La posizione di Gesù di Nazareth nei confronti dell’autorità politica è riportata nella famosa frase del vangelo di Marco (12,13-17) “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che Dio” che reciterà una parte fondamentale nella costituzione del pensiero politico “cristiano” successivo. Essa è diventato un caposaldo nella riflessione sulla separazione tra la sfera religiosa e quella politica; ma al di fuori di ogni generalizzazione va ricondotta al suo originario contesto.
In quel passo Gesù viene interrogato dai farisei sulla liceità di pagare il tributo ai rappresentanti di Cesare come segno della sottomissione al potere romano della Giudea, divenuta provincia dell’impero ( tributum capitis). Si tratta dell’apodotè, termine che indica il pagamento del tributo inteso come dovuto all’autorità legittimo dal punto di vista del lealismo farisaico e invece considerato illegale da alcuni settori dell’ebraismo ( in particolare i ribelli denominati "sicari") secondo i quali il pagamento del tributo a Cesare significava il riconoscimento di un Signore alternativo a Jahvè,e dunque era da considerarsi un atto idolatrico.
La risposta di Gesù si compone di due parti. La prima (“Date a cesare quel che è di Cesare”), riconosce la liceità del pagamento del tributo all’autorità legittima inserendosi dunque nel solco del lealismo dei farisei ( il gruppo più rilevante all’interno del giudaismo del tempo di Gesù; sostenitori dell’immortalità dell’anima, in ciò contrapposti ai sadducei). Ma nel proseguo della frase ( “Date a Dio quel che è di Dio”), pur senza alcuna politicizzazione propria del messianismo regale ebraico, Gesù non esprime una posizione di neutralità nei confronti dell’autorità, che viene relativizzata in quanto posta in antitesi alla dimensione spirituale su cui si deve concentrare l’attenzione e la completa devozione. Per un verso Gesù riconosce il dovere di pagare il tributo a Cesare in quanto rispetto dell’autorità, legittimo nell’ambito mondano, senza che ciò diventi un atto di idolatria in quanto l’imperatore non viene sacralizzato. E a chiarirlo è proprio l’immediata successiva precisazione che l’uomo appartiene soltanto a Dio.
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giovedì 25 febbraio 2010
Il contesto storico della frase di Gesù: "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Relativismo e lealismo verso il politico
sabato 6 ottobre 2007
I soldati ebrei di Hitler
Il giovane storico ebreo Bryan Mark Rigg dopo approfondite ricerche negli archivi e sulle fonti secondarie ha scritto un libro su un capitolo sconcertante ed ancora oscuro della storia del Terzo reich: 'I soldati ebrei di Hitler'' (Ed. Newton Compton')
In nessun settore il processo di pulizia etnica era piu' confuso e contraddittorio che all'interno dell'esercito. Dopo le leggi razziali, infatti, un numero molto alto di militari fu classificato dai nazisti come ''parzialmente ebreo'' (Mischlinge). Rigg servendosi anche di testimoniaznze ed intervistr dei familiari di questi "Mischlinge" dimostra che si tratto' di oltre 150.000 uomini, tra cui veterani decorati e alti ufficiali, come generali e ammiragli. Questi soldati, come il libro documenta per la prima volta, non si consideravano ebrei e avevano scelto la carriera militare con devozione e patriottismo per servire la rinata nazione tedesca.
In cambio, erano stati completamente integrati nelle forze armate, che, prima delle leggi razziali, non avevano dato alcun peso alla loro origine, ma che adesso si vedevano costrette ad esaminare la discendenza dei loro uomini. Ma la rimozione dei Mischlinge si rivelo' quanto mai difficile e fu concesso un gran numero di ''esenzioni'' per permettere ai militari di restare al loro posto o per salvare la vita ai genitori o alle mogli. Molte di queste esenzioni furono firmate personalmente da Hitler. Col proseguire della guerra pero', la politica nazista ebbe la meglio sulla logica militare e, nonostante il crescente bisogno di uomini da parte della Wehrmacht, divenne quasi impossibile per questi soldati scampare al destino di milioni di altre vittime del Terzo Reich.
In nessun settore il processo di pulizia etnica era piu' confuso e contraddittorio che all'interno dell'esercito. Dopo le leggi razziali, infatti, un numero molto alto di militari fu classificato dai nazisti come ''parzialmente ebreo'' (Mischlinge). Rigg servendosi anche di testimoniaznze ed intervistr dei familiari di questi "Mischlinge" dimostra che si tratto' di oltre 150.000 uomini, tra cui veterani decorati e alti ufficiali, come generali e ammiragli. Questi soldati, come il libro documenta per la prima volta, non si consideravano ebrei e avevano scelto la carriera militare con devozione e patriottismo per servire la rinata nazione tedesca.
In cambio, erano stati completamente integrati nelle forze armate, che, prima delle leggi razziali, non avevano dato alcun peso alla loro origine, ma che adesso si vedevano costrette ad esaminare la discendenza dei loro uomini. Ma la rimozione dei Mischlinge si rivelo' quanto mai difficile e fu concesso un gran numero di ''esenzioni'' per permettere ai militari di restare al loro posto o per salvare la vita ai genitori o alle mogli. Molte di queste esenzioni furono firmate personalmente da Hitler. Col proseguire della guerra pero', la politica nazista ebbe la meglio sulla logica militare e, nonostante il crescente bisogno di uomini da parte della Wehrmacht, divenne quasi impossibile per questi soldati scampare al destino di milioni di altre vittime del Terzo Reich.
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