domenica 22 marzo 2009
L'origine di Roma: la verità storica. La fusione tra Sabini e Septimontium
La realtà è che Roma non nacque da un giorno all’altro ma si formò dalla progressiva fusione di villaggi preesistenti. L’importanza del sito di Roma è già notevole al tempo dell’età del Bronzo: in essa si incrociavano la via che dall’Etruria conduceva in Campania e la via del sale che dall’entroterra appenninico conduceva fino alla foce del Tevere dove si trovavano le saline. La festa del Septimontium che si celebrava ancora in epoca storica con sacrifici nei siti dei colli Palatino, Esqulino, Celio è il retaggio dell’antica federazione tra quei villaggi situati nei montes a cui successivamente furono inclusi gli insediamenti abitativi successivamente formatesi negli avvallamenti intermedi . L’indole bellicosa di quelle popolazioni è testimoniata dal ritrovamento di arma da combattimento nel corredo funerario di alcune tombe del VII sec. Le tombe ritrovate sul colle palatino sono a incinerazione, analogamente a quelle ritrovate sui colli albani. Poiché la tradizione insiste nel sottolineare come Roma sia stata in origine una colonia di Alba Longa, questo particolare archeologico sembra confermarci come il sito del Palatino sia stato abitato da uomini originari proprio dei colli albani. Successivamente avvenne la graduale fusione con gli abitanti dei colli Celio e Esquilino, l’ultimo dei quali si presumo essere abitato da popolazioni di origine appenninica visto che vi sono state trovate delle tombe a inumazione.
Se Roma non era stata ancora fondata tuttavia la già esistente federazione tra i villaggi ne era il presupposto : e i suoi abitanti erano i Ramnes, cioè coloro che abitano vicino al fiume , nel linguaggio locale, Rumon. L’impulso alla trasformazione in città lo diede l’insediamento di gruppi di Sabini nel colle del Quirinale che avevano interesse ad avere libero il passaggio del fiume per poter rifornirsi di sale da inviare ai Sabini che si trovavano nell’entroterra appenninico. Divenne inevitabile il contrasto tra i Sabini, identificati nei Tities e i Ramnes, identificabile nel mito del ratto delle Sabine. A prevalere furono i gruppi Sabini che procedettero all’unificazione con i villaggi del Septimontium , che diede origine alla città vera e propria.
INDICE. ROMA. PERIODO MONARCHICO
ROMOLO E LA PRIMA COSTITUZIONE DI ROMA
Numa Pompilio
L'origine di Roma: la verità storica. La fusione tra Sabini e Septimontium
Roma: i re sabini. La prima espansione contro Alba Longa
Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo: la fase etrusca della monarchia di Roma
L'espansione di Roma durante l'ultima fase regia
La Gens nell'antica Roma. Origine e significato storico
La cacciata di Tarquinio il Superbo da Roma. Porsenna e l'offensiva etrusca
Il crollo della monarchia a Roma. La storia conferma la tradizione
sabato 14 marzo 2009
I Visigoti. Da Alarico al regno di Tolosa. Il controllo della Spagna e il regno di Toledo.
Poco dopo però si ribellarono alle condizioni con cui erano stati accolti e fissatisi nella Tracia e sconfissero lo stesso imperatore ad Adrianopoli (378). Raggiunsero un foedus con l'imperatore Teodosio solo nel 382, in cambio di terre nella Mesia, ma la pace durò poco; nel 392 Stilicone ne impose il rinnovo ad Alarico che però nel 395 alla morte di Teodosio riprese le incursioni devastando prima i Balcani, poi tutta la Grecia e infine nel 397 ottenendo il controllo dell'Epiro.
Dopo una nuova rivolta, nel 401 egli condusse i Visigoti in Italia. Dopo aver conquistato snza resistenze Venezia e Milano, furono respinti una prima volta ancora da Stilicone, (battaglia di Pollenzo, 402). Firmarono un trattato che li condusse temporaneamente in Dalmazia e nel Norico. Ma nel 408 Alarico ruppe il patto e invase per la seconda volta l'Italia giunse fino a Roma, che fu saccheggiata (410) nell'impossibilità di giungere a un accordo con l'imperatore. Quindi Alarico puntò verso sud avendo come meta l'Africa, ma i Visigoti dovettero rinunciare al progetto di passare in Sicilia a causa della mancanza di navi.
Dopo la morte di Alarico, fu il cognato Ataulfo a intraprendere la riconciliazione con l'impero: con il consenso dell'imperatore d'occidente Onorio, condusse i Visigoti verso nord: nel 412 prese il possesso della Gallia Narbonese, acquisendo anche l'Aquitania con Tolosa e Bordeaux (413). Per consolidare la pace, Ataulfo sposò Galla Placidia, sorella di Onorio (414) eformò un rudimentale governo gestito aristocratici aquitani. Ma fu il nuovo re Wallia, con un accordo con l'impero (416), a creare il regno di Tolosa, primo esempio di regno barbarico in territorio romano . negli anni successivi Wallia spedizione contro Vandali, Alani e Svevi in Spagna. Teodorico I (418-51) rispettò il patto federativo, fornendo aiuto militare ai romani: combatte Teodorico I (419-451) combatté con Ezio contro Attila e morì ai Campi Catalaunici ; il figlio Teodorico II (453-66)continuò la collaborazione con gli imperatori romani ed ebbe un governo moderato; il fratello Eurico (466-84) portò il regno di Tolosa al suo apogeo, conquistando la Gallia centrale, l'Alvernia, parte della Provenza e quasi tutta la Spagna su cui pose un protettorato e, con la fine dell'Impero d'Occidente (476), realizzò la piena indipendenza formale del regno . Eurico si servì dell'esperienza amministrativa dei quadri romani e nominò conti e duchi sudditi appartenenti indifferentemente a romani e goti.
Tuttavia le due anime del regno di Tolosa fecero molta fatica a convivere a causa del fanatismo dei Visigoti ariani, che tendeva a opprimere la maggioranza della popolazione , romanizzata e cattolica, e ciò ebbe gravi ripercussioni sulla solidità interna del regno. Il figlio di Eurico, Alarico II (484-507), dovette subire i continui attacchi dei Franchi di Clodoveo e malgrado l'emanazione della Lex Romana Visigothorum , contenente disposizioni più favorevoli ai sudditi romanizzati e cattolici, fu sconfitto e ucciso (Vouillé, 507); sostenuti dagli ostrogoti, ivisgoti dovettero cedere la parte francese ( compresa Tolosa) del regno ai Franchi mentre conservarono la Spagna spostando la capitale a Toledo. Alla morte di Alamarico, (507-531) che era riuscito a governare pur con enormi difficoltà grazie al sostegno degli ostrogoti, la dinastia si estinse.
la guida del regno fu assunta da due ostrogoti, Teudi e Teodisclo, (531-549); quindi, il potere tornò al visigoto Agila, la cui intolleranza religiosa gli alienò il Sud del regno, tutto romano. Successivamente attorno alla corte di Toledo i Visigoti cercarono di ricostituire l'unità spagnola del regno convertendosi al cristianesimo. La conquista musulmana della penisola iberica (711) pose fine definitivamente al regno dei Visigoti.
INDICE. LE INVASIONI BARBARICHE
Gli Unni invadono l'Europa e l'impero romano
Gli Alamanni dalle origini alla sottomissione ai Franchi
I Visigoti. Da Alarico al regno di Tolosa. Il controllo della Spagna e il regno di Toledo.
I Vandali
2 giugno 455: il sacco di Roma dei Vandali di Genserico ( cronaca di Ferdinand Gregorovius)
La personalità del diritto nei regni romano barbarici
476: cade l'impero romano d'Occidente. Ma nessuno se ne accorge.
lunedì 9 marzo 2009
Lo storico negazionista David Irving organizza un asta di cimeli nazisti
David Irving, lo storico britannico negazionista dell'olocausto fa ancora parlare di se per una singolare iniziativa: ha messo in piedi un sito Internet per la vendita di cimeli nazisti. Tra le nazi memorabilia esposte nel sito già ridenominato "Naz-e-bay" vi sono un regalo di battesimo fatto dal comandante delle SS Heinrich Himmler alla figlia del comandante della Lutwaffe Hermann Goering, , un bastone da passeggio appartenuto al Fuhrer, foto relative al Terzo Reich, e una ciocca di capelli e frammenti ossei che si ritine possano essere di Hitler. Irving precisa però che l'autentificazione dei resti umani è ancora in corso. Irving autentica gli oggetti proposti e ottiene una commissione del 15%.
DI SEGUITO INSERISCO ALCUNI LINK AL SITO NAZ-EBAY
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domenica 8 marzo 2009
Arnolfo di Cambio
Arnolfo è documentato come attivo nella bottega di Nicolò Pisano fra il 1265 e il 1267 per la costruzione del pulpito del Duomo di Siena e forse anche dell'arca di San Domenico a Bologna. Del maestro seguì la linea classicista a cui aggiunse una ricerca di uno dimensione più razionale nelle strutture architettoniche In virtù delle sue aperture verso il gotico transalpino riguardanti sopratutto le innovazioni architettoniche c'è chi ipotizza anche che la sua formazione sia avvenuta anche nel cantiere cistercense della chiesa di San Galgano, in provincia di Siena
Alla fine degli anni Settanta lo scultore si reca in Umbria, probabilmente al seguito della bottega di Nicola e Giovanni Pisano a cui venne commissionata la Fontana Maggiore a Perugia. Sicuramente di Arnolfo è la Fontana Minore di Perugia, oggi smembrata.
In quello stesso periodo gli vengono commissionati molti lavori anche a Roma: Per Carlo d’Angiò nel 1277 eseguì un grande ritratto marmoreo conservato oggi nei Musei Capitolini, espressione di un maestoso classicismo, e parte di un monumento celebrativo oggi perduto. Arnolfo esegue delle opere anche per la chiesa romana; è suo il monumento sepolcrale di Bonifacio VIII, un tempo facente parte della controfacciata dell'antica basilica di San Pietro e oggi conservato in parte nelle grotte vaticane.
negli anni Novanta Arnolfo rientrò a Firenze: qui gli venne affidato il progetto per la cattedrale di Santa Maria del Fiore, per la quale fu posta la prima pietra nel 1296; per la facciata di quella Chiesa eseguì anche alcuni gruppi scultorei conservati nel Museo dell’Opera del Duomo. A Arnolfo di Cambio vengono tradizionalmente attribuiti nell'ultima parte della sua vita, ( morì nel 1302) i progetti della Chiesa di santa Croce e del palazzo dei Priori, poi ridenominato palazzo vecchio
INDICE STORIA DELL'ARTE
Il battistero di Poitiers
L'arte longobarda
La lamina di Agilulfo
Il tempietto longobardo di Cividale del Friuli (VIII secolo)
La cripta del monastero di Jouarre
Ravenna e Costantinopoli: un duraturo legame artistico e culturale
La fioritura artistica nella Spagna visigota del VII secolo
Santa Maria del Naranco
Altichiero da Zevio
Arnolfo di Cambio
Benedetto Antelami
La deposizione di Cristo di Benedetto Antelami
Bonanno Pisano
Buffalmacco
I Berlighieri: Berlinghiero, Barone, Matteo e Bonaventura
Pietro Cavallini
Cimabue ( Cenni di Pepo)
Duccio di Buoninsegna
Taddeo Gaddi, pittore innovativo sulle orme di Giotto
Il neogotico o gothic revival
lunedì 2 marzo 2009
Gli Alamanni dalle origini alla sottomissione ai Franchi
Gli Alemanni combatterono anche contro i Burgundi a sud e contro i Franchi. Dal re franco Clodoveo subirono una prima sconfitta nel 476 e un secondo decisivo rovescio nel 506 in cui venne ucciso il rex Alemannorum. I franchi si impadronirono dell'Alsazia e del territorio dei Ripuari e da questo momento gli Alemanni cessarono di avere indipendenza politica continuando a mantenere però una propria rilevanza come gruppo etnico sia preso i Franchi che presso gli Ostrogoti. presso questi ultimi infatti dopo la sconfitta del 506 aveva cercato protezione la classe dirigente alemanna. Colonie alemanne continuarono a sorgere a ovest e a sud del Reno, in Alsazia, nella Lorena romana, nella Franca Contea e nella Svizzera romana (Rezia): le finali in -heim di numerosi villaggi di queste regioni e soprattutto le suppellettili funerarie trovate nei cimiteri e risalenti testimoniano questa loro penetrazione.
Nel 554-555 il re franco Teodebaldo, su richiesta degli Ostrogoti, inviò in Italia una spedizione franco-alamanna, comandata dagli alamanni Leutari e Butilino, che partita probabilmente dalle diocesi di Windisch e di Avenches, devastò tutta la penisola, e che fu fermata in parte dalle forze bizantine di Narsete e in parte da un'epidemia.
Con i re franchi Clotario II e Dagoberto nel VII sec. gli Alamanni poterono creare un loro codice, mentre Carlo Magno assegnò loro delle terre in cui si stabilirono perdendo la loro spinta migratoria. nelle guerre tra i successori di Carlo del IX sec. si allearono , contro Ludovico il Pio e Lotario, con Ludovico il Germanico, ed infatti nel testo del trattato di Verdun dell'843 appaiono a lui soggetti.
venerdì 27 febbraio 2009
La seconda vita dell'arianesimo. Eusebio di Nicomedia. Il trionfo del cattolicesimo con Teodosio
L'arianesimo non scomparve del tutto ma si diffuse tra i Barbari (anzitutto tra i Goti da parte di Ulfila, discepolo di Eusebio di Nicomedia)ritardando la fusione tra elemento germanico e romano fino a quando Clodoveo si convertì alla fede cattolica e i popoli germanici stanziati sul territorio imperiale (Visigoti, Ostrogoti, Vandali, Burgundi e Longobardi) accettarono la fede cattolica romana. Ultimi a convertirsi saranno i Longobardi, sotto il regno di Ariperto I, tra il 653 e il 661.
martedì 24 febbraio 2009
INDICE: STORIA DEL CRISTIANESIMO
Paolo di Tarso: origine divina del potere politico
L'arianesimo e il Concilio di Nicea
La seconda vita dell'arianesimo. Eusebio di Nicomedia. Il trionfo del cattolicesimo con Teodosio
Il volto umano di Pio XII
sabato 14 febbraio 2009
L'arianesimo e il Concilio di Nicea
Ario cominciò a predicare le sue teorie per la prima volta attorno al 320 quando era prete di una delle chiese di Alessandria. Il vescovo di Alessandria convocò un concilio per dirimere la questione ma si dovette scontrare con l'ostinazione di Ario che non intendeva rinunciare alla propria dottrina e che per questo fu scomunicato. A questo punto Ario, abbandonò l'Egitto per recarsi in Palestina e in Bitinia, dove godette dell'ospitalità di Eusebio di Cesarea e poi di Eusebio di Nicomedia ( quest'ultimo godeva dei favori dell'imperatore Costantino) e riuscì con il loro aiuto a fare molti seguaci. Poichè la controversia cristologica si stava diffondendo in tutto l'Oriente, l'imperatore Costantino decise d'intervenire e, fallito un tentativo di conciliazione, convocò nel 325 a Nicea, in Bitinia, un concilio che mise al bando le tesi di Ario e approvò a grande maggioranza la dichiarazione dogmatica (simbolo niceno- costantinopolitano) che proclamava che il Figlio aveva la medesima sostanza (consustanziale in gr. homoúsios) del Padre.
mercoledì 11 febbraio 2009
L'organizzazione dello Stato nell'Antico Egitto
INDICE ANTICO EGITTO
venerdì 6 febbraio 2009
Il maestro di palazzo nel regno dei Franchi
INDICE I FRANCHI
martedì 3 febbraio 2009
La donazione di Quierzy ( o Kiersy)
Nota anche come Promissio (o Donatio) Carisiaca si tratta di un atto del re dei Franchi Pipino il Breve a favore del papa Stefano II, ( anche se l'autenticità resta dubbia) . Nel 754, Pipino e Stefano si incontrarno a Ponthion, ove vennero presi gli accordi di massima per l'appoggio di Pipino alla Santa Sede contro i Longobardi; quindi il re, e il papa, si trasferirono a Quierzy doive l'accordo venne perfezionato nei dettagli: esso prevedeva la concessione a Pipino della corona di re dei Franchi nonché del titolo di patrizio dei Romani Pipino in cambio dell'impegno a fare la guerra in Italia contro il re dei Longobardi Astolfo per togliere i territori sottratti alla dominazione bizantina e donargli alla Chiesa . l terre oggetto del patto erano la Corsica, le terre dalla Lunigiana a Parma e a Monselice includendo la Tuscia (Toscana e parte del Lazio), l'Esarcato e inoltre la Venezia, l'Istria e i ducati di Spoleto e di Benevento. La donazione, in quanto si configura come «restituzione» al papato di territori un tempo posseduti, poi perduti per effetto di usurpazioni, probabilmente è un'anticipazione della falsa donazione di Costantino, redatta alla corte pontificia forse in quel periodo di tempo. I forti dubbi relativi alla sua autenticità riguardano il fatto che essa non figura nella biografia, pur particolareggiata, di Stefano II né nei documenti carolingi, bensì nella biografia di Adriano I, posteriore di qualche decennio, e si ignora da quale fonte il biografo l'abbia desunta. Essa è importante anche perchè Carlo Magno nel 774 avrebbe rinnovato a Roma, nei confronti di Papa Adriano, la Promissio di Pipino.
domenica 1 febbraio 2009
Altichiero da Zevio
Considerato uno dei massimi artisti del Trecento, di Altichiero da Zevio si hanno notizie documentate per la prima volta a Verona, sua città natale, nel 1369. Ma forse già in precedenza intorno al 1364, il pittore doveva aver lavorato al servizio degli Scaligeri decorando alcuni ambienti della loro residenza, in particolare con le le Storie della guerra giudaica, andate però perdute. Attorno al 1370 Altichiero si trasferì a Padova, probabilmente chiamato dal signore della città, Francesco da Carrara il Vecchio, per decorarne la reggia: è a lui attribuita da antiche testimonianze la decorazione ad affresco della Sala degli Uomini illustri, ispirata nel soggetto al "De viris illustribus" di Francesco Petrarca, anch'essa non pervenutaci . La prima opera che ci è giunta sono le storie di San Giacomo opera commissionata nel 1376 dal condottiero Bonifacio Lupi per la decorazione della cappella di famiglia posta nella Basilica del Santo . Per il lavoro, terminato nel 1379, Altichiero si servì della collaborazione del pittore bolognese Jacopo Avanzi. Per un altro membro della famiglia Lupi, Raimondino, Altichiero affrescò invece l'Oratorio di San Giorgio, nei pressi della Basilica del Santo, per il quale fu pagato nel 1384. Negli ultimi anni della sua vita fece ritorno a Verona dove eseguì probabilmente
martedì 27 gennaio 2009
La fondazione di Roma secondo la leggenda. Il ciclo troiano latino e il ciclo sabino
Due sono i cicli di leggende che narrano l’origine della fondazione di Roma: uno troiano-latino, l’altro sabino.
Secondo il ciclo troiano-latino, il fondatore della città Romolo sarebbe discendente dell’eroe troiano Enea, figlio di Anchise e di Venere che, dopo aver valorosamente combattuto contro gli achei, quando Troia fu sopraffatta fuggì, insieme al padre, alla moglie Creusa e al figlio Ascanio (o Iulo, eponimo della gens Iulia, che sarà la prima dinastia della Roma imperiale), giungendo dopo un lungo viaggio sul litorale laziale. Ascanio vi fondò la città di Alba Longa di cui sarebbe stato il primo re.
Proprio un conflitto riguardo al diritto di governare Alba Longa fu all’origine della fondazione di Roma. I protagonisti erano i due figli del re Proca, Numitore, il legittimo erede al trono, e Amulio che prima rovesciò il fratello e quindi al fine di privare questi di una discendenza, impose alla moglie di lui, Rea Silvia di entrare nel collegio delle Vestali che erano obbligate al voto di castità. A rovinare questi piani l’intervento del dio Marte che si unì a Rea Silvia , la quale generò due gemelli Romolo e Remo. Essi dunque oltre ad essere discendenti di Enea, potevano vantare sangue di origine divina, proveniente da Venere e Marte. Amulio sottrasse i neonati alla madre e li abbandonò alle correnti del fiume sperando che da queste venissero inghiottiti. In realtà i due gemelli furono trasportati fino alle pendici del colle Palatino dove vennero raccolti da una lupa che li allattò fino a quando un pastore del luogo, Faustolo, non li prese e li allevò nella propria dimora.
Romolo e Remo, venuti a conoscenza dell’origine regale della propria stirpe, deposero Amulio dal trono di Alba Longa riconsegnando il regno a Numitore. Quindi tornarono sul colle Palatino per fondarvi la nuova città. Da un oracolo degli aruspici vennero a sapere che a Romolo spettava il diritto di diventare il primo re e di tracciare con l’aratro in confini della nuova città . Remo per scherno e per rabbia verso il fratello decise di oltrepassare i confini che avevano carattere sacro e per questo Romolo lo uccise ( 21 aprile del 753 a.C; data della fondazione secondo la tradizione).
Un altro ciclo di leggende ricostruisce invece i turbolenti rapporti tra i Latini e i Sabini, alla cui base ci sarebbe il famoso ratto dalle Sabine compito da soli uomini Latini che provvidero così a procurarsi le donne necessarie per dare stabilità alla fondazione di Roma. Per evitare ulteriori scontri e spargimento di sangue, proprio le Sabine si frapposero tra i contendenti. Queste infatti si trovavano a essere contemporaneamente mogli ( dei Latini) e figlie ( dei Sabini). Si giunse dunque a una rappacificazione sancita dalla spartizione del governo tra due re, Romolo di origine latina e Tito Tazio, di origine sabina. A rendere ancora più armoniosa la convivenza tra gli amici di un tempo il fatto che il secondo re di Roma, Numa Pompilio appartenesse alla stirpe dei Sabini.
mercoledì 14 gennaio 2009
Con la stele di Rosetta, Champollion svela al mondo i segreti dell'Egitto antico
La stele di di Rosetta ( dal nome della città portuale di Rosetta, oggi Rashid) è una grande pietra in basalto nero , delle dimensioni di 114 x 72 cm e dal peso di circa 760 kg, che venne alla luce il 19 luglio 1799 ritrovata da un soldato dell'esercito napoleonico. E' suddivisa in tre sezioni di scrittura: dall'alto verso il basso troviamo prima 14 righe in geroglifico;quindi 22 in demotico, e nella parte bassa 54 righe in grafia maiuscola greca .
La prima intuizione la ebbe un diplomatico svedese esperto di lingue orientali, Akerblad, che confrontò i tre testi e dimostrò che i nomi dei re, nella parte greca, comparivano nella stessa posizione nel testo demotico. Quindi avanzò l’ipotesi che le tre sezioni riproducessero lo stesso testo nelle diverse lingue. Lo scritto riprodotto nella stele era un protocollo del collegio sacerdotale di Menfi, del 27 marzo del 196 a.C., che esaltava Tolomeo V Epifane in occasione del primo anno della sua incoronazione in cui si esaltavano i benefici procurati dal re al paese. In quel tempo l'amministrazione era affidata a funzionari di lingua greca da cui l'usanza di redigere i testi contemporaneamente in greco e in egizio. Questa circostanza fortunata fornisce lo strumento per acquisire la chiave interpretativa del geroglifico.
La seconda intuizione la ebbe un medico inglese, appassionato di egittologia Thomas Yung (1773-1829) il quale dal confronto tra la Stele di Rosetta e un obelisco portato in Inghilterra si occorse che erano presenti due cartigli identici. Yung comprese che i cartigli contenevano nomi di re e che i segni corrispondevano a dei suoni. da un confronto tra alcune lettere somiglianti nelle diverse versioni del testo della stela, Yung trasse lo spunto per arrivare a decifrare nel 1818, i nomi di Tolomeo e di Cleopatra. Tuutavia Yung, non avendo conoscenze filologiche adeguate non riuscì ad andare oltre la decifrazione di poche parole. Ma la sua analisi andava nella giusta direzione e costituirono la base da cui partì Jean-François Champollion un egittologo e archeologo francese che arrivò a comprendere la grammatica del sistema di scrittura geroglifico.
Champollion ricevette i risultati del lavoro di Yung e dopo un periodo di iniziale scetticismo aderì alla tesi secondo cui i geroglifici non erano semplicemente simbolici, ma avevano un loro valore fonetico. Egli non solo riuscì a identificare rapidamente i segni, ma arrivò a padroneggiare l’antica lingua in modo da poter fare la traduzione completa della sezione geroglifica della Stele di Rosetta. Champollion aveva compreso il sistema grammaticale della scrittura geroglifica con l'identificazione dell'organizzazione dei segni ideografici e fonetici. Con la possibilità di leggere i testi egizi si apriva per gli studiosi la possibilità di accedere ad una enorme quantità di nuove informazioni.
sabato 13 dicembre 2008
Le origini del capitalismo nella teoria di Max Weber
Pur senza alcuna vena polemica nei confronti di Marx , Max Weber stravolge la sua visione volta a considerare prima l'essere e poi il pensare, con i sistemi economici indipendenti dalle costruzioni culturali, filosofiche, religiose.
Weber esamina il comportamento dei protestanti ( in particolare calvinisti) dal punto di vista pratico, senza moralismi. Il luteranesimo negava la validità delle opere come strumento per giungere alla salvezza eterna. Questa condizione rischiava di gettare il credente in una condizione di disperante apatia. Nel calvinismo c'è una via d'uscita:se le opere continuano a non essere lo strumento per ottenere la salvezza, l'operare con diligenza e applicazione diventa il segno della grazia concessa, in virtù della sua sola misericordia da Dio all'uomo. Questa mentalità calvinista volta a esaltare l'applicazione nel lavoro unita alla frugalità dei costumi che impedirebbe di sperperare il denaro guadagnato, secondo Weber, favorirebbe l'emergere della propensione, tipica del capitalismo, a reinvestire nel miglioramento della propria attività lavorativa il denaro frutto della propria operosità . Al contrario della mentalità cattolica invece volta al mecenatismo e all'utilizzo di quanto guadagnato nel lusso e nel sostegno alle bellezze artistiche.
Questa toeria è stata oggetto nel corso del tempo di molte critiche: anzitutto non è dimostrato un efettivo legame tra la mentalità calminista e il desiderio di accummulare denaro. In secondo luogo la teoria di Weber non tine conto del fatto che i primi banchieri erano italiani cioè inseriti in una mentalità cattolica.











