefice massimo , che esercitava su di loro la patria potestà tra le fanciulle nobili dai sei ai dieci anni. Restavano al servizio di Vesta per trent'anni, dieci come novizie, dieci come addette al culto , e gli ultimi dieci anni come istruttrici delle novizie. Durante tutta la durata del sacerdozio dovevano rispettare varie prescrizioni rituali e dovevano rimanere vergini. In quest'ultimo caso chi trasgrediva veniva sepolta viva. Al termine del trentennio tornavano a vivere normalmente e si potevano anche sposare
Abitavano assieme in un edificio ( Atrium Vestae; la casa delle Vestali), nel Foro adiacente al tempio della Dea. Il loro compito principale era mantenere acceso il sacro fuoco di Vesta; nel caso lo spegnessero venivano fustigate a sangue dal pontefice massimo in persone. Le Vestali inoltre procedevano in maggio alla prima mietitura rituale del farro in un campo sacro e preparavano la mola salsa, una farina di farro mista a sale , usata per coprire il capo delle vittime sacrificali ( da cui il termine "immolare").
Le Vestali riproducevano ritualmente la funzione della matrone e per questo a Roma riscuotevano i massimi onori pubblici.
Il collegio e il culto di Vesta sopravvissero fino all'imperatore Teodosio.
giovedì 9 dicembre 2010

Santa Maria del Naranco


Posizionato a tre Km da Oviedo, fu edificato nel IX secolo come palazzo non sacro dal re delle Asturie Ramiro, e fu trasformato in Chiesa nell'XI secolo quando venne dedicato alla Madonna. Strutturato su due piani si distingue per la perfezione della struttura muraria e delle sculture decorative.
In ogni piano troviamo un ambiente centrale cui si affiancano due vani laterali, sopra i quali si colloca una volta a botte in tufo. Nelle logge dei lati brevi sono presenti archi con ritmo ternario con al di sopra trifore; la sala centrale è scandita da arcate cieche ; le pareti sono animate cromaticamente dalla decorazione a spirale dei fusti delle colonne; i capitelli corinzi presentano rilievi antropomorfi e zoomorfi con fasce cordonate che ne delimitano i campi.
sabato 27 novembre 2010

Brenno: nome proprio gallico o titolo di comando?


Vi sono due interpretazioni principali relativamente al significato che i Galli davano alla parola Brenno: secondo alcuni studiosi Brenno indicherebbe un nome proprio di persona, secondo altri era una parola che nella lingua celtica designava il re o il comandante militare della tribù.
Tra i personaggi denominati in questo modo spicca un condottiero dei Galli Senoni stanziati nel IV secolo a.C tra il Rubicone e il Metauro.
La tradizione narra che Brenno, istigato da Arunte di Chiusi, conquistò in sei anni tutte le terre tra Ravenna e il Piceno; lo stesso Arunte lo indusse a coingere d'assediò Chiusi, che a sua volta chiese aiuto a Roma. Il senato vi inviò tre Fabii in qualità di ambasciatori, i quali però soccorsero i chiusini nella difesa della città. Brenno irritato per questo comportamento si scontrò con i Romani vincendoli fiume Allia (390); quindi penetrò a Roma dove trovò solo 80 senatori posti sulle loro sedie d'avorio, che vennero uccisi. Dopo aver incendiato le case mosse contro il Campidoglio dove erano asserragliati i resistenti. Brenno scovò una via sconosciuta che lo condusse fin quasi alla rocca capitolina; ma il Campidoglio fu salvato dallo starnazzare delle oche e dal coraggio del console Marco Manlio che respinse i Galli e che in onore di questa impresa fu appunto soprannominato Capitolino. I Romani però furono costretti a venire a patti e a pagare mille libbre d'oro ai vincitori; ma l'oro probabilmente venne pesato con bilance truccate e ciò scatenò le proteste dei Romani: fu in questa occasione che in risposta Brenno avrebbe pronunciato il celebre detto Vae victis, «guai ai vinti». In quel frangente sopraggiunse Marco Furio Camillo, alla testa di un forte esercito che aveva sconfitto i Galli rimasti alle porte di Roma, e sconfisse Brenno , costringendolo a ritirarsi.
Un altro Brenno guidò un invasione di Galli (i galati degli scrittori greci) nella penisola balcanica e in Asia Minore. Stando al racconto di Pausania, si trattava di Galli stanziatisi sotto Sigoveso aveva in Germania e nella Pannonia: una loro prima spedizione venne guidata da Cambaule, cui seguì una seconda al comando di Belgio, una terza al comando di Brenno, e una quarta sotto il comando di Ceretrio. . L'inizio dell'invasione in Grecia andrebbe datata attorno all'anno 281-280 a. C. e i Galli l'avrebbero affrontata forti di un esercito di 150.000 uomini con 15.000 cavalli.
Brenno invase la Grecia centrale nel 279-78 a. C. dirigendosi verso il tempio di Apollo a Delfi per farvi ricco bottino ma venne sconfitto dall' esercito greco, aiutato da una fortissima bufera, suscitata secondo la leggenda dallo stesso Apollo. Nell'occasione Brenno si uccise e la maggior parte superstiti soccombettero nella ritirata.
mercoledì 24 novembre 2010

Cimabue ( Cenni di Pepo)



Cenni di Pepo , detto Cimabue,(Firenze 1240 circa. - Pisa, dopo il 1302) era pittore assai noto ai contemporanei tanto da essere citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia. Al giorno d'oggi invece delle sue opere e della sua stesa biografia si hanno pochissime notizie certe; la stessa cronologia della sua vita è oggetto di vivaci discussioni fra gli storici dell’arte.
Cimabue nasce nella prima metà del XIII secolo e si forma artisticamente nell'ambiente fiorentino. Il Crocifisso eseguito tra il 1265 e il 1270 per la chiesa di San Domenico ad Arezzo è la prima testimonianza della sua attività pittorica. Nel 1272 viene documentata la sua presenza a Roma, dove probabilmente eseguì dei lavori oggi andati perduti.
Pochi anni dopo rientra a Firenze per eseguire la Croce per la chiesa di Santa Croce a Firenze, oggi conservata nel vicino Museo dell’Opera.
Cimabue raggiunge una grande fama e fioccano le commissioni: si reca prima a Pisa, dove esegue per la chiesa di San Francesco una tavola della Maestà oggi conservata al Museo del Louvre a Parigi, e poi a Bologna con la Vergine in trono nella chiesa di Santa Maria dei Servi.
Il capolavoro di Cimabue sono gli affreschi eseguiti all'incirca nel 1280 ad Assisi nella basilica superiore di San Francesco. Allo stesso periodo risale la Maestà destinata alla Chiesa di Santa Trinita e oggi visitabile al Museo degli Uffizi.
L'ultime notizie documentate sull'attività di Cimabue sono del 1301-1301 a Pisa al realizzazione della figura a mosaico di San Giovanni per l'abside del Duomo.
martedì 9 novembre 2010

Veio

Veio fu un antica città etrusca situata sulle rive del Cremera. Sorgeva su un'alta rupe presso l'odierna Isola Farnese a 16 km a nord di Roma.
Sviluppatasi tra il secolo VI e il V a. C, fu una delle città più potenti della Dodececapoli. Il suo dominio si estendeva su un ampio territorio, abitato fin dall'età del bronzo ,comprendente il monte Vaticano e che giungeva fino al Tevere. A causa della prossimità geografica venne in urto con Roma. Nè conseguì un'accanita lotta che vide i Veienti sconfitti dopo 10 anni di assedio, dal dittatore Marco Furio Camillo (396 a. C.). La popolazione fu ridotta in schiavitù e venduta. Il territorio fu suddiviso in quattro tribù rustiche e acquisito dallo stato romano.

La città sin dal V secolo A.C risultava dotata di fortificazioni con numerose porte, senza traccia di una topografia interna regolare. L'edificio più riconoscibile è il santuario , detto di Portonaccio, , distrutto in età romana , e avente pianta rettangolare con fosse dei sacrifici, una grande piscina e pozzi rituali. Nel sito sono state ritrovare numerose statue in terracotta dipinta(tra cui l'Apollo detto appunto di Veio, Eracle in lotta con la cerva, Ermete e testa di Turms), ora conservate nel museo nazionale di Villa Giulia.
martedì 2 novembre 2010

I Galli di Brenno assediano Roma.Verità storica e leggende delle incursioni nel IV secolo A.c.

Negli stessi anni in cui i Romani conquistavano Veio, i Galli si inoltravano nell’Etruria conquistando Melpum (l’odierna Melzo). Nel 390 alcune migliaia di Galli guidati da Brenno ( ma è dubbio se si tratti di un nome proprio o del titolo con cui i Galli designavano il loro comandante) si presentarono davanti a Chiusi reclamando terre. I Chiusini chiesero aiuto ai Romani che mandarono un ambasceria, la quale però si lasciò coinvolgere nella controversia. I Galli forse per la difficoltà di concludere con successo l’assedio, e offesi per l’intervento romano imboccarono la valle del Tevere e si diressero verso l’Urbe. Qui incontrarono l’esercito giunto precipitosamente loro incontro e lo sbaragliarono al fiume Allia in una delle sconfitte rimaste maggiormente impresse nella memoria romana tanto che il 18 luglio, giorno in cui si svolse quella battaglia , venne segnato sul calendario come dies religiosus, ovverosia giorno in cui non si doveva tentare alcuna impresa a causa della sperimentata ostilità divina.
I romani sorpresi dall’irruenza gallica ritennero di non riuscire a riorganizzare in tempo un esercito per difendere la città e optarono per asserragliarsi nella rocca Capitolina. Inviarono donne e bambini nelle città vicine, sopratutto Caere, dove si rifugiarono anche le Vestali con gli arredi sacri della città. I Galli trovando la città deserta la saccheggiarono mettendola a ferro e fuoco; il successivo assalto alla rocca fallì anche grazie agli atti di coraggio di Marco Manlio, poi soprannominato Capitolino. L’assedio venne tolto solo una volta che i Galli ottennero il riscatto in oro che avevano chiesto.
I Romani produssero racconti leggendari in serie sull’avvenimento con lo scopo di attenuare le conseguenze del rovescio. Il racconto dei senatori, seduti sui loro scranni con indosso le loro toghe, che incutono il rispetto degli assalitori che operano il massacro quando uno di essi reagisce colpendo con un bastone il guerriero che gli ha toccato la barba non ha riscontri storici e testimonia più che altro il prestigio che riscuoteva il Senato nel momento in cui il racconto venne elaborato. Il famoso episodio delle oche che starnazzano per avvertire gli abitanti che i Galli stanno cercando di scalare la rocca da un punto meno presidiato va interpretato tenendo conto che le oche erano gli animali sacri a Giunone, dea che già durante l’assedio di Veio aveva manifestato il suo favore verso i Romani e che anche ora secondo la popolazione aveva concesso loro la sua protezione.
L’episodio di Brenno che getta la sua spada sul piatto della bilancia mentre vi pesa l’oro del riscatto e formula la frase “Vae victis” ( Guai ai vinti) deve ritenersi un pretesto per poi inserirvi l’episodio assolutamente inventato dell’intervento di Furio Camillo che interviene a guidare i concittadini alla cacciata degli invasori. Storicamente attendibile è invece l’episodio del trasferimento a Caere delle Vestali e degli arredi sacri da parte di un Lucio Albino, ulteriore conferma dell’importanza che si attribuiva all’aspetto religioso per la sopravvivenza di una città; se Roma poté riprendersi dal rovescio con i Galli lo si deve anche al fatto di aver potuto salvaguardare con gli arredi sacri le sue fondamenta religiose e ciò dava a tutti i romani maggiore fiducia nell’avvenire e slancio nell’azione. Ugualmente certo è il riscatto in oro ottenuto dai Galli, che a causa della loro indole nomade richiedevano oggetti preziosi trasportabili. E in ragione del lungo assedio, una volta ottenuto ciò che desideravano preferirono trasferirsi verso il Meridione alla ricerca di nuove terre da razziare. Qui sembra che dopo un primo scontro con gli Iapigi, avrebbero subito sulla via del ritorno un imboscata da parte dei Ceriti. Da nord non si registrarono in quel tempo altre incursioni anche perchè i Galli dovevano fronteggiare l’aggressività dei Veneti e di altre tribù della zona alpina.
La successiva invasione dei Galli si ebbe nel 360 A.C: dopo essersi impadroniti di Felsinia, da loro ribattezzata Bononia si diressero verso i colli Albani ma non tentarono l’assedio a Roma che nel frattempo aveva notevolmente rafforzate le sue mura. Altre bande di Galli si spinsero nel Lazio nel 345 e nel 331: con loro Roma venne a patti. Successivamente gruppi di galli si spinsero verso Sud dove operarono come soldati mercenari delle varie città della Magna Grecia.
lunedì 1 novembre 2010

INDICE: Gli Etruschi

Cere ( o Caere)
Veio
martedì 12 ottobre 2010

La chiesa di San Pedro della Nave: apogeo dell'arte visigota


Databile attorno al 680 d.c., la chiesa monastica di San Pedro della Nave si trova nei pressi di Zamora nel nord ovest della Spagna e rappresenta uno delle testimonianze più riuscite di arte visigota . Benchè di piccole dimensioni, è di estremo interesse nella sua strutturazione sia nei muri che nelle volte, sia per i capitelli di pietra finemente lavorati.
L'edifico, di pianta cruciforme, si suddivide in tre navate tramite pilastri che sostengono la copertura della volta a crociera , delimitata da quattro colonne che, sui modelli architettonici antichi,non fanno parte della struttura muraria ma vengono applicate al muro. Sopra di esse troviamo i capitelli scolpiti con una abaco molto alto. In due di questi spiccano le scene di Daniele nella fossa dei leoni e del Sacrificio di Isacco, in uno spazio delimitato da foglie che rivestono lo spigolo. Arretrando il piatto piano di fondo, lo scultore ha realizzato le figure in superficie con un intaglio leggero che non sacrifica la ricerca della rotondità dei volti.
sabato 2 ottobre 2010

Marco Furio Camillo, dux fatalis

Marco Furio Camillo (fine del V sec. a.C. - 365 a.C.) generale romano, esponente di un’importante famiglia patrizia, fu per ben sei volte tribuno militare con potestà consolare, per cinque volte dittatore e una volta censore, ottenendo in quattro occasioni le celebrazioni trionfali.
Si segnalò nel 396 A.C, quando da dittatore conquistò Veio già assediata da dieci anni incrementando notevolmente il dominio territoriale di Roma. Dopo aver concluso la pace con i Falisci, subì una condanna che lo costrinse all’esilio ad Ardea (391). E’ poco verosimile la tradizione secondo cui Camillo sarebbe ritornato in patria nel 390 in occasione dell’assedio dei Galli ,e dopo aver posto fine alle trattative di riscatto con la famosa frase “Non con l'oro ma con il ferro si salva la patria”, avrebbe sconfitto gli invasori . Grande personalità, fu soprannominato Secondo Fondatore di Roma.
In virtù delle sue imprese la leggenda lo qualificò come dux fatalis, un condottiero sostenuto dalla Fortuna benevola degli dei derivante dalla pietas manifestata in episodi come quello in cui si oppone alla decisione dei tribuni della plebe di non ricostruire la città dopo il saccheggio dei Galli. Camillo nell’occasione sostiene che quando i Romani hanno seguito le indicazioni divine gli eventi si sono rivelati favorevoli alla Città. Da qui il dovere di assecondare la buona disposizione divina riedificando l’Urbe, i cui lavori personalmente diresse.
Un’altra virtù di Camillo fu la lealtà: durante l’assedio della capitale dei Falici, Faleri, riconsegnò al nemico il maestro che con i tradimento aveva consegnato i figli dei cittadini più in vista della città “Anche la guerra come la pace ha le sue leggi: noi abbiamo appreso a conservarle con giustizia non inferiore alla forza”. Tuttavia la storiografia non manca di riportare alcune qualità negative, come le tendenza ad accentrare il potere e la gloria che gli attirarono le antipatie che sarebbero all’origine dell’esilio.
Infine va ricordata la conduzione nel 389 a.C., delle guerre contro gli Equi, gli Ernici e i Volsci; Incrementò gli effettivi dell’esercito, introdusse lo stipendio per i nullatenenti, e costruì solide fortificazioni attorno al Campidoglio
lunedì 26 luglio 2010

Il Gran Consiglio del fascismo, perno del progetto totalitario di Stato fascista

Il Gran Consiglio del fascismo fu l'organo attraverso cui il regime cercò di dare un'originale risposta alle aspirazioni totalitarie di Mussolini. Originariamente creato come organo supremo di deliberazione politica del Partito fascista, il Gran Consiglio venne elevato al rango di organo costituzionale con la legge 2693 del 9 dicembre 1928. In questo modo il Gran Consiglio diveniva l'elemento di raccordo tra Stato e partito fascista.
Il dettato della 2693/28 qualificava il Gran Consiglio come l'organo supremo, preposto a coordinare e integrare tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell'ottobre 1922, gli attribuiva funzioni deliberative e ne rendeva obbligatoria la consultazione su tutte le materie aventi caratteri costituzionale (la successione al trono, le attribuzioni e le prerogative della corona; composizione e funzionamento del gran consiglio, del senato del regno e della camera dei deputati; le attribuzioni e le prerogative del capo del governo, primo ministro segretario di stato; la facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche; l'ordinamento sindacale e corporativo; i rapporti tra lo stato e la santa sede; i trattati internazionali, che importino variazione al territorio dello stato e delle colonie, ovvero rinuncia all'acquisto di territori.)
Alcune materie su cui il Gran Consiglio esprimeva un parere, come quella sui più importanti trattati internazionali , erano tradizionalmente oggetto di conflitto tra re e il governo. Su altre invece veniva ammessa l'ingerenza nelle prerogative sinora esclusive della Corona: stabilire una competenza, sia pure consultiva, sulle attribuzioni della Corona e del capo del governo, nonché sulla composizione del Gran Consiglio, del Senato e della Camera equivaleva a conferire al Gran Consiglio il ruolo di interprete dello Statuto in conformità con la costituzione materiale fascista.
Inoltre, per assicurare la continuità del regime, il Gran Consiglio doveva compilare e tenere aggiornata una "lista di nomi da presentare alla Corona in caso di vacanza, per la nomina del capo del governo"
Il Gran Consiglio esercitò in modo assai penetrante per l'organizzazione delle istituzioni statali tali funzioni. Basti ricordare che una delle materie in cui esso aveva un ruolo consultivo ( la composizione e il funzionamento della Camera dei deputati) fu utilizzata per la soppressione della Camera elettiva: Con deliberazione del 14 marzo 1938 il Gran Consiglio proponeva la sostituzione della Camera dei Deputati con la Camera dei fasci e delle Corporazioni. Il nuovo organo legislativo del Regno d'Italia, formato non più da deputati eletti ma da membri nominati di diritto in virtù dei ruoli ricoperti nel PNF e nel sistema corporativo, venne poi istituito con legge l'anno seguente.
In virtù della mancanza di un organo alternativo che potesse deliberare la sfiducia al governo ( la Camera dei fasci ne seguiva pedissequamente l'indirizzo politico) fu proprio durante la seduta del Gran Consiglio del 24 luglio 1943 che venne presentato l'ordine del giorno Grandi a cui fece seguito la rimozione di Mussolini da capo dell'esecutivo e il suo arresto.
mercoledì 9 giugno 2010

Cani a cavallo: i cinocefali Longobardi

Secondo quanto narratoci da Paolo Diacono nella sua "Historia longobardorum", gli antichi guerrieri longobardi durante i loro assalti a cavallo, indossavano delle maschere rituali a forma di testa di cane: i cinocefali. In questa modo spargevano il terrore tra i loro nemici alimentando la leggenda di poter schierare tra le loro fila questi mostri cinocefali.
domenica 16 maggio 2010

La lamina di Agilulfo



La Lamina di Agilulfo è un opera prodotta da orafi longobardi del VII secolo attualmente conservata nel Museo nazionale del Bargello a Firenze.
La scena mostra il re Agilulfo che siede in trono come un imperatore romano in una scena di trionfo; ai lati troviamo le vittorie alate ed il suo seguito.
Il sovrano longobardo dalla lunga barba è in una posa rigida e frontale, mentre benedice con la mano destra e stringe la spada con la sinistra. Ad assisterlo due guerrieri, con indosso armature sul modello germanico con scudi borchiati; sul capo elmi conici con pennacchio .
Le vittorie aprono il corteo dei vinti che si prostrano supplici con le mani protese per rendono omaggio ad Agilulfo; dietro di loro si vedono due scudieri che portano le corone dei vinti, a riconoscimento dell'acquisita autorità del trionfatore.
L'opera pur caratterizzata da rozzezza nelle forme, evidenzia però un senso plastico e la ricerca di un modellato tondeggiante da parte degli artisti . Pregevole anche la descrizione dettagliata dei costumi dei personaggi raffigurati
sabato 1 maggio 2010

Gli Equi

Gli Equi erano una popolazione italica che abitava fra il lago Fucino e Rieti, nelle valli dell'Aniene e dell'Imelle a contatto con Marsi Ernici e Sabini e, per un certo periodo, con i volsci.
Non possediamo iscrizioni che consentano uno studio della loro lingua è ciò rende difficile capire a quale stirpe italica appartenessero. Si è associata la forma latina del loro nome, Aequi, con alcuni nomi di località dell'Irpinia (Aecae, Aequum Tuticum ed Aeclanum) e da qui si è pensato una loro affinità con i Sanniti. Ma è anche possibile che la loro denominazione facesse riferimento ai rapporti di uguaglianza reciproca tra i loro vari gruppi. Con Aequicoli erano designati gli Equi insediati nella valle dell'Imelle.
Durante il V secolo A.C, gli Equi furono alleati dei Volsci in conflitti quasi continui con Roma ; tra questi vanno rammentati quello del 458 a. C. (sulla cui storicità molti studiosi hanno dubbi) e quella del 431 in cui i Romani conquistarono il monte l'Algido (sui colli Albani, dominante la valle del Sacco) spezzando così le relazioni con i Volsci.
Grazie alle necropoli possiamo farci un idea della loro complessa organizzazione sociale: a Corvaro di Borgorose (Rieti) è stato rinvenuto un grande tumulo sepolcrale di 50 m di diametro con circa 70 sepolture e risalenti al periodo trail VI-V sec. a. C. e l'età tardo repubblicana. Dai loro corredi appaiono chiari i contatti che gli Equi intrattenevano con i Sabini e le popolazioni dell'area picena
per ciò che concerne i rapporti con Roma essi risalirebbero al VI secolo e Tarquinio il Superbo avrebbe stipulato un trattato con gli Equi. Nella guerra del 458 ci sarebbe stato l'episodio di Cincinnato che, dopo aver liberato il console Minucio circondato dagli Equi nel suo campo, costrinse questi ultimi a passare sotto il giogo. Nel 443 gli Equi posero sotto assedio Ardea, ma furono vinti dal console M. Geganio. quindi si accamparono sull'Algido da cui partivano per le loro scorrerie nel Lazio spingendosi fino al territorio di Tuscolo e della stessa Roma; ma nel 431 guidati da Vettio Messio subirono una dura sconfitta sull'Algido da parte dittatore Aulo Postumio Tuberto . Nonostante quanto riportato dalla tradizione dei vincitori romani i continui scontri avvenuti sull'Algido sono indice di un'alternanza di successi e fanno capire quanto la situazione sia stata a lungo equilibrata e quanto gli Equi siano stati pericolosi per i romani per tutto il V secolo a.C. Nel 389 gli Equi si scontrarono nuovamente contro Roma ma vennero sconfitti da Furio Camillo presso Bola. L'anno seguente si fa riferimento a una nuova spedizione contro gli Equi che probabilmente è una reduplicazione della guerra precedente. Da quel momento gli Equi non verranno più menzionati nella tradizione romana fino al termine della seconda guerra sannitica, quando nel 304 vennero sconfitti e soggiogati definitivamente dal console P. Sempronio Sofo. Nel loro territorio vennero create due colonie militari a Carseoli e ad Alba Fucens: agli Equi fu concessa la civitas sine suffragio, e tra essi venne creata la tribù Aniensis. Anche gli Aequicoli (o Aequicolani) ottennero la civitas sine suffragio, vendendo raggrupati nella tribù Claudia
venerdì 30 aprile 2010

La battaglia del monte Algido ( 431 a.C.) Aulo Postumio Tuberto

L'Algidus, il Monte Algido, bastione montuoso dei Colli Albani tra l'agro tuscolano e il Veliterno era una formidabile postazione usata dagli Euqui - Aeternii hostes- per minacciare le pianure circostanti. Qui Aulo Postumio Tuberto , eletto dittatore, ottenne una decisiva vittoria per i Romani contro una coalizione di Equi e Volsci. E' il 18 giugno del 431 a.C. La conquista dell'Algido consente a Roma di sventare la minaccia degli Equi.
Durante quella battaglia Postumio Tuberto farà giustiziare suo figlio per non aver obbedito agli ordini.
mercoledì 28 aprile 2010

Roma conquista Veio ( 396 a.C.).

La conquista di Veio ( 396 A.c) da parte di Furio Camillo, il dux fatalis nominato in quella circostanza dittatore dai romani, fu un avvenimento destinato ad avere conseguenze di grande portata per i periodi successivi. La altre città etrusche non intervenendo a favore della consorella avevano dato segno di debolezza nel loro legame federale. Segnali di un arretramento delle capacità espansionistiche etrusche si erano già avute con la conquista da partte dei sanniti di Capua (423) e Cuma (421)che aveva determinato la scomparsa della loro presenza in Campania. Anche a settentrione il potere degli etruschi si andava affievolendo a cause delle sempre più frequenti incursioni di tribù dei Galli che nel 390 penetrarono nel loro territorio giungendo fino a Roma. I romani invece con la conquista di Veio liberavano il fronte settentrionale da un’insidiosa minaccia e potevano così coltivare con più tranquillità la loro naturale propensione a espandersi verso sud
Veio, situata a una ventina di chilometri da Roma, sorgeva su uno sperone roccioso che gli forniva una difesa naturale dagli assalti. A ciò si aggiungevano le robuste mura che la proteggevano. Per questo motivo sorprende la sua capitolazione dopo appena un decennio di assedio, viste le scarse possibilità tecniche fornite all’arte militare del tempo. Qualcuno ha dubitato che la campagna di guerra contro Veio sia durata effettivamente dieci anni, vedendovi un collegamento leggendario con l’epopea troiana, ma il fatto che sia riportato sia da fonti romane che etrusche fa ritenere affidabile questo dato anche da un punto di vista storico.
Un episodio relativo alla caduta di Veio in apparenza leggendario potrebbe essersi anche effettivamente svolto. Veio sarebbe caduta quando un soldato romano avrebbe rubato le viscere di animali che i Veienti sacrificavano agli dei per ottenerne la protezione; per raggiungere l’obiettivo i Romani scavarono un cunicolo sotto le mura attraverso cui un soldato penetrò rubando le viscere scarificali; quando i Veienti si accorsero del furto si sentirono perduti. Tenendo conto dell’importanza che gli Etruschi attribuivano all’interpretazione delle viscere degli animali il fatto potrebbe essere anche autentico e dimostrerebbe che le guerre in antichità si risolvevano anche con questi stratagemmi, che a noi moderni possono apparire inverosimili, ma che appaiono credibili se ricollocati nella mentalità del tempo intrisa di riferimenti al magico. D’altronde i conquistatori consideravano gli dei di Veio aventi pari dignità rispetto ai propri e ponevano ogni cura nel garantire un adeguato culto nella propria comunità dove li trasferivano. Difatti Furio Camillo con una solenne invocazione ( evocatio) invitò la più importante divinità di Veio, Giunone Regina, a lasciarsi trasportare nella nuova località dove le sarebbero stati resi onori anche superiori a quanto gli venivano conferiti dai Veienti.
Abbiamo già detto come decisivo nelle sorti del conflitto sia stato il mancato aiuto portato a Veio dagli alleati della federazione sacrale etrusca, avente il suo centro a Volsinii, nel tempio di Veltha o Voltune ( in latino Voltumna), una divinità della vegetazione in onore del quale venivano svolti periodicamente giochi ginnici panetruschi. Va detto che una comune azione militare ci fu solo occasionalmente, mentre di regola le città etrusche anche in campo militare operavano ciascuna per conto proprio. Per l’occasione avvenne una riunione confederale nella quale si decise di abbandonare al suo destino Veio che d’altronde mantenendo il suo re lucumone costituiva un eccezione nel quadro delle città etrusche in cui già governavano le aristocrazie. A ciò si aggiunga la rivalità commerciale con alcune località, in primis Caere, che condivideva maggiori interessi con Roma, ed ecco spiegato l’isolamento in cui vennero a trovarsi i Veienti ad opera dei loro stessi alleati. Veio non fu completamente distrutta ma i suoi abitanti furono per la maggior parte passati a fil di spada o ridotti in schiavitù. Le fertili campagne circostanti vennero distribuite a coloni romani che vi crearono quattro nuove tribù in aggiunta alle 21 già esistenti ( di cui 20 risalenti a Servio Tullio). I Romani occuparono i territori dei piccoli centri che avevano dato una mano a Veio: Capena, Sutri e Nepet.. Nelle due ultime località vennero create due colonie latine per tacitare la preoccupazione degli alleati Latini di fronte al repentino espandersi di Roma che estendeva il suo controllo a nord dei monti Sabatini, a ridosso dei monti Cimini, in pieno territorio etrusco. Mentre i Romani trasformavano le loro guerre da esigenze di sopravvivenza a campagne di espansione e conquista, gli Etruschi per altro verso segnavano il passo.
lunedì 26 aprile 2010

Agilulfo


Agilulfo fu re dei Longobardi dal 591 fino alla morte nel 616 ( primo sovrano longobardo a morire di morte naturale) . Lontano parente del suo predecessore Autari, alla sua morte (590) ne sposò la vedova Teodolinda e nè continuò l'opera di consolidamento dello Stato. Per portare avanti tale obiettivo dovette lottare contro duchi ribelli ( in particolare contro Gaidulfo di Bergamo) e contro l'esarcato di Ravenna. A seguito della sostituzione dell'esarca riuscì a raggiungere con quest'ultimo una tregua nel 598, rinnovata di anno in anno a partire dal 603, anche perchè nel frattempo il suo regno era astato riconosciuto dall'imperatore di Oriente, Foca. Per eliminare la ribellione del duca del Friuli, Gisulfo II, si alleò con gli Avari e ne favorì la penetrazione in quella regione ( 610)
Di rilievo i suoi rapporti con il cattolicesimo: dopo aver posto assedio Roma, difesa da Papa Gregorio Magno, si ritirò in seguito a trattative e su consiglio della moglie ( anch'essa cattolica) concluse una pace con il Papa. Tuttavia non sembra che si sia mai convertito; ma acconsentì che il figlio Adaloardo venisse battezzato e tollerò la diffusione del cattolicesimo tra la popolazione longobarda.
sabato 24 aprile 2010

Cere ( o Caere)

Cere ( in latino Caere), fu una delle principali città etrusche; fondata attorno all'VIII secolo A.C si collocata sopra una collina a 45 km a nord di Roma e a circa 6 km dal Tirreno. I greci la chiamavano con il nome probabilmente fenicio, di Agylla. Ebbe un intenso sviluppo in virtù degli intensi scambi commerciali con la Grecia e l'Oriente tramite i porti di Alsio , Pirgi (presso Santa Severa) e Punico (Santa Marinella); Nonostante facesse parte della Dodecapoli etrusca, nel 353 stipulò un trattato con Roma in base al quale entrò nello Stato romano e ai suoi cittadini venne concessa la civitas sine suffragio ( cittadinanza senza diritti politici), e vennero iscritti in appositi registri denominati tabulae Caeritum. Nell'età imperiale Caere riacquisì una certa floridezza, grazie alla protezione di Augusto e di Traiano. A 7 Km dal vecchio insediamento di Caere si trova l'odierno abitato di Cerveteri

A Fidenae primi scontri tra Roma e Veio

La presenza dei Romani sui colli Albani e il controllo su entrambi i lati della via Latina ostacolavano i piani commerciali degli Etruschi, di Veio in particolare che dovette optare per l’utilizzo di una strada più ad Est che attraversava il Tevere a Fidenae. Da qui la strada proseguiva sulla valle del Trerus, quindi sulla valle del Liri per poi giungere in Campania. Fidenae era dunque un luogo cruciale per i commerci etrusco-campani. Da qui la lunga contesa per il suo controllo tra Veio e Roma conclusa a favore di quest’ultima nel 426 A.C con la contestuale uccisione del re di Veio, Larte Tolumnio da parte di A. Cornelio Crasso che ne consacrò le spoglie opime al tempio di Giove Feretrio. Con la conquista di Fidenae, resa possibile dalla precedente pacificazione del Lazio Centrale ( e culminata nella vittoria del Monte Algido), e la presenza sulla via latina Roma aveva il controllo dei traffici commerciali verso la Campania. A rendere più solida questa posizione un antico foedus con Lavinio che impediva colpi di mano dei Volsci da sud-ovest, nella Pianura Pontina. Roma aveva inoltre rafforzato la sua testa di ponte sul Tevere, verso l’area del Gianicolo, riuscendo però a mantenere buoni rapporti con Caere, l’altra fiorente città dell’Etruria meridionale. L’amicizia con Roma nasceva dalla rivalità commerciale di Caere con Veio.
Alla fine del V sec. Si erano crete le condizioni per il predominio di Roma sul Lazio, una preminenza che si stava affermando già in età regia ma che aveva avuto una battuta d’arresto in virtù dei contrasti sociali interni tra patrizi e plebei.
In questo periodo Roma riprende a svilupparsi anche sul piano economico: ciò è dimostrato dal fatto che i questori, incaricati già in età regia dell’amministrazione finanziaria e delle istruttorie giudiziarie, vennero portati da due a quattro nel 421 a.C, diventando anche i custodi del tesoro pubblico conservato nel tempio di Saturnio e ricavato dall’incasso delle multe calcolato probabilmente in proporzione al reddito di ognuno, e non più con lo stesso importo per tutti.
Proseguì anche lo sviluppo sociale: a testimoniarlo l’accesso alla carica di questore per i plebei nel 409 a.c e la loro aumentata presenza tra i tribuni militari. Questi ultimi vennero portati nel 405 A.C da quattro a sei a indicare un incremento delle fila dell’esercito e contestualmente un aumento della popolazione.
mercoledì 21 aprile 2010

Con la battaglia di Pavia ( 1525) si afferma il tercio spagnolo


La schiacciante vittoria riportata a Pavia il 25 febbraio 1525 dalle truppe imperiali di Carlo V su quelle di Francesco I di Francia segnò la decisiva battuta di arresto francese nel tentativo di acquisire il controllo dell'Italia Settentrionale. La sua importanza non fu solo politica ma rappresentò un importante passaggio nella strategia militare dal modo di combattere di stampo medievale a quello moderno. I numerosi nobili francesi catturati stavano a dimostrare il declino dei tradizionali uomini d'arme medievali. La fanteria di Carlo V aveva preso il sopravvento e i nuovi reparti equipaggiati con le armi da fuoco avevano avuto un ruolo determinante per le sorti della battaglia. I mercenari svizzeri del re di Francia avevano ceduto ai tercios spagnoli, formazioni miste di picchieri, archibugieri e di soldati armati di spada che si erano mostrati più equilibrate e più facili da manovrare. Il tercio, unità composta da circa 3000 uomini, rigorosamente soldati di professione e ottimamente addestrati, sarebbe divenuto la formazione modello nei campi di battaglia per i successivi decenni e avrebbe costituito la base di quella formidabile macchina da guerra che assicurò alla Spagna il predominio militare per quasi un secolo, almeno fino alla guerra dei trent'anni
lunedì 19 aprile 2010

L'elezione di Carlo V a imperatore comprata con i soldi delle banche

L'elemento decisivo nella corsa per il trono imperiale tra Carlo d'Asburgo e Francesco I di Francia fu il denaro con cui venne comprato il voto degli Elettori. Costoro pur mostrandosi sensibili alle rivendicazioni di Carlo I di Spagna approfittarono della concorrenza per far salire il prezzo. E in campo finanziario gli argomenti di Carlo si dimostrarono molto più convincenti di quelli del re di Francia. Il denaro poteva essere riscosso solo dai banchieri tedeschi schierati dalla parte di Carlo. Jacob Fugger, detto il Ricco, il più potente di loro, si oppose alle richieste di Francesco I che poteva così disporre solo dei denari provenienti dalla Francia. Per far giungere i soldi agli Elettori gli agenti francesi dovettero trasportarli lungo il Reno per eludere la sorveglianza posta sulle principali vie d'accesso dai soldati nemici. Da parte sua, Carlo trattò con solidi banchieri quali i Wielser di Augusta, i Gualterotti di Firenze, i Fornari e i Grimaldi di Genova che gli diedero un prestito di 300000 fiorini sotto forma di cambiali da versare presso Jacob Fugger che a sua volta aggiunse 500000 fiorini. Gli Elettori ricevettero le cambiali che erano titoli negoziabili dopo l'elezione.
Il 28 giugno 1519 il re di Spagna Carlo I venne eletto imperatore assumendo il nome di Carlo V. Ben presto venne il momento di coprire i vasti debiti ( circa 850000 fiorini) contratti per acquisire il titolo imperiale. Jacob Fugger, il principale dei suoi finanziatori, scriveva senza pudore all'imperatore : " è di dominio pubblico e chiaro come il sole che Vostra Maestà imperiale non avrebbe potuto,senza di me, ottenere la corona imperiale". Carlo V dovette firmare una fideiussione di 300000 fiorini sui tesori di Castiglia e d'Aragona, impegnandosi per il resto con una promessa verbale. Nel 1522 venne raggiunto un accordo a Bruxelles con cui Carlo cedeva il patrimonio degli Asburgo al fratello Ferdinando, promettendogli la corona dei Romani. In cambio Ferdinando cedette ai Fugger delle concessioni minerarie nel Tirolo a risarcimento delle somme dovute. Passeranno parecchi anni prima che il debito venga saldato integralmente.
sabato 17 aprile 2010

Pietro Cavallini


Pietro Cavallini ( 1273-1321) è stato un pittore romano attivo fra Duecento e Trecento. Benchè assai apprezzato dagli storiografici i documenti sulla sua vita sono frammentari. La prima opera in cui egli mostra appieno le sue capacità sono i mosaici dell’abside della chiesa di Santa Maria in Trastevere risalenti al 1290 circa, e commissionati da Bertoldo Stefaneschi. In essi troviamo il clima del gotico pregiottesco con influenze di Cimabue e Duccio da Boninsegna,anche se in lui vi è il difetto della mancanza di proporzioni nelle figure. In quegli stessi anni lavora agli affreschi di Santa Cecilia in Trastevere, la stessa chiesa per la quale contemporaneamente Arnolfo di Cambio realizzava il ciborio datato 1293. Dopo il trasferimento nel 1305 della corte papale ad Avignone per Cavallini si ebbe un periodo di minori commesse. Nel 1308 si trasferì alla corte di Roberto d'Angiò a Napoli per il quale decorò la chiesa di Santa Maria Donnaregina, la cappella di San Paolo in Duomo, la cappella Brancaccio nella chiesa di San Domenico maggiore. verso il 1320 Pietro Cavallini rientrò a Roma e su incarico di papa Giovanni XXII realizzò la sua ultima opera: una decorazione a mosaico della facciata di San Paolo fuori le Mura.
mercoledì 14 aprile 2010

I Romani sui Colli Albani. L'ascesa dei plebei con la lex Iulia e la lex Canuleia

A Roma , nella seconda metà del V secolo A.c emergeva un quadro sociale in cui era chiara l’ascesa dei plebei. La concessione di terre nell’Aventino ( 456 a.c) fatta con la lex Iulia, la codificazione scritta decemvirale del 451-450 A.c ( meglio nota come leggi delle Dodici tavole) sollecitata dai patrizi per sottrarsi all’arbitrio di leggi consuetudinarie applicate da magistrati patrizi che monopolizzavano le magistrature statali, infine la lex Canuleia che aboliva il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei codificato appena cinque anni prima dai patrizi in un estremo tentativo di rinchiudersi in casta separata devono essere considerate tutte espressioni di questa tendenza. A questo processo contribuì la soluzione di compromesso per l’ammissione dei plebei, sinora esclusi, alle magistrature supreme, con la sospensione periodica del consolato e il conferimento dei poteri agli annuali tribuni militari patrizi e plebei. Di conseguenza venne a esserci una maggiore disponibilità verso i problemi esterni tanto più che per un verso la pressione degli Etruschi si era allentata a causa della penetrazione delle marinerie greche davanti alle coste dell’Etruria, e contemporanea si era assistito a un diradarsi delle scorrerie dei Sabini dopo che alcuni loro avamposti si erano venuti insediando stabilmente tra il Tevere e l’Aniene, costituendo un ostacolo ai nuovi assalti dei loro connazionali che erano rimasti nelle zona più interna. Anzi con questi Roma istituì rapporti di collaborazione per ciò che concerne la transumanza delle greggi e il commercio del sale. Reso più sicuro il fronte settentrionale Roma potè volgere l’attenzione verso il Lazio meridionale dove i Volsci, insediatisi in centri come Anzio, Satirico, Ecetra, avevano anch’essi perduta la loro iniziale bellicosità.
I Romani erano ora presenti anche sui colli Albani, che erano oggetto delle continue pressioni dei Volsci. Nel 431 A.C un loro esercito guidato dal console A. Postumio Tuberto, accorse in aiuto dei Latini in virtù delle clausole del Foedus Cassianum e ottenne una importante vittoria nei confronti dei Volsci e degli Equi. Una parte della critica moderna ha cercato vanamente di dimostrare che Tuberto fosse un comandante latino abusivamente inserito dai Romani nelle loro fila per vanagloria personale. Dopo la battaglia sull’Algido anche gli Equi perdettero la loro antica aggressività . Nei territori ad essi sottratti i Romani fondarono delle piccole località in cui insediare coloni: Boia, Corbio, Vitella, Verrugo, Labici, Cervantum. In questo modo venne creata un testa di ponte sui colli Albani verso i territori confinate con Tuscolo e Preneste che consentì ai Romani il controllo del territorio su cui sarebbe sorta la futura via Latina, strada di congiunzione commerciale tra Etruria e Campania.
lunedì 12 aprile 2010

Gli Ernici

Gli Ernici ( lat. Hernici ) erano un'antica popolazione del Lazio, stanziata a sud est di Roma, tra il lago Fucino e il fiume Trerus ( odierno Sacco). Di probabile stirpe sabina , essi si erano riuniti in una federazione avente come principale città Anagnia (Anagni). Altre importanti città errano Aletrium e ferentinum. Durante il regno di Tarquinio il Superbo stipularono un patto di amicizia e di alleanza con i Romani; tuttavia quando il re venne spodestato decisero di prestargli aiuto nel suo fallito tentativo di rimpossessarsi del potere; Successivamente nel 487 A.C si ebbero alcune loro incursioni nel territorio romano; riuscirono a ottenere poco dopo una nuova alleanza in parità di diritti con i Romani. Ruppero di nuovo gli accordi nel 386 e nel 306, ma i Romani li sconfissero sciogliendo la loro federazione sciolta. Mentre le città di Ferentinum, Alatrium e Veroli ebbero lo status di municipia liberi, il resto del paese venne annesso al Lazio e affidato al controllo di prefetti. Nel III secolo a.C. si fusero con i Latini e ottennero la cittadinanza romana.
sabato 10 aprile 2010

Indice: Carlo V imperatore

L'albero genealogico di Carlo V
L'elezione di Carlo V a imperatore comprata con i soldi delle banche
Con la battaglia di Pavia ( 1525) si afferma il tercio spagnolo
giovedì 8 aprile 2010

L'alleanza tra Romani e Latini contro le incursioni di Equi e Volsci ( prima metà del V secolo a.C)

 cartina Roma V° secolo a.C.
Durante il V sec a.C., nonostante a Roma prendesse piede la lotta interna tra patrizi e plebei, con questi ultimi organizzatisi quasi come uno Stato dentro lo Stato con propri rappresentanti ( i tribuni), la città si mostro sempre presente nelle guerre di difesa contro l’assalto dei popoli appenninici, in particolare, Volsci, Equi, Sabini. Questa aggressioni bloccarono lo sviluppo dello Stato romano, tanto più che a settentrione premevano anche gli Etruschi di Veio, con i quali comincerà un conflitto secolare che avrà il suo epilogo solo nel 396 a.c con la distruzione della città etrusca.
Sin dall’inizio del V secolo a.C. la pressione dei Volsci era molto forte: essi scesero dall’alta valle del Liri, occuparono il territorio in cui risiedevano i Musoni fino a insediarsi nella Pianura Pontina dove si stabilirono a Terracina ( da loro denominata Anxur) in maniera permanente e in modo saltuario ad Anzio. Anche gli Equi mossero dall’Appennino centrale verso la valle del Trerus ( corrispondente all’odierna Sacco) e poi nella vallata tra i colli Albani e i Lepini per poi cercare di operare congiuntamente con i Volsci in direzione di Anzio. Questi interventi convergenti verso i colli Albani da est e da sud-est spiegano il motivo dell’alleanza stipulata tra città latine dopo la vittoria su Porsenna e che nel 493 venne sottoscritta anche da Roma con il Foedus Cassianum. Nel 486 anche gli Ernici, popolazione residente a est dell’attuale Ciociaria, sottoscrissero il patto.
Il Foedus Cassianum si configurava come una vera e propria alleanza militare: una clausola stabiliva che se uno dei contraenti veniva aggredito, gli alleati gli avrebbero dovuto prestare soccorso, suddividendo poi l’eventuale bottino di guerra. Era vietato poi farsi la guerra, chiamare nemici e farli transitare sul proprio territorio. Vi era anche una clausola concernente i rapporti commerciali che stabiliva che le eventuali controversie sui contratti privati avrebbero dovuto essere regolate entro il decimo giorno dalla loro stipulazione nel luogo nel quale esse erano state concluse.
La critica moderna per un certo periodo ha contestato l’autenticità del patto, che oggi non viene più messa in discussione soprattutto per ciò che concerne la parte militare , confermata dallo stato dei rapporti vigenti con Ernici e i Latini durante il V secolo, corrispondenti a quanto ci è stato tramandato . Il testo del patto risulta essere stato presente in Roma fino all’età repubblicana avanzata in una colonna bronzea posta nel Foro.
Sia Roma, indebolita dai contrasti tra patrizi e plebei, sia i Latini andarono incontro a difficoltà in questo periodo: nel 477 l’esercito romano, costituito quasi esclusivamente da membri della gens Fabia, subì un rovescio ad opera di Veio con l’agguato del fiume Cremera e nel 460 i Sabini guidati da Appio Erdonio occuparono la Rocca Capitolina che venne liberata grazie agli aiuti provenienti da Muscolo. A loro volta i Latini si trovarono più volte in difficoltà a causa delle incursioni degli Equi, che spintisi sui Colli Albani, giungevano sul Monte Algido per cercare di prendere alle spalle Muscolo e poi sfondare a nord dove , insieme ai Volsci ,premevano sino alle mura di Roma ( la leggenda di Coriolano che si oppone ai Volsci e si riferisce proprio a queste vicende).
La figura di Cincinnato che abbandona il suo lavoro dei campi e si rimette alla volontà dei senatori che gli conferiscono l’incarico di dittatore con il compito di difendere la sicurezza di Roma dalle invasioni degli Equi, da lui battuti sul monte Algido, testimonia al di là del valore storico del racconto, del quadro sociale contadino e del sentimento patriottico di cui era permeata l’Urbe in quel tempo.
L’alleanza militare intensificò le relazioni tra Romani e Latini. Ai Latini spettava presidiare il fronte meridionale poiché Roma doveva fronteggiare a nord gli Etruschi di Veio e a nord-est i Sabini. Il comando militare veniva esercitato a turno ed è appunto da questo periodo che a Roma il magister popoli, che nel periodo di maggiore pericolo riuniva nella sua persona i poteri ordinariamente gestiti dai due consoli, cominciò a chiamarsi con ilo titolo di dittatore nome abitualmente portato dai comandanti federati delle genti latine.
I Latini fondarono due colonie: una a Norba, sui monti Lepini: da qui potevano molestare i Volsci con rapide sortite sulla pianura Pontina ; l’altra a Signia, a nord degli stessi Lepini, con la quale miravano a controllare il sud della vallata che li separava da i colli Albani nella quale si infiltravano gli Equi per tenersi aperta la via verso Anzio. Alleato dei Latini, c'era il popolo degli Ernici nel contrasto agli Equi e Volsci. Altre città come Gora , sui Lepini, Praeneste, sopra la valle del Trerus, e Tivoli, alle falde dei monti Sabini, grazie alle loro alture fortificate furono in grado di portare avanti una politica autonoma. E infatti di esse non si fa cenno nella tradizione.
domenica 4 aprile 2010

I Feziali

I Feziali ( o feciali) erano un collegio sacerdotale dell'antica Roma che aveva il compito di vigilare sul rispetto dei trattati e del del diritto internazionale dell'Urbe.
I loro numero era di venti eletti per cooptazione, prima solo tra i patrizi e successivamente anche tra i plebei. Il collegio, era presieduto dal magister fetialum e creava e custodiva lo ius fetiale associabile al nostro diritto internazionale pubblico. Il loro compito era quello di valutare le situazioni in cui far aprire o cessare le guerre, eseguendo le relative formalità giuridiche e religiose; inoltre si occupavano della stipulazione dei trattati di alleanza e si pronunciavano sulle estradizioni sollecitate da Roma o richieste da governi stranieri.
Le loro ambascerie ( composta di due o quattro membri) guidate da un pater patratus populi romani, operante, cioè, in nome del popolo romano, provvedevano a effettuare la dichiarazione di guerra con il lancio di un giavellotto oltre il confine del nemico. Con il tempo questo rito divenne puramente simbolico e il lancio del giavellotto avveniva in un terreno appositamente allestito nel tempio della Dea Bellona, fuori dall'Urbe. Il collegio dopo essere stato soppresso da Augusto venne ripristinato da Claudio, ma svuotato dei suoi poteri e in tal modo sopravvisse fino al IV secolo d.C.
giovedì 1 aprile 2010

L'arte longobarda


Il termine "arte longobarda" ha acquisito negli ultimi tempi una connotazione storica più che etnica: con esso si indica il complesso delle opere artistiche realizzate durante il periodo di dominazione germanica in Italia, cioè da quando quel popolo germanico valicò le Alpi fino per creare un regno nell'Italia centro settentrionale fino al termine di quel dominio avvenuto con la conquista da parte di Carlo magno nel 774. Negli oggetti di produzione longobarda, per lo più le armi ed i gioielli ritrovati nelle loro tombe, posso no essere rintracciati i tratti caratteristici di tutta l’oreficeria barbarica dove il vivace cromatismo, ottenuto mediante l'uso di smalti e pietre preziose, è abbinato alla semplicità delle forme di tipo geometrico. Durante la dominazione longobarda la scultura si incentra sopratutto sull'arredo architettonico con motivi decorativi a rilievo; dai tratti assai più incerti invece risultano le produzioni figurative tozze e piatte. Tuttavia in questo periodo emergono opere di grande qualità come gli affreschi di Castelseprio ed il tempietto di Cividale, a testimonianza che il retaggio della cultura antica non è andato del tutto perduto.

Indice: i popoli italici

Gli Equi
Gli Ernici
I Volsci
L'espansione dei Celti e dei Galli in Italia e la loro influenza nel IV - III secolo a.C.
I Galli Boi e gli Insubri
I Galli Senoni e i Lingoni
I Falisci di Falerii
La storia dei Veneti, dalle origini all'integrazione con i Romani
domenica 21 marzo 2010

L'editto di Rotari, primo codice scritto di leggi dei Longobardi

Nel 643, a Pavia venne promulgato dal re Rotari (636-654) il primo codice di leggi scritte dei Longobardi: per la prima volta si affermava il il potere legiferante di un sovrano longobardo. Il codice venne scritto in lingua latina, retaggio della tradizione giuridica romana; tuttavia il contenuto era assolutamente estraneo al diritto romano trattandosi di norme tribali a cui erano state aggiunte nuove norme più recenti; ad esse rimanevano sottoposti solo i Longobardi, mentre tra i Romani rimaneva vigente il loro diritto. Il testo,a noi noto come "Editto di Rotari", è composto di 388 articoli di leggi. Rotari ammise di averlo messo insieme "con grande fatica e lunghissime veglie…, cercando e ricordando le antiche leggi dei nostri padri che non erano state scritte", ricorrendo spesso alla memoria degli anziani, custodi di norme che venivano trasmesse di generazione in generazione per via orale. Qualche decennio più tardi Il prologo dell'Editto venne integrato con l'antica storia della migrazione del popolo longobardo (Origo gentis langobardorum), un testo che, verrà utilizzato come fonte negli ultimi anni dell’VIII secolo da Paolo Diacono (720 ca.-799) per la sua Storia dei Longobardi (Historia langobardorum).
venerdì 19 marzo 2010

Dal Lago Regillo al Foedus Cassianum: Romani e Latini nella prima età repubblicana

Allontanatasi la minaccia dell'etrusco Porsenna, i Romani nel frattempo si erano dati un nuovo ordinamento trasferendo il potere supremo dal re a due pretori, probabilmente i comandanti dei due reggimenti costituenti l’esercito politico, ma lasciando al re l’adempimento delle funzioni sacrali. Roma riprese ad assumere una posizione di preminenza nel Lazio e siglò un trattato con Cartagine in base al quale si vedeva riconosciuto il controllo del litorale laziale in cambio dell’accettazione della supremazia cartaginese sulle rotte marittime. Ma le forze latine ,che avevano sperimentato ad Aricia cosa potevano fare unendo le loro forze, assunsero un atteggiamento ostile ai Romani. Da qui lo scontro militare che si ebbe nel 496 al lago Regillo: la tradizione assegna la vittoria ai Romani, e la notizia del successo venne portata a Roma dai Dioscuri, i due fratelli figli di Giove e Leda.
In realtà sembra che al Lago Regilio non ci furono ne vinti ne vincitori visto che solo tre anni dopo Romani e latin i strinsero tra loro un alleanza.
Il motivo di tale accordo è da ricercarsi nel prorompere di un nemico comune: le bande di Equi e Volsci che cominciavano a premere sul confine laziale. Il patto stipulato venne tramandato con il nome di Foedus Cassianum dal nome di Spurio Cassio, uno dei due pretori- consoli che promosse l’accordo. L’alleanza con i Latini durerà per un secolo un mezzo: in questo frangente i Romani avranno modo di addestrarsi ulteriormente nell’arte di governo e in quella militare, premessa al successivo dominio che riusciranno a imporre sull’intera penisola.
giovedì 18 marzo 2010

Dai Winilli ai Longobardi. L'origine del popolo dei "lungabarba"

La leggenda tramandataci dalla tradizione orale sulle origini mitiche dell popolo longobardo narra che, durante la migrazione dalla Scandinavia, i Winnili "tutti nel fiore della gioventù ma pochissimi di numero" uscirono vincitori dallo scontro con i più potenti e numerosi Vandali grazie all'intervento del dio Wotan. Per celare l'inferiorità numerica i Winnili si presentarono in battaglia con le loro donne, le quali avevano "i capelli sciolti intorno al viso così da farli sembrare barbe" di uomini. Il travestimento era stato loro suggerito dalla dea Frea, moglie del dio Wotan che le aveva anche invitate a disporsi in modo che il marito affacciandosi dalla sua finestra che volge ad oriente le potesse vedere. E difatti quando Wotan chiese "Chi sono questi dalle lunghe barbe?" ebbe come risposta da Fea la richiesta di fare vincere quel popolo a cui lui aveva dato il nome. Wotan la esaudì e così con il nuovo nome, nasceva un nuovo popolo.
Paolo Diacono che nell'VIII secolo scrisse la storia del suo popolo ormai convertito al cristianesimo, liquidò tale racconto come una "favola ridicola"; Tuttavia egli precisò: "È certo però che i Longobardi, che prima erano detti Winnili, furono chiamati così in un secondo tempo per la lunghezza della barba mai toccata dal rasoio". Dunque le origini dei Longobardi sono collegate al culto di Wotan-Odino, detto anche "lungabarba", una delle divinità oggetto di maggior venerazione da parte dei popoli germanici delle steppe orientali. la loro etnia si formò probabilmente all'inzio dell'era cristiana nella regione del Basso Reno o della Bassa Elba e che dopo una migrazione di più secoli si spostarono verso est, nell'odierna Austria.. Quando nel 568 il loro capoi Alboino decise di scendere verso l'Italia ad essa si unirono gruppi di Sassoni, Gepidi, Bulgari e Svevi stanziati in quella zona.
mercoledì 17 marzo 2010

Indice: la prima Roma repubblicana

Dal Lago Regillo al Foedus Cassianum: Romani e Latini nella prima età repubblicana
Le Leges Liciniae Sextiae: l'accesso dei plebei al consolato
L'alleanza tra Romani e Latini contro le incursioni di Equi e Volsci ( prima metà del V secolo a.C)
La battaglia del monte Algido ( 431 a.C.) Aulo Postumio Tuberto
I Romani sui Colli Albani. L'ascesa dei plebei con la lex Iulia e la lex Canuleia
A Fidanae primi scontri tra Roma e Veio
Roma conquista Veio ( 396 a.C.)
Marco Furio Camillo, dux fatalis
I Galli di Brenno assediano Roma.Verità storica e leggende delle incursioni nel IV secolo A.c.
Brenno: nome proprio gallico o titolo di comando?
Volsci, Equi, Falisci, Tarquinia si rivoltano a Roma. L'incorporazione di Tuscolo ( prima metà IV secolo a.C.)
Roma e le tensioni con Ernici, Tarquinia e Caere . Le Tabulae Ceritium

L'alleanza di Roma con Sanniti ( 354 a.c) e Cartagine ( 348 a.c.)
La deditio di Capua a Roma e la prima guerra sannitica
giovedì 11 marzo 2010

INDICE: I Longobardi

Dai Winilli ai Longobardi. L'origine del popolo dei "lungabarba"
L'Italia longobarda e bizantina. Città e campagna: la penisola divisa in due
Contro le razzie dei Longobardi anche l'hospitalitas fu inutile
L'arte longobarda
Il tempietto longobardo di Cividale del Friuli (VIII secolo)
Agilulfo
La lamina di Agilulfo
L'editto di Rotari, primo codice scritto di leggi dei Longobardi
Cani a cavallo: i cinocefali Longobardi
giovedì 4 marzo 2010

La fioritura artistica nella Spagna visigota del VII secolo

Proprio mentre in altre parti d’Europa, e specialmente in Italia, l’arte era in pieno declino, in Spagna durante il regno visigoto si andò registrando una notevole fioritura artistica con la creazione di forme di assoluta bellezza e notevole originalità, dovuta anche al fatto che i Visigoti intensificarono i contatti con l’Africa e ridussero quelli con il mondo latino.
Pregevole fu l’architettura visigota del VII secolo: allora vennero costruite piccole chiese a pianta breve e larga e abside rettangolare, in cui la varietà dei motivi decorativi si univa alla sapienza costruttiva ereditata dai Romani. Toledo divenuta nel 580 capitale del regno, diventa il centro di irradiazione di questa nuova scuola architettonica caratterizzata dalla ricchezza dei fregi scultorei in cui si mischiano elementi differenti: quelli classici e bizantini e le influenze africane, egiziane e siriache. Un elemento di discontinuità con il passato risiede nelle tipologie dei capitelli costruiti in pietra nella Spagna gota che così abbandona il marmo tipico dello stile classico. Una tradizione che nemmeno l’invasione araba riuscirà a fermare, come testimoniato dalle chiese asturiane del del IX e X secolo, costruite secondo i canoni dettati dai visigoti.
giovedì 25 febbraio 2010

Il contesto storico della frase di Gesù: "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Relativismo e lealismo verso il politico

La posizione di Gesù di Nazareth nei confronti dell’autorità politica è riportata nella famosa frase del vangelo di Marco (12,13-17) “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che Dio” che reciterà una parte fondamentale nella costituzione del pensiero politico “cristiano” successivo. Essa è diventato un caposaldo nella riflessione sulla separazione tra la sfera religiosa e quella politica; ma al di fuori di ogni generalizzazione va ricondotta al suo originario contesto.
In quel passo Gesù viene interrogato dai farisei sulla liceità di pagare il tributo ai rappresentanti di Cesare come segno della sottomissione al potere romano della Giudea, divenuta provincia dell’impero ( tributum capitis). Si tratta dell’apodotè, termine che indica il pagamento del tributo inteso come dovuto all’autorità legittimo dal punto di vista del lealismo farisaico e invece considerato illegale da alcuni settori dell’ebraismo ( in particolare i ribelli denominati "sicari") secondo i quali il pagamento del tributo a Cesare significava il riconoscimento di un Signore alternativo a Jahvè,e dunque era da considerarsi un atto idolatrico.
La risposta di Gesù si compone di due parti. La prima (“Date a cesare quel che è di Cesare”), riconosce la liceità del pagamento del tributo all’autorità legittima inserendosi dunque nel solco del lealismo dei farisei ( il gruppo più rilevante all’interno del giudaismo del tempo di Gesù; sostenitori dell’immortalità dell’anima, in ciò contrapposti ai sadducei). Ma nel proseguo della frase ( “Date a Dio quel che è di Dio”), pur senza alcuna politicizzazione propria del messianismo regale ebraico, Gesù non esprime una posizione di neutralità nei confronti dell’autorità, che viene relativizzata in quanto posta in antitesi alla dimensione spirituale su cui si deve concentrare l’attenzione e la completa devozione. Per un verso Gesù riconosce il dovere di pagare il tributo a Cesare in quanto rispetto dell’autorità, legittimo nell’ambito mondano, senza che ciò diventi un atto di idolatria in quanto l’imperatore non viene sacralizzato. E a chiarirlo è proprio l’immediata successiva precisazione che l’uomo appartiene soltanto a Dio.
domenica 21 febbraio 2010

La cripta del monastero di Jouarre


L’abbazia di Jouarre, una delle sette presenti nella Marna fu fondata nel VII secolo da Adone, sulla scia dell’apostolato compiuto nella zona dall’irlandese San Colombano. Tra gli edifici del complesso monastico di particolare pregio la cripta della basilica cimiteriale di Saint-Paul, che rappresenta una delle più rilevanti testimonianze dell’arte precarolingia.
La cripta venne costruita su iniziativa del vescovo Agilberto, ritiratosi intorno al 670 presso il monastero amministrato dalla sorella, la badessa Teodechilde, ove fu sepolto.
La cripta, posta in origine dietro l’abside della Chiesa, è suddivisa in tre navate con una doppia fila di colonne marmoree, con volte a crociera che nel XII secolo, furono costruite a sostituite l’iniziale copertura piana o a volta a botte.
La ricchezza delle forme e l’uso dei materiali non locali testimoniano della destinazione aristocratica della costruzione. Le colonne provengono da antichi monumenti andati in rovina, mente i capitelli sono stati appositamente scolpiti. Alcune di essi hanno forme corinzie, altre sono di tipo composito ma tutti sembrano provenire da officine situate nel VII secolo sui Pirenei e trasportati prima via mare e poi sulla Senna e sulla Marna.
venerdì 12 febbraio 2010

Il crollo della monarchia a Roma. La storia conferma la tradizione

Al posto del re subentrarono nel detenere il supremo potere dello Stato due consoli, che inizialmente furono chiamati pretori. Costoro nel 509, lo stesso anno della caduta di Tarquinio eressero un tempio in onore di Giove in Campidoglio e conclusero un trattato con Cartagine.
Gli storici per molto tempo hanno dato poco credito alla versione narrataci dalla tradizione, ritenendola in alcuni casi una totale invenzione degli annalisti succubi della ideologia del tempo favorevole all’aristocrazia dominante. Le interpretazioni date alla caduta della monarchia erano le più varie: secondo alcuni sarebbe stato lo stesso Porsenna a deporre Tarquinio per subentrarne nel controllo di Roma; per altri invece la monarchia non sarebbe caduta con un rivolta improvvisa ma avrebbe perso progressivamente il proprio potere per rimanere come istituzione esclusivamente avente funzione religiosa e formale. In realtà le successive risultanze provenienti dall’epigrafia, dalla toponomastica, dalla linguistica e dall’archeologia hanno restituito alla tradizione pieno valore. Ovviamente le vicende di Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia non sono che leggende volte a celebrare il valore dei Romani. Ma anch’esse ci danno preziosi indicazioni su quanta importanza essi dessero al patriottismo o a valori come la castità espressi da personaggi come Lucrezia. Dietro alle nobili leggende si nascondeva probabilmente una realtà inconfessabile per quella che già allora era una potenza come Roma: una sconfitta pesante subita da persona con annessa l’umiliazione della consegna delle armi, testimoniata dalle versioni etrusche ma non negata dalle fonti romane.
A confermare la validità storica della tradizione ci sono altri elementi: l’avversione in età storica che i Romani avevano per la monarchia è da ricercarsi non tanto in un influsso retorico greco quanto nel ricordo di un evento traumatico avvenuto nel passato quale appunto la cacciata improvvisa di un re. In secondo luogo la già citata occupazione di Roma da parte di Porsenna ormai storicamente accertata; infine il fatto che la battaglia di Aricia che è stata registrata dalla coeva storiografia greca (nella storia d’Italia di Antioco da Siracusa e nella biografia di Aristodemo scritta da Imperoco da Cuma).
Sulla base dei vari dati disponibili si può provare a fare una ricostruzione di come andarono probabilmente quegli avvenimenti. Tarquinio impose uno sviluppo urbanistico e un’espansione militare che mise a dura prova i Romani. Da questi malumori nacque la spinta per il complotto contro il re attuato dai patrizi. La deposizione di Tarquinio rappresentava anche una rivalsa dell’aristocrazia contro gli ultimi re etruschi che si erano appoggiati sui nuovi ceti in formazione: plebei, immigrati e i clienti emancipati questi ultimi valorizzati da Servio Tullio.
Il controllo di Roma e del suo territorio interessava però le città dell’Etruria meridionale per i contatti commerciali che dovevano mantenere con la Campania: per questo il re di Chiusi Porsenna scese a cingere d’assedio la città che alla fine dovette essere costretta a capitolare dovendo subire anche l’affronto del disarmo ( proibizione dell’uso del ferro, tranne che per l’agricoltura)
Intanto sui Colli Albani si venne formando una coalizione dei città latine formate da Aricia, Muscolo, Lanuvio, località che si erano espanse dopo la caduta di Alba Longa. Porsenna inviò un esercitò ma fu sconfitto dalla coalizione sostenuta dal tiranno di Cuma Aristodemo. Poi a causa di vicende interne di Chiusi, di cui si ignorano i dettagli, Porsenna fu costretto con il suo esercito a rientrare abbandonando anche il controllo di Roma.
domenica 31 gennaio 2010

La cacciata di Tarquinio il Superbo da Roma. Porsenna e l'offensiva etrusca

Secondo la tradizione Tarquinio il Superbo fu deposto mentre si trovava fuori Roma ad assediare Ardea: suo figlio Sesto aveva oltraggiato Lucrezia, moglie di Collatino e questi si associò a Giunio Bruto nel vendicare l’affronto deponendo il re assente. Tarquinio si rifugiò a Muscolo dove risiedeva la figlia che aveva sposato un uomo del luogo. Intanto il re di Chiusi Porsenna cinse d’assedio Roma per riportare sul trono Tarquinio ma fu commosso dagli atti di eroismo di alcuni abitanti ( Clelia , ostaggio di Porsenna che attraversò il fiume a nuoto per rientrare in città; Orazio Coclite che da solo tiene testa agli assalitori per il tempo necessario alla distruzione del ponte Sublicio; Muzio Scevola che si lascia bruciare la mano responsabile di aver ucciso un altro uomo al posto di Porsenna, che rappresentava il vero bersaglio della sua azione) decise di concedere ai Romani una pace onorevole. Anche suo figlio Arunte decise di muovere guerra a Roma ma fu sconfitto ad Aricia sui colli Albani, da un insieme di forze latine coalizzatesi con il tiranno di Cuma, Aristodemo. Dopo questo rovescio gli Etruschi abbandoneranno ogni volontà di dominio diretto su Roma.
domenica 3 gennaio 2010

Le Leges Liciniae Sextiae: l'accesso dei plebei al consolato

Le leges Liciniae Sextiae (Leges), furono presentate nel 376 a.C dai tribuni della plebe Licinio Stolone e Sestio Laterano. Esse prevedevano 1) di limitare il possesso dell'ager publicus, il terreno di proprietà dello Stato per lo più acquisito dopo campagne militari, a 500 iugeri a testa e con esso il numero di capi di bestiame che potevano pascolarvi;2) che dalle somme date in prestito venissero sottratti gli interessi già pagati e che il resto venisse reso in tre anni; 3) che i plebei avessero accesso a tutte le magistrature e , in particolare l’obbligo che almeno uno dei due consoli fosse plebeo. Ovviamente tali disposizioni incontrarono l’opposizione dei patrizi che cercarono con l’ostruzionismo di bloccarne l’approvazione. Di contro Licinio Stolone e Sestio Laterano, che venivano ogni anno confermati al tribunato, intrapresero una battaglia decennale nei confronti dei patrizi, utilizzarono le stesse armi dei loro avversari e tramite il diritto di intercessione, cioè il potere di veto che spettava loro contro gli atti dei magistrati, impedivano lo svolgimento delle assemblee del Senato e la stessa elezione delle magistrature. Era chiaro che se non si fosse giunti ad accogliere le richieste della plebe la situazione di stallo istituzionale si sarebbe protratta potenzialmente all’infinito. Da qui il raggiungimento del compromesso e l’approvazione delle leggi Licinie Sestie nel 367 a.C e la fine dell’ostruzionismo dei tribuni della plebe.