Il riavvicinamento tra Romani e Sanniti ( 341 A.c.) mise in allarme i popoli del Lazio Meridionale, Latini, Volsci e Aurinci per le ripercussioni sulla politica di espansione che Roma perseguiva con sempre maggiore fermezza. Si creavano così le condizioni per arrivare a una guerra aperta con i Latini. All’origine del conflitto ci fu la nuova richiesta di aiuto dei Sedicini ai Latini, che stavolta decisero di intervenire in forze portando dalla loro parte anche i Capuani. A Capua la fazione popolare aveva preso il sopravvento su quella aristocratica filo romana. L’iniziativa dei Latini portò dunque alla rottura definitiva con i Romani ai quali si associarono nella guerra i Sanniti. Nel primo anno il teatro della guerra fu la Campania che i Romani raggiunsero per vie interne attraversando i territori degli alleati Marsi e Peligni; di fatti la via Latina e la via che attraversava la regione pontina liungo il tracciato della futura via Appia erano sotto il controllo dei Latini e dei Volsci.. La prima battaglia fu combattuta ad Viserim, cioè ai piedi del Vesuvio ( 340 A.c) ; inizialmente la situazione volse a favore dei latino-campani ; a ribaltare la situazione fu il gesto della devotio compito da uno dei due comandanti P Decio Mure ( l’altro T. Manlio Torquato mise a morte il proprio figlio che era uscito fuori dai ranghi prima dell’ordine di battaglia) che si gettò con il suo cavallo in pieno assetto da guerra contro i nemici per riversare su di se le presunte colpe che il suo esercito aveva nei confronti degli dei. Il sacrificio di Decio Mure ebbe l’effetto di rinvigorire il morale dell’esercito e la vittoria arrise ai Romani. I Latini e i Campani andarono allora ad attestarsi sul Garigliano ma a Tritano sulla foce del Liri, subirono un altro rovescio. I Campani a questo punto si staccarono dall’alleanza: a Capua gli aristocratici filo romani avevano di nuovo preso il sopravvento. I Latini fecero rientro nel Lazio inseguiti dai Romani che stavolta passarono attraverso la zona costiera. In un disperato tentativo di resitenza, Latini, Volsci di Priverno, Velletri e Anzio, Tiburtini e Prenestini fecero fronte comune ma furono nuovamente sconfitti dai Romani ai Campi Fenectani, nella Pianura Pontina ( 339 a.c.) . Di conseguenza i Romani sciolsero la Lega Latina ( 338 A.c) e le città che vi facevano parte vennero incorporate nello Stato romano. In tal modo gli abitanti di Aricia e Lanuvio divennero cittadini romani a tutti gli effetti. I culti locali vennero assorbiti dai romani e le magistrature sopravvissero anche se mantennero un ruolo solo religioso e amministrativo. Le colonie che facevano partre della lega latina e le città di Tivoli, Praeneste, Gora e Lavinio rimasero formalmente autonome ma a essa fu vietata ogni forma di assemblea politica. Da ora in poi tutte le colonie dipenderanno direttamente da Roma.
In generale tutte i membri della lega latina furono privati di molti dei loro territori e persero lo ius connubii e lo ius commercii con Roma. Sui territori confiscati a Latini e Prenestini si stabilirono coloni romani a cui vennero assegnati lotti di tre iugeri e su quel territrio successivamente verranno create tre tribù : Maecia, Scaptia e Ofentina. Roma regolò i suoi rapporti con Cuma e Capua e con altre città minori tra cui Suessula ( dove nel 341 a.c era stata combattuto l’atto finale della prima guerra sannitica): lo scambio dei dirtti civili inizialmente riservato ai soli aristocratici venne successivamente esteso a tutti gli abitanti delle città campane. In questo modo tra Romani e Campani vennero a crearsi gli stessi rapporti esistenti tra Romani e Ceriti permettendo la sopravvivenza delle autonomie locali sul piano amministrativo, economico e religioso. Agli abitanti di Cuma venne imposto di versare un indennità annua di 450 dracme agli aristocratici che divennero così un punto di forza nei rapporti tra Campania e Roma. La presenza romana nella regione venne rafforzata con l’assegnazione a coloni di territori confiscati, primo passo per la successiva costituzione di una nuova tribù, la Falerna . Affinché non ci fosse soluzione di continuità tra territorio romano e campano anche alle città di Formia e Fondi che si trovavano in mezzo nella zona volsco-aurunca venne concesso lo scambio dei diritti cvili. In tal modo il territorio che Roma controllava direttamente o indirettamente tramite colonie latine o città con cui vigeva lo scambio dei diritti civili si estese dai monti Cimini, nell’Etruria meridionale fino alla Campania settentrionale per un’estensione di oltre 6000 km2 quasi doppia rispetto a quella precedente alla guerra latina.
Grazie a una serie di riforme ( quella costituzionale delle leges Liciniae Sextiae, quella dell’esercito, e quella economica che aveva portato a un notevole sviluppo della ricchezza) Roma nel giro di mezzo secolo dalla conquista di Veio alla guerra latina era divenuta una delle potenze di maggior rilievo della penisola capace di attrarre a se città di antica tradizione come Caere, Cuma e Capua.
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venerdì 5 aprile 2019
Roma sconfigge la Lega Latina (338 a.C) e associa Cuma e Capua
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giovedì 29 dicembre 2016
La deditio di Capua a Roma e la prima guerra sannitica
Per garantirsi la sicurezza della navigazione in Etruria e in Campania, i Romani oltre a stipulare il trattato del 348 con Cartagine furono protagonisti di una serie di vicende politiche e militari in cui furono coinvolti il Lazio, l’alta Campania e i Sanniti che culmineranno nel totale controllo della regione laziale da parte romana.
La penetrazione romana in Campania ebbe come punto di partenza il tentativo dei Sanniti di spingersi nell’alta Campania in uno di quei movimenti periodici che avevano condotto alcuni loro gruppi ad insediarsi a Cuma e Capua e a dare vita a partire dalla seconda metà del V secolo a.C. alla cosiddetta civiltà osca, data dall’incontro tra gli abitanti campani di origine greco-etrusca e gli stessi Sanniti. Ad essere vittime di una di queste incursioni fu stavolta il popolo dei Sidicini, che era stanziato nella valle tra il Liri e il Volturno. I Sidicini chiesero inizialmente aiuto ai Latini, i quali però preferirono non intervenire, probabilmente trattenuti dai loro alleati Romani timorosi di vedere incrinarsi i buoni rapporti con i Sanniti. In seconda battuta i iedicini si rivolsero a Capua contro la quale allora mossero i Sanniti. Di fronte a tale minaccia a loro volta i Capuani si volsero ai Romani.
A Roma si confrontavano due fazioni, una filosannitica favorevole al consolidamento dell’alleanza del 354 con i Sanniti, l’altra guidata dalla famiglia dei Deci, che di origine campana, spingeva perché si sviluppassero rapporti più intensi con la Campania. Ma c’era di mezzo il patto di amicizia con i Sanniti e i Romani non volevano venire meno alla fides che ne era il fondamento. A toglierli da questo impaccio ci pensarono gli stessi Capuani, che forse su suggerimento romano, con un atto formale, la deditio, cedettero tutto quanto apparteneva a Capua, abitanti edifici pubblici e privati, alla piena proprietà dello stato romano. In questo modo i Romani, accorrendo a difendere quanto da loro acquisito in proprietà, non ritennero di aver violato in alcun modo il patto con i Sanniti. qualche critico moderno ha voluto vedere in questo particolare tramandatoci dalla tradizione un'invenzione annalistica volta a giustificare un effettivo voltafaccia dell’accordo con i Sanniti; ma la deditio era un istituto di diritto pubblico in voga nel tempo e dunque non entra in contraddizione con il seguito degli avvenimenti.
Ne derivò quella che la tradizione ha tramandato come prima guerra sannitica che però si risolse in un paio d’anni ( 343-341) e senza scontri di particolare importanza. L’area del conflitto si limitò ai monti da cui i Sanniti scendevano per le scorrerie in pianura. In base a questi elementi alcuni critici moderni hanno negato alla prima guerra sannitica validità storica reputandola un antedatazione di avvenimenti riferentesi all’inizio della seconda guerra punica. Dopo la vittoria romana si giunse al ristabilimento della pace con i Sanniti. Venne effettuato lo sgombero della Campania da entrambe le parti e ciò diede via libera ai Sanniti nei confronti dei Sidicini che peraltro già rientravano nella loro zona d’influenza in base all’accordo del 354.
Per i momento né Sanniti né Romani avevano interesse a radicalizzare il conflitto: i Sanniti erano inespugnabili nelle loro montagne ma non disponevano di un'organizzazione militare capace di affrontare i Romani in campo aperto. Questi ultimi avevano sperimentato le difficoltà di operare in un territorio così lontano, cosa che aveva provocato anche alcuni episodi di insofferenza all’interno delle esercito, poi risolti con il rientro a marce forzato dei contingenti rivoltosi. Contestualmente i Romani strinsero vincoli di amicizia con l’aristocrazia campana che protessero dalla prospettiva incombente di nuove infiltrazioni sannitiche
La penetrazione romana in Campania ebbe come punto di partenza il tentativo dei Sanniti di spingersi nell’alta Campania in uno di quei movimenti periodici che avevano condotto alcuni loro gruppi ad insediarsi a Cuma e Capua e a dare vita a partire dalla seconda metà del V secolo a.C. alla cosiddetta civiltà osca, data dall’incontro tra gli abitanti campani di origine greco-etrusca e gli stessi Sanniti. Ad essere vittime di una di queste incursioni fu stavolta il popolo dei Sidicini, che era stanziato nella valle tra il Liri e il Volturno. I Sidicini chiesero inizialmente aiuto ai Latini, i quali però preferirono non intervenire, probabilmente trattenuti dai loro alleati Romani timorosi di vedere incrinarsi i buoni rapporti con i Sanniti. In seconda battuta i iedicini si rivolsero a Capua contro la quale allora mossero i Sanniti. Di fronte a tale minaccia a loro volta i Capuani si volsero ai Romani.
A Roma si confrontavano due fazioni, una filosannitica favorevole al consolidamento dell’alleanza del 354 con i Sanniti, l’altra guidata dalla famiglia dei Deci, che di origine campana, spingeva perché si sviluppassero rapporti più intensi con la Campania. Ma c’era di mezzo il patto di amicizia con i Sanniti e i Romani non volevano venire meno alla fides che ne era il fondamento. A toglierli da questo impaccio ci pensarono gli stessi Capuani, che forse su suggerimento romano, con un atto formale, la deditio, cedettero tutto quanto apparteneva a Capua, abitanti edifici pubblici e privati, alla piena proprietà dello stato romano. In questo modo i Romani, accorrendo a difendere quanto da loro acquisito in proprietà, non ritennero di aver violato in alcun modo il patto con i Sanniti. qualche critico moderno ha voluto vedere in questo particolare tramandatoci dalla tradizione un'invenzione annalistica volta a giustificare un effettivo voltafaccia dell’accordo con i Sanniti; ma la deditio era un istituto di diritto pubblico in voga nel tempo e dunque non entra in contraddizione con il seguito degli avvenimenti.
Ne derivò quella che la tradizione ha tramandato come prima guerra sannitica che però si risolse in un paio d’anni ( 343-341) e senza scontri di particolare importanza. L’area del conflitto si limitò ai monti da cui i Sanniti scendevano per le scorrerie in pianura. In base a questi elementi alcuni critici moderni hanno negato alla prima guerra sannitica validità storica reputandola un antedatazione di avvenimenti riferentesi all’inizio della seconda guerra punica. Dopo la vittoria romana si giunse al ristabilimento della pace con i Sanniti. Venne effettuato lo sgombero della Campania da entrambe le parti e ciò diede via libera ai Sanniti nei confronti dei Sidicini che peraltro già rientravano nella loro zona d’influenza in base all’accordo del 354.
Per i momento né Sanniti né Romani avevano interesse a radicalizzare il conflitto: i Sanniti erano inespugnabili nelle loro montagne ma non disponevano di un'organizzazione militare capace di affrontare i Romani in campo aperto. Questi ultimi avevano sperimentato le difficoltà di operare in un territorio così lontano, cosa che aveva provocato anche alcuni episodi di insofferenza all’interno delle esercito, poi risolti con il rientro a marce forzato dei contingenti rivoltosi. Contestualmente i Romani strinsero vincoli di amicizia con l’aristocrazia campana che protessero dalla prospettiva incombente di nuove infiltrazioni sannitiche
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lunedì 1 ottobre 2012
L'alleanza di Roma con Sanniti ( 354 a.c) e Cartagine ( 348 a.c.)
A metà del IV secolo a.C. i Romani conquistarono anche la città di Sora nella riva sinistra dell’alto Liri: con la loro spinta offensiva verso sud avvennero i primi contatti con i Sanniti che si trovavano dall’altro lato del fiume Liri. I Sanniti erano una popolazione ancora allo stato tribale che si erano raggruppati in quattro zone: i Caraceni a nord del Sannio con centri principali Aufidena ( Alfidena) e Bovianum Vetus; al centro i Pentri nel Tiferno e nel Matese; gli Irpini a est di Benvento; i Caudini al confine con la Campania. Alla fine del V secolo alcuni gruppi mossero verso la Campania fondendosi con gli abitanti locali, Etruschi e Greci e costituendo nuove comunità a se stanti senza alcun rapporto con gli altri Sanniti rimasti sulle montagne. Romani e Sanniti decisero di stringere nel 354 A.C un patto di amicizia. Anche I Sanniti subivano le scorribande dei Galli strumentalizzate da Siracusa. Così come le azioni di disturbo condotte dalle navi greche sulle coste laziale ostacolavano la politica di preminenza di Roma sul Lazio. Da qui l’interesse di entrambi i popoli a fare fronte comune contro le rispettive minacce.
Per garantirsi la sicurezza sulle coste laziali Roma strinse nel 348 un nuovo accordo con Cartagine, il secondo dopo quello già stipulato nel 509. Anche in questo caso le clausole del trattato ci sono state tramandate da Polibio che le riprese dai documenti consultati negli archivi del tempio di Giove Capitolino: in cambio della garanzia della supremazia sul litorale laziale ( dove c’erano città autonome come Caere ma ad essa collegate), Roma riconosceva a Cartagine l’incontrastata superiorità nei traffici marittimi del Tirreno e del Mediterraneo occidentale. Anche Roma aveva interesse in tali traffici e per questo si serviva dei porti di Anzio e di Circei ma sopratutto di quello di Ostia, sulla foce del Tevere, la cui costruzione è accertata a partire dal IV sec a.C. Tramite questo porto i Romani tendevano ad allacciare relazioni con i principali porti meditrerranei e per questo era importante stringere patti con le principali potenze marinare per tutelarsi dagli atti di pirateria praticati su larga scala in tutti i mari e da tutte le marinerie.
Per garantirsi la sicurezza sulle coste laziali Roma strinse nel 348 un nuovo accordo con Cartagine, il secondo dopo quello già stipulato nel 509. Anche in questo caso le clausole del trattato ci sono state tramandate da Polibio che le riprese dai documenti consultati negli archivi del tempio di Giove Capitolino: in cambio della garanzia della supremazia sul litorale laziale ( dove c’erano città autonome come Caere ma ad essa collegate), Roma riconosceva a Cartagine l’incontrastata superiorità nei traffici marittimi del Tirreno e del Mediterraneo occidentale. Anche Roma aveva interesse in tali traffici e per questo si serviva dei porti di Anzio e di Circei ma sopratutto di quello di Ostia, sulla foce del Tevere, la cui costruzione è accertata a partire dal IV sec a.C. Tramite questo porto i Romani tendevano ad allacciare relazioni con i principali porti meditrerranei e per questo era importante stringere patti con le principali potenze marinare per tutelarsi dagli atti di pirateria praticati su larga scala in tutti i mari e da tutte le marinerie.
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sabato 14 luglio 2012
Roma e le tensioni con Ernici, Tarquinia e Caere . Le Tabulae Ceritium
Contestualmente al ripristino dell’alleanza con i Latini ( 358), Roma dovete affrontare nuovi focolai di guerra. Nel Lazio settentrionale si ebbero delle contese sanguinose con Tarquinia che vennero risolte da una pace nel 351 a.C. Anche con Caere si ebbero delle tensioni che misero a rischio l’antica alleanza, ma non si arrivò a degli scontri armati. Anzi con quest'ultima nel 353 venne stretto un patto di amicizia della durata di cento anni. Dallo scambio tra le due città dei diritti civili, ius commercii e ius connubii, già praticato come detto dalle famiglie più ricche, si venne formando una particolare categoria di persone che acquisivano dei diritti civili propri del cittadino romano , ma senza godere dei diritti politici, e per questo venivano registrati come cittadini sine sufragio. Tale gruppo si venne progressivamente allargando man mano che ad essa venivano inclusi cittadini romani che per colpe commesse venivano privati dal censore dei diritti politici. ( e per questo motivo la dizione Tabulae Caeritium in cui venivano registrati i nomi di queste persone che non godevano dei diritti politici, venne assumendo una connotazione spregiativa del tutto assente in origine).
A sud nel 358 si ebbero delle tensioni con gli Ernici risoltesi però prontamente. Nel 357 invece scoppiarono delle rivolte dei Volsci di Priverno e nel 354 di Tivoli spalleggiata da Praeneste. In entrambi in casi i Romani ebbero la meglio, riuscendo anche a scacciare da Satrico la colonia di Volsci che vi si erano nuovamente insediata ( 348).
A sud nel 358 si ebbero delle tensioni con gli Ernici risoltesi però prontamente. Nel 357 invece scoppiarono delle rivolte dei Volsci di Priverno e nel 354 di Tivoli spalleggiata da Praeneste. In entrambi in casi i Romani ebbero la meglio, riuscendo anche a scacciare da Satrico la colonia di Volsci che vi si erano nuovamente insediata ( 348).
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giovedì 9 febbraio 2012
Volsci, Equi, Falisci, Tarquinia si rivoltano a Roma. L'incorporazione di Tuscolo ( prima metà IV secolo a.C.)
L’assalto dei Galli del 390 A..C impose ai romani un brusco arresto del loro sviluppo dando ai popoli laziali un'insperata possibilità di ridimensionarne la supremazia prima che diventasse inarrestabile. L’anno successivo al saccheggio di Brenno si formò un alleanza antiromana comprendente i Volsci del Lazio meridionale stanziati ad Anzio, Satrico, Ecetra, gli Etruschi di Tarquinia, i Falisci di Falerii e gli Equi dell’entroterra appenninico. A dimostrazione di come il Foedus Cassianum li vedesse in una posizione di netta subordinazione, anche i Latini furono sul punto di entrare nella coalizione, ma il fatto di trovarsi circondati da presidi coloniali romani ne avrebbe reso complicati i loro movimenti e ciò li indusse a più miti consigli e a inviare solo contingenti di volontari.
I Romani però non si fecero sorprendere e approntarono le contromisure: verso il 378 costruirono una nuova cinta muraria in pietra con uno sviluppo di 11 km che ripercorreva le antiche mura serviane, includendo però anche il Campidoglio e l’Aventino; venne riorganizzato l’esercito in modo da renderlo più mobile ed efficiente, creando anche una forza di riserva così da non ripetere quanto avvenuto nello scontro del fiume Allia dove vennero concentrate tutte le forze disponibili lasciando sguarnita la difesa della città. Per di più con l’approvazione delle leges Licinie Sextiae veniva ricomposto l’antico dissidio tra patrizi e plebei con l’immissione di esponenti di questi ultimi al consolato. Nel frattempo l’alleanza con Caere divenne ancora più stretta tanto da stabilire tra Romani e Ceriti lo ius connubii, cioè il diritto di matrimonio e lo ius commercii, cioè la possibilità per i Romani di possedere beni a Caere e viceversa per i Ceriti a Roma, nonché di adire con pari diritti ai tribunali locali in caso di vertenze. L’alleanza tra le due città consentiva a Roma di avere un appoggio in caso di contrasti con gli Etruschi e a Caere di avere coperte le spalle in un periodo in cui le incursioni di Dionisiodi Siracusa sulle sue coste si intensificavano.
Grazie a questi sforzi i Romani, guidati da Furio Camillo, crearono le premesse per assicurarsi un'importante vittoria contro i Volsci di Velletri a Maecium ( 389 a.C.) , avvenimento registrato oltre che dalle annotazioni pontificali anche dai più antichi annalisti. Sulle terre conquistate si insediarono dei coloni e anche Satrico entrò a far parte del dominio romano. Una penetrazione in territori tradizionalmente sotto influenza latina che testimoniava l’accresciuta volontà di potenza di Roma .
A nord anche gli Equi e i Falisci subirono dei rovesci: nel tentativo di conquistare Sutri, dovettero cedere ai Romani due centri, Cortuosa e Contenebra. Gli Equi tornarono all’offensiva nel 383 sostenuti dai Prenestini che vedevano nel presidio romano di Satrico un ostacolo ai propri commerci con il porto di Anzio. La guerra inizialmente loro favorevole finì per capovolgersi e i Romani cinsero d’assedio Praeneste costringendola a cedere nove località. A sostegno di Praeneste erano giunti gruppi di volontari dalla latina Tuscolo dove si contrapponevano due fazioni, una favorevole, l’altra contraria a Roma. Alla conclusione della guerra con Preneste, anche Tuscolo si adeguò e la fazione filo-romana prevalse. Ne conseguì l’incorporazione di Tuscolo nello stato romano con uguaglianza nei diritti civili e politici per i suoi cittadini: i suoi magistrati sopravvissero con compiti puramente religiosi e amministrativi; per il resto la città dipendeva completamente dai magistrati romani. Con la defezione di Tuscolo la lega latina perse molta della sua influenza politica nel Lazio. Roma con la sua presenza nei colli Albani finiva per controllare dappresso tutti i movimenti dei Latini che cercarono di riportare dalla propria Tuscolo senza successo. Anche la spedizione in collaborazione con i Volsci contro il presidio romano di Satrico non ebbe miglior esito. Sta di fatto che dopo anni di rapporti incerti Romani e Latini ripristinarono nel 358 a.C. l’antico Foedus Cassianum. Le ragioni di questa rinnovata collaborazione stanno nel convergente interesse a tutelarsi contro le incursioni che minacciavano gli interessi commerciali di entrambe le parte. In particolare la minaccia veniva da Dionisio di Siracusa, dall’altra dalle scorrobande dei Galli. Nel 360 Roma aveva sconfitto Tivoli alleata con bande di Galli, queste ultime a loro volta fomentate dallo stesso Dionisio. Da qui la decisione di mettere da parte le divergenze per fronteggiare la comune minaccia. Un alleanza in cui fu Roma a trarre il maggiore profitto.
fonti:
G. Antonelli, Storia di Roma antica dalle origini alla fine della Repubblica, Newton Compton 1994
A. Bernardi, Prove di Storia. Saggi di storia romana, IBIS, 2001
A. Giardina; A. Schiavone, Storia di Roma, Einaudi 1999
I. Montanelli, Storia di Roma, Rizzoli, 1998
I Romani però non si fecero sorprendere e approntarono le contromisure: verso il 378 costruirono una nuova cinta muraria in pietra con uno sviluppo di 11 km che ripercorreva le antiche mura serviane, includendo però anche il Campidoglio e l’Aventino; venne riorganizzato l’esercito in modo da renderlo più mobile ed efficiente, creando anche una forza di riserva così da non ripetere quanto avvenuto nello scontro del fiume Allia dove vennero concentrate tutte le forze disponibili lasciando sguarnita la difesa della città. Per di più con l’approvazione delle leges Licinie Sextiae veniva ricomposto l’antico dissidio tra patrizi e plebei con l’immissione di esponenti di questi ultimi al consolato. Nel frattempo l’alleanza con Caere divenne ancora più stretta tanto da stabilire tra Romani e Ceriti lo ius connubii, cioè il diritto di matrimonio e lo ius commercii, cioè la possibilità per i Romani di possedere beni a Caere e viceversa per i Ceriti a Roma, nonché di adire con pari diritti ai tribunali locali in caso di vertenze. L’alleanza tra le due città consentiva a Roma di avere un appoggio in caso di contrasti con gli Etruschi e a Caere di avere coperte le spalle in un periodo in cui le incursioni di Dionisiodi Siracusa sulle sue coste si intensificavano.
Grazie a questi sforzi i Romani, guidati da Furio Camillo, crearono le premesse per assicurarsi un'importante vittoria contro i Volsci di Velletri a Maecium ( 389 a.C.) , avvenimento registrato oltre che dalle annotazioni pontificali anche dai più antichi annalisti. Sulle terre conquistate si insediarono dei coloni e anche Satrico entrò a far parte del dominio romano. Una penetrazione in territori tradizionalmente sotto influenza latina che testimoniava l’accresciuta volontà di potenza di Roma .
A nord anche gli Equi e i Falisci subirono dei rovesci: nel tentativo di conquistare Sutri, dovettero cedere ai Romani due centri, Cortuosa e Contenebra. Gli Equi tornarono all’offensiva nel 383 sostenuti dai Prenestini che vedevano nel presidio romano di Satrico un ostacolo ai propri commerci con il porto di Anzio. La guerra inizialmente loro favorevole finì per capovolgersi e i Romani cinsero d’assedio Praeneste costringendola a cedere nove località. A sostegno di Praeneste erano giunti gruppi di volontari dalla latina Tuscolo dove si contrapponevano due fazioni, una favorevole, l’altra contraria a Roma. Alla conclusione della guerra con Preneste, anche Tuscolo si adeguò e la fazione filo-romana prevalse. Ne conseguì l’incorporazione di Tuscolo nello stato romano con uguaglianza nei diritti civili e politici per i suoi cittadini: i suoi magistrati sopravvissero con compiti puramente religiosi e amministrativi; per il resto la città dipendeva completamente dai magistrati romani. Con la defezione di Tuscolo la lega latina perse molta della sua influenza politica nel Lazio. Roma con la sua presenza nei colli Albani finiva per controllare dappresso tutti i movimenti dei Latini che cercarono di riportare dalla propria Tuscolo senza successo. Anche la spedizione in collaborazione con i Volsci contro il presidio romano di Satrico non ebbe miglior esito. Sta di fatto che dopo anni di rapporti incerti Romani e Latini ripristinarono nel 358 a.C. l’antico Foedus Cassianum. Le ragioni di questa rinnovata collaborazione stanno nel convergente interesse a tutelarsi contro le incursioni che minacciavano gli interessi commerciali di entrambe le parte. In particolare la minaccia veniva da Dionisio di Siracusa, dall’altra dalle scorrobande dei Galli. Nel 360 Roma aveva sconfitto Tivoli alleata con bande di Galli, queste ultime a loro volta fomentate dallo stesso Dionisio. Da qui la decisione di mettere da parte le divergenze per fronteggiare la comune minaccia. Un alleanza in cui fu Roma a trarre il maggiore profitto.
fonti:
G. Antonelli, Storia di Roma antica dalle origini alla fine della Repubblica, Newton Compton 1994
A. Bernardi, Prove di Storia. Saggi di storia romana, IBIS, 2001
A. Giardina; A. Schiavone, Storia di Roma, Einaudi 1999
I. Montanelli, Storia di Roma, Rizzoli, 1998
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sabato 27 novembre 2010
Brenno: nome proprio gallico o titolo di comando?
Vi sono due interpretazioni principali relativamente al significato che i Galli davano alla parola Brenno: secondo alcuni studiosi Brenno indicherebbe un nome proprio di persona, secondo altri era una parola che nella lingua celtica designava il re o il comandante militare della tribù.
Tra i personaggi denominati in questo modo spicca un condottiero dei Galli Senoni stanziati nel IV secolo a.C tra il Rubicone e il Metauro.
La tradizione narra che Brenno, istigato da Arunte di Chiusi, conquistò in sei anni tutte le terre tra Ravenna e il Piceno; lo stesso Arunte lo indusse a coingere d'assediò Chiusi, che a sua volta chiese aiuto a Roma. Il senato vi inviò tre Fabii in qualità di ambasciatori, i quali però soccorsero i chiusini nella difesa della città. Brenno irritato per questo comportamento si scontrò con i Romani vincendoli fiume Allia (390); quindi penetrò a Roma dove trovò solo 80 senatori posti sulle loro sedie d'avorio, che vennero uccisi. Dopo aver incendiato le case mosse contro il Campidoglio dove erano asserragliati i resistenti. Brenno scovò una via sconosciuta che lo condusse fin quasi alla rocca capitolina; ma il Campidoglio fu salvato dallo starnazzare delle oche e dal coraggio del console Marco Manlio che respinse i Galli e che in onore di questa impresa fu appunto soprannominato Capitolino. I Romani però furono costretti a venire a patti e a pagare mille libbre d'oro ai vincitori; ma l'oro probabilmente venne pesato con bilance truccate e ciò scatenò le proteste dei Romani: fu in questa occasione che in risposta Brenno avrebbe pronunciato il celebre detto Vae victis, «guai ai vinti». In quel frangente sopraggiunse Marco Furio Camillo, alla testa di un forte esercito che aveva sconfitto i Galli rimasti alle porte di Roma, e sconfisse Brenno , costringendolo a ritirarsi.
Un altro Brenno guidò un invasione di Galli (i galati degli scrittori greci) nella penisola balcanica e in Asia Minore. Stando al racconto di Pausania, si trattava di Galli stanziatisi sotto Sigoveso aveva in Germania e nella Pannonia: una loro prima spedizione venne guidata da Cambaule, cui seguì una seconda al comando di Belgio, una terza al comando di Brenno, e una quarta sotto il comando di Ceretrio. . L'inizio dell'invasione in Grecia andrebbe datata attorno all'anno 281-280 a. C. e i Galli l'avrebbero affrontata forti di un esercito di 150.000 uomini con 15.000 cavalli.
Brenno invase la Grecia centrale nel 279-78 a. C. dirigendosi verso il tempio di Apollo a Delfi per farvi ricco bottino ma venne sconfitto dall' esercito greco, aiutato da una fortissima bufera, suscitata secondo la leggenda dallo stesso Apollo. Nell'occasione Brenno si uccise e la maggior parte superstiti soccombettero nella ritirata.
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martedì 2 novembre 2010
I Galli di Brenno assediano Roma.Verità storica e leggende delle incursioni nel IV secolo A.c.
Negli stessi anni in cui i Romani conquistavano Veio, i Galli si inoltravano nell’Etruria conquistando Melpum (l’odierna Melzo). Nel 390 alcune migliaia di Galli guidati da Brenno ( ma è dubbio se si tratti di un nome proprio o del titolo con cui i Galli designavano il loro comandante) si presentarono davanti a Chiusi reclamando terre. I Chiusini chiesero aiuto ai Romani che mandarono un ambasceria, la quale però si lasciò coinvolgere nella controversia. I Galli forse per la difficoltà di concludere con successo l’assedio, e offesi per l’intervento romano imboccarono la valle del Tevere e si diressero verso l’Urbe. Qui incontrarono l’esercito giunto precipitosamente loro incontro e lo sbaragliarono al fiume Allia in una delle sconfitte rimaste maggiormente impresse nella memoria romana tanto che il 18 luglio, giorno in cui si svolse quella battaglia , venne segnato sul calendario come dies religiosus, ovverosia giorno in cui non si doveva tentare alcuna impresa a causa della sperimentata ostilità divina.
I romani sorpresi dall’irruenza gallica ritennero di non riuscire a riorganizzare in tempo un esercito per difendere la città e optarono per asserragliarsi nella rocca Capitolina. Inviarono donne e bambini nelle città vicine, sopratutto Caere, dove si rifugiarono anche le Vestali con gli arredi sacri della città. I Galli trovando la città deserta la saccheggiarono mettendola a ferro e fuoco; il successivo assalto alla rocca fallì anche grazie agli atti di coraggio di Marco Manlio, poi soprannominato Capitolino. L’assedio venne tolto solo una volta che i Galli ottennero il riscatto in oro che avevano chiesto.
I Romani produssero racconti leggendari in serie sull’avvenimento con lo scopo di attenuare le conseguenze del rovescio. Il racconto dei senatori, seduti sui loro scranni con indosso le loro toghe, che incutono il rispetto degli assalitori che operano il massacro quando uno di essi reagisce colpendo con un bastone il guerriero che gli ha toccato la barba non ha riscontri storici e testimonia più che altro il prestigio che riscuoteva il Senato nel momento in cui il racconto venne elaborato. Il famoso episodio delle oche che starnazzano per avvertire gli abitanti che i Galli stanno cercando di scalare la rocca da un punto meno presidiato va interpretato tenendo conto che le oche erano gli animali sacri a Giunone, dea che già durante l’assedio di Veio aveva manifestato il suo favore verso i Romani e che anche ora secondo la popolazione aveva concesso loro la sua protezione.
L’episodio di Brenno che getta la sua spada sul piatto della bilancia mentre vi pesa l’oro del riscatto e formula la frase “Vae victis” ( Guai ai vinti) deve ritenersi un pretesto per poi inserirvi l’episodio assolutamente inventato dell’intervento di Furio Camillo che interviene a guidare i concittadini alla cacciata degli invasori. Storicamente attendibile è invece l’episodio del trasferimento a Caere delle Vestali e degli arredi sacri da parte di un Lucio Albino, ulteriore conferma dell’importanza che si attribuiva all’aspetto religioso per la sopravvivenza di una città; se Roma poté riprendersi dal rovescio con i Galli lo si deve anche al fatto di aver potuto salvaguardare con gli arredi sacri le sue fondamenta religiose e ciò dava a tutti i romani maggiore fiducia nell’avvenire e slancio nell’azione. Ugualmente certo è il riscatto in oro ottenuto dai Galli, che a causa della loro indole nomade richiedevano oggetti preziosi trasportabili. E in ragione del lungo assedio, una volta ottenuto ciò che desideravano preferirono trasferirsi verso il Meridione alla ricerca di nuove terre da razziare. Qui sembra che dopo un primo scontro con gli Iapigi, avrebbero subito sulla via del ritorno un imboscata da parte dei Ceriti. Da nord non si registrarono in quel tempo altre incursioni anche perchè i Galli dovevano fronteggiare l’aggressività dei Veneti e di altre tribù della zona alpina.
La successiva invasione dei Galli si ebbe nel 360 A.C: dopo essersi impadroniti di Felsinia, da loro ribattezzata Bononia si diressero verso i colli Albani ma non tentarono l’assedio a Roma che nel frattempo aveva notevolmente rafforzate le sue mura. Altre bande di Galli si spinsero nel Lazio nel 345 e nel 331: con loro Roma venne a patti. Successivamente gruppi di galli si spinsero verso Sud dove operarono come soldati mercenari delle varie città della Magna Grecia.
I romani sorpresi dall’irruenza gallica ritennero di non riuscire a riorganizzare in tempo un esercito per difendere la città e optarono per asserragliarsi nella rocca Capitolina. Inviarono donne e bambini nelle città vicine, sopratutto Caere, dove si rifugiarono anche le Vestali con gli arredi sacri della città. I Galli trovando la città deserta la saccheggiarono mettendola a ferro e fuoco; il successivo assalto alla rocca fallì anche grazie agli atti di coraggio di Marco Manlio, poi soprannominato Capitolino. L’assedio venne tolto solo una volta che i Galli ottennero il riscatto in oro che avevano chiesto.
I Romani produssero racconti leggendari in serie sull’avvenimento con lo scopo di attenuare le conseguenze del rovescio. Il racconto dei senatori, seduti sui loro scranni con indosso le loro toghe, che incutono il rispetto degli assalitori che operano il massacro quando uno di essi reagisce colpendo con un bastone il guerriero che gli ha toccato la barba non ha riscontri storici e testimonia più che altro il prestigio che riscuoteva il Senato nel momento in cui il racconto venne elaborato. Il famoso episodio delle oche che starnazzano per avvertire gli abitanti che i Galli stanno cercando di scalare la rocca da un punto meno presidiato va interpretato tenendo conto che le oche erano gli animali sacri a Giunone, dea che già durante l’assedio di Veio aveva manifestato il suo favore verso i Romani e che anche ora secondo la popolazione aveva concesso loro la sua protezione.
L’episodio di Brenno che getta la sua spada sul piatto della bilancia mentre vi pesa l’oro del riscatto e formula la frase “Vae victis” ( Guai ai vinti) deve ritenersi un pretesto per poi inserirvi l’episodio assolutamente inventato dell’intervento di Furio Camillo che interviene a guidare i concittadini alla cacciata degli invasori. Storicamente attendibile è invece l’episodio del trasferimento a Caere delle Vestali e degli arredi sacri da parte di un Lucio Albino, ulteriore conferma dell’importanza che si attribuiva all’aspetto religioso per la sopravvivenza di una città; se Roma poté riprendersi dal rovescio con i Galli lo si deve anche al fatto di aver potuto salvaguardare con gli arredi sacri le sue fondamenta religiose e ciò dava a tutti i romani maggiore fiducia nell’avvenire e slancio nell’azione. Ugualmente certo è il riscatto in oro ottenuto dai Galli, che a causa della loro indole nomade richiedevano oggetti preziosi trasportabili. E in ragione del lungo assedio, una volta ottenuto ciò che desideravano preferirono trasferirsi verso il Meridione alla ricerca di nuove terre da razziare. Qui sembra che dopo un primo scontro con gli Iapigi, avrebbero subito sulla via del ritorno un imboscata da parte dei Ceriti. Da nord non si registrarono in quel tempo altre incursioni anche perchè i Galli dovevano fronteggiare l’aggressività dei Veneti e di altre tribù della zona alpina.
La successiva invasione dei Galli si ebbe nel 360 A.C: dopo essersi impadroniti di Felsinia, da loro ribattezzata Bononia si diressero verso i colli Albani ma non tentarono l’assedio a Roma che nel frattempo aveva notevolmente rafforzate le sue mura. Altre bande di Galli si spinsero nel Lazio nel 345 e nel 331: con loro Roma venne a patti. Successivamente gruppi di galli si spinsero verso Sud dove operarono come soldati mercenari delle varie città della Magna Grecia.
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sabato 2 ottobre 2010
Marco Furio Camillo, dux fatalis
Marco Furio Camillo (fine del V sec. a.C. - 365 a.C.) generale romano, esponente di un’importante famiglia patrizia, fu per ben sei volte tribuno militare con potestà consolare, per cinque volte dittatore e una volta censore, ottenendo in quattro occasioni le celebrazioni trionfali.
Si segnalò nel 396 A.C, quando da dittatore conquistò Veio già assediata da dieci anni incrementando notevolmente il dominio territoriale di Roma. Dopo aver concluso la pace con i Falisci, subì una condanna che lo costrinse all’esilio ad Ardea (391). E’ poco verosimile la tradizione secondo cui Camillo sarebbe ritornato in patria nel 390 in occasione dell’assedio dei Galli ,e dopo aver posto fine alle trattative di riscatto con la famosa frase “Non con l'oro ma con il ferro si salva la patria”, avrebbe sconfitto gli invasori . Grande personalità, fu soprannominato Secondo Fondatore di Roma.
In virtù delle sue imprese la leggenda lo qualificò come dux fatalis, un condottiero sostenuto dalla Fortuna benevola degli dei derivante dalla pietas manifestata in episodi come quello in cui si oppone alla decisione dei tribuni della plebe di non ricostruire la città dopo il saccheggio dei Galli. Camillo nell’occasione sostiene che quando i Romani hanno seguito le indicazioni divine gli eventi si sono rivelati favorevoli alla Città. Da qui il dovere di assecondare la buona disposizione divina riedificando l’Urbe, i cui lavori personalmente diresse.
Un’altra virtù di Camillo fu la lealtà: durante l’assedio della capitale dei Falici, Faleri, riconsegnò al nemico il maestro che con i tradimento aveva consegnato i figli dei cittadini più in vista della città “Anche la guerra come la pace ha le sue leggi: noi abbiamo appreso a conservarle con giustizia non inferiore alla forza”. Tuttavia la storiografia non manca di riportare alcune qualità negative, come le tendenza ad accentrare il potere e la gloria che gli attirarono le antipatie che sarebbero all’origine dell’esilio.
Infine va ricordata la conduzione nel 389 a.C., delle guerre contro gli Equi, gli Ernici e i Volsci; Incrementò gli effettivi dell’esercito, introdusse lo stipendio per i nullatenenti, e costruì solide fortificazioni attorno al Campidoglio
Si segnalò nel 396 A.C, quando da dittatore conquistò Veio già assediata da dieci anni incrementando notevolmente il dominio territoriale di Roma. Dopo aver concluso la pace con i Falisci, subì una condanna che lo costrinse all’esilio ad Ardea (391). E’ poco verosimile la tradizione secondo cui Camillo sarebbe ritornato in patria nel 390 in occasione dell’assedio dei Galli ,e dopo aver posto fine alle trattative di riscatto con la famosa frase “Non con l'oro ma con il ferro si salva la patria”, avrebbe sconfitto gli invasori . Grande personalità, fu soprannominato Secondo Fondatore di Roma.
In virtù delle sue imprese la leggenda lo qualificò come dux fatalis, un condottiero sostenuto dalla Fortuna benevola degli dei derivante dalla pietas manifestata in episodi come quello in cui si oppone alla decisione dei tribuni della plebe di non ricostruire la città dopo il saccheggio dei Galli. Camillo nell’occasione sostiene che quando i Romani hanno seguito le indicazioni divine gli eventi si sono rivelati favorevoli alla Città. Da qui il dovere di assecondare la buona disposizione divina riedificando l’Urbe, i cui lavori personalmente diresse.
Un’altra virtù di Camillo fu la lealtà: durante l’assedio della capitale dei Falici, Faleri, riconsegnò al nemico il maestro che con i tradimento aveva consegnato i figli dei cittadini più in vista della città “Anche la guerra come la pace ha le sue leggi: noi abbiamo appreso a conservarle con giustizia non inferiore alla forza”. Tuttavia la storiografia non manca di riportare alcune qualità negative, come le tendenza ad accentrare il potere e la gloria che gli attirarono le antipatie che sarebbero all’origine dell’esilio.
Infine va ricordata la conduzione nel 389 a.C., delle guerre contro gli Equi, gli Ernici e i Volsci; Incrementò gli effettivi dell’esercito, introdusse lo stipendio per i nullatenenti, e costruì solide fortificazioni attorno al Campidoglio
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venerdì 30 aprile 2010
La battaglia del monte Algido ( 431 a.C.) Aulo Postumio Tuberto
L'Algidus, il Monte Algido, bastione montuoso dei Colli Albani tra l'agro tuscolano e il Veliterno era una formidabile postazione usata dagli Euqui - Aeternii hostes- per minacciare le pianure circostanti. Qui Aulo Postumio Tuberto , eletto dittatore, ottenne una decisiva vittoria per i Romani contro una coalizione di Equi e Volsci. E' il 18 giugno del 431 a.C. La conquista dell'Algido consente a Roma di sventare la minaccia degli Equi.
Durante quella battaglia Postumio Tuberto farà giustiziare suo figlio per non aver obbedito agli ordini.
Durante quella battaglia Postumio Tuberto farà giustiziare suo figlio per non aver obbedito agli ordini.
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mercoledì 28 aprile 2010
Roma conquista Veio ( 396 a.C.).
La conquista di Veio ( 396 A.c) da parte di Furio Camillo, il dux fatalis nominato in quella circostanza dittatore dai romani, fu un avvenimento destinato ad avere conseguenze di grande portata per i periodi successivi. La altre città etrusche non intervenendo a favore della consorella avevano dato segno di debolezza nel loro legame federale. Segnali di un arretramento delle capacità espansionistiche etrusche si erano già avute con la conquista da partte dei sanniti di Capua (423) e Cuma (421)che aveva determinato la scomparsa della loro presenza in Campania. Anche a settentrione il potere degli etruschi si andava affievolendo a cause delle sempre più frequenti incursioni di tribù dei Galli che nel 390 penetrarono nel loro territorio giungendo fino a Roma. I romani invece con la conquista di Veio liberavano il fronte settentrionale da un’insidiosa minaccia e potevano così coltivare con più tranquillità la loro naturale propensione a espandersi verso sud
Veio, situata a una ventina di chilometri da Roma, sorgeva su uno sperone roccioso che gli forniva una difesa naturale dagli assalti. A ciò si aggiungevano le robuste mura che la proteggevano. Per questo motivo sorprende la sua capitolazione dopo appena un decennio di assedio, viste le scarse possibilità tecniche fornite all’arte militare del tempo. Qualcuno ha dubitato che la campagna di guerra contro Veio sia durata effettivamente dieci anni, vedendovi un collegamento leggendario con l’epopea troiana, ma il fatto che sia riportato sia da fonti romane che etrusche fa ritenere affidabile questo dato anche da un punto di vista storico.
Un episodio relativo alla caduta di Veio in apparenza leggendario potrebbe essersi anche effettivamente svolto. Veio sarebbe caduta quando un soldato romano avrebbe rubato le viscere di animali che i Veienti sacrificavano agli dei per ottenerne la protezione; per raggiungere l’obiettivo i Romani scavarono un cunicolo sotto le mura attraverso cui un soldato penetrò rubando le viscere scarificali; quando i Veienti si accorsero del furto si sentirono perduti. Tenendo conto dell’importanza che gli Etruschi attribuivano all’interpretazione delle viscere degli animali il fatto potrebbe essere anche autentico e dimostrerebbe che le guerre in antichità si risolvevano anche con questi stratagemmi, che a noi moderni possono apparire inverosimili, ma che appaiono credibili se ricollocati nella mentalità del tempo intrisa di riferimenti al magico. D’altronde i conquistatori consideravano gli dei di Veio aventi pari dignità rispetto ai propri e ponevano ogni cura nel garantire un adeguato culto nella propria comunità dove li trasferivano. Difatti Furio Camillo con una solenne invocazione ( evocatio) invitò la più importante divinità di Veio, Giunone Regina, a lasciarsi trasportare nella nuova località dove le sarebbero stati resi onori anche superiori a quanto gli venivano conferiti dai Veienti.
Abbiamo già detto come decisivo nelle sorti del conflitto sia stato il mancato aiuto portato a Veio dagli alleati della federazione sacrale etrusca, avente il suo centro a Volsinii, nel tempio di Veltha o Voltune ( in latino Voltumna), una divinità della vegetazione in onore del quale venivano svolti periodicamente giochi ginnici panetruschi. Va detto che una comune azione militare ci fu solo occasionalmente, mentre di regola le città etrusche anche in campo militare operavano ciascuna per conto proprio. Per l’occasione avvenne una riunione confederale nella quale si decise di abbandonare al suo destino Veio che d’altronde mantenendo il suo re lucumone costituiva un eccezione nel quadro delle città etrusche in cui già governavano le aristocrazie. A ciò si aggiunga la rivalità commerciale con alcune località, in primis Caere, che condivideva maggiori interessi con Roma, ed ecco spiegato l’isolamento in cui vennero a trovarsi i Veienti ad opera dei loro stessi alleati. Veio non fu completamente distrutta ma i suoi abitanti furono per la maggior parte passati a fil di spada o ridotti in schiavitù. Le fertili campagne circostanti vennero distribuite a coloni romani che vi crearono quattro nuove tribù in aggiunta alle 21 già esistenti ( di cui 20 risalenti a Servio Tullio). I Romani occuparono i territori dei piccoli centri che avevano dato una mano a Veio: Capena, Sutri e Nepet.. Nelle due ultime località vennero create due colonie latine per tacitare la preoccupazione degli alleati Latini di fronte al repentino espandersi di Roma che estendeva il suo controllo a nord dei monti Sabatini, a ridosso dei monti Cimini, in pieno territorio etrusco. Mentre i Romani trasformavano le loro guerre da esigenze di sopravvivenza a campagne di espansione e conquista, gli Etruschi per altro verso segnavano il passo.
Veio, situata a una ventina di chilometri da Roma, sorgeva su uno sperone roccioso che gli forniva una difesa naturale dagli assalti. A ciò si aggiungevano le robuste mura che la proteggevano. Per questo motivo sorprende la sua capitolazione dopo appena un decennio di assedio, viste le scarse possibilità tecniche fornite all’arte militare del tempo. Qualcuno ha dubitato che la campagna di guerra contro Veio sia durata effettivamente dieci anni, vedendovi un collegamento leggendario con l’epopea troiana, ma il fatto che sia riportato sia da fonti romane che etrusche fa ritenere affidabile questo dato anche da un punto di vista storico.
Un episodio relativo alla caduta di Veio in apparenza leggendario potrebbe essersi anche effettivamente svolto. Veio sarebbe caduta quando un soldato romano avrebbe rubato le viscere di animali che i Veienti sacrificavano agli dei per ottenerne la protezione; per raggiungere l’obiettivo i Romani scavarono un cunicolo sotto le mura attraverso cui un soldato penetrò rubando le viscere scarificali; quando i Veienti si accorsero del furto si sentirono perduti. Tenendo conto dell’importanza che gli Etruschi attribuivano all’interpretazione delle viscere degli animali il fatto potrebbe essere anche autentico e dimostrerebbe che le guerre in antichità si risolvevano anche con questi stratagemmi, che a noi moderni possono apparire inverosimili, ma che appaiono credibili se ricollocati nella mentalità del tempo intrisa di riferimenti al magico. D’altronde i conquistatori consideravano gli dei di Veio aventi pari dignità rispetto ai propri e ponevano ogni cura nel garantire un adeguato culto nella propria comunità dove li trasferivano. Difatti Furio Camillo con una solenne invocazione ( evocatio) invitò la più importante divinità di Veio, Giunone Regina, a lasciarsi trasportare nella nuova località dove le sarebbero stati resi onori anche superiori a quanto gli venivano conferiti dai Veienti.
Abbiamo già detto come decisivo nelle sorti del conflitto sia stato il mancato aiuto portato a Veio dagli alleati della federazione sacrale etrusca, avente il suo centro a Volsinii, nel tempio di Veltha o Voltune ( in latino Voltumna), una divinità della vegetazione in onore del quale venivano svolti periodicamente giochi ginnici panetruschi. Va detto che una comune azione militare ci fu solo occasionalmente, mentre di regola le città etrusche anche in campo militare operavano ciascuna per conto proprio. Per l’occasione avvenne una riunione confederale nella quale si decise di abbandonare al suo destino Veio che d’altronde mantenendo il suo re lucumone costituiva un eccezione nel quadro delle città etrusche in cui già governavano le aristocrazie. A ciò si aggiunga la rivalità commerciale con alcune località, in primis Caere, che condivideva maggiori interessi con Roma, ed ecco spiegato l’isolamento in cui vennero a trovarsi i Veienti ad opera dei loro stessi alleati. Veio non fu completamente distrutta ma i suoi abitanti furono per la maggior parte passati a fil di spada o ridotti in schiavitù. Le fertili campagne circostanti vennero distribuite a coloni romani che vi crearono quattro nuove tribù in aggiunta alle 21 già esistenti ( di cui 20 risalenti a Servio Tullio). I Romani occuparono i territori dei piccoli centri che avevano dato una mano a Veio: Capena, Sutri e Nepet.. Nelle due ultime località vennero create due colonie latine per tacitare la preoccupazione degli alleati Latini di fronte al repentino espandersi di Roma che estendeva il suo controllo a nord dei monti Sabatini, a ridosso dei monti Cimini, in pieno territorio etrusco. Mentre i Romani trasformavano le loro guerre da esigenze di sopravvivenza a campagne di espansione e conquista, gli Etruschi per altro verso segnavano il passo.
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sabato 24 aprile 2010
A Fidenae primi scontri tra Roma e Veio
La presenza dei Romani sui colli Albani e il controllo su entrambi i lati della via Latina ostacolavano i piani commerciali degli Etruschi, di Veio in particolare che dovette optare per l’utilizzo di una strada più ad Est che attraversava il Tevere a Fidenae. Da qui la strada proseguiva sulla valle del Trerus, quindi sulla valle del Liri per poi giungere in Campania. Fidenae era dunque un luogo cruciale per i commerci etrusco-campani. Da qui la lunga contesa per il suo controllo tra Veio e Roma conclusa a favore di quest’ultima nel 426 A.C con la contestuale uccisione del re di Veio, Larte Tolumnio da parte di A. Cornelio Crasso che ne consacrò le spoglie opime al tempio di Giove Feretrio. Con la conquista di Fidenae, resa possibile dalla precedente pacificazione del Lazio Centrale ( e culminata nella vittoria del Monte Algido), e la presenza sulla via latina Roma aveva il controllo dei traffici commerciali verso la Campania. A rendere più solida questa posizione un antico foedus con Lavinio che impediva colpi di mano dei Volsci da sud-ovest, nella Pianura Pontina. Roma aveva inoltre rafforzato la sua testa di ponte sul Tevere, verso l’area del Gianicolo, riuscendo però a mantenere buoni rapporti con Caere, l’altra fiorente città dell’Etruria meridionale. L’amicizia con Roma nasceva dalla rivalità commerciale di Caere con Veio.
Alla fine del V sec. Si erano crete le condizioni per il predominio di Roma sul Lazio, una preminenza che si stava affermando già in età regia ma che aveva avuto una battuta d’arresto in virtù dei contrasti sociali interni tra patrizi e plebei.
In questo periodo Roma riprende a svilupparsi anche sul piano economico: ciò è dimostrato dal fatto che i questori, incaricati già in età regia dell’amministrazione finanziaria e delle istruttorie giudiziarie, vennero portati da due a quattro nel 421 a.C, diventando anche i custodi del tesoro pubblico conservato nel tempio di Saturnio e ricavato dall’incasso delle multe calcolato probabilmente in proporzione al reddito di ognuno, e non più con lo stesso importo per tutti.
Proseguì anche lo sviluppo sociale: a testimoniarlo l’accesso alla carica di questore per i plebei nel 409 a.c e la loro aumentata presenza tra i tribuni militari. Questi ultimi vennero portati nel 405 A.C da quattro a sei a indicare un incremento delle fila dell’esercito e contestualmente un aumento della popolazione.
Alla fine del V sec. Si erano crete le condizioni per il predominio di Roma sul Lazio, una preminenza che si stava affermando già in età regia ma che aveva avuto una battuta d’arresto in virtù dei contrasti sociali interni tra patrizi e plebei.
In questo periodo Roma riprende a svilupparsi anche sul piano economico: ciò è dimostrato dal fatto che i questori, incaricati già in età regia dell’amministrazione finanziaria e delle istruttorie giudiziarie, vennero portati da due a quattro nel 421 a.C, diventando anche i custodi del tesoro pubblico conservato nel tempio di Saturnio e ricavato dall’incasso delle multe calcolato probabilmente in proporzione al reddito di ognuno, e non più con lo stesso importo per tutti.
Proseguì anche lo sviluppo sociale: a testimoniarlo l’accesso alla carica di questore per i plebei nel 409 a.c e la loro aumentata presenza tra i tribuni militari. Questi ultimi vennero portati nel 405 A.C da quattro a sei a indicare un incremento delle fila dell’esercito e contestualmente un aumento della popolazione.
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mercoledì 14 aprile 2010
I Romani sui Colli Albani. L'ascesa dei plebei con la lex Iulia e la lex Canuleia
A Roma , nella seconda metà del V secolo A.c emergeva un quadro sociale in cui era chiara l’ascesa dei plebei. La concessione di terre nell’Aventino ( 456 a.c) fatta con la lex Iulia, la codificazione scritta decemvirale del 451-450 A.c ( meglio nota come leggi delle Dodici tavole) sollecitata dai patrizi per sottrarsi all’arbitrio di leggi consuetudinarie applicate da magistrati patrizi che monopolizzavano le magistrature statali, infine la lex Canuleia che aboliva il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei codificato appena cinque anni prima dai patrizi in un estremo tentativo di rinchiudersi in casta separata devono essere considerate tutte espressioni di questa tendenza. A questo processo contribuì la soluzione di compromesso per l’ammissione dei plebei, sinora esclusi, alle magistrature supreme, con la sospensione periodica del consolato e il conferimento dei poteri agli annuali tribuni militari patrizi e plebei. Di conseguenza venne a esserci una maggiore disponibilità verso i problemi esterni tanto più che per un verso la pressione degli Etruschi si era allentata a causa della penetrazione delle marinerie greche davanti alle coste dell’Etruria, e contemporanea si era assistito a un diradarsi delle scorrerie dei Sabini dopo che alcuni loro avamposti si erano venuti insediando stabilmente tra il Tevere e l’Aniene, costituendo un ostacolo ai nuovi assalti dei loro connazionali che erano rimasti nelle zona più interna. Anzi con questi Roma istituì rapporti di collaborazione per ciò che concerne la transumanza delle greggi e il commercio del sale. Reso più sicuro il fronte settentrionale Roma potè volgere l’attenzione verso il Lazio meridionale dove i Volsci, insediatisi in centri come Anzio, Satirico, Ecetra, avevano anch’essi perduta la loro iniziale bellicosità.
I Romani erano ora presenti anche sui colli Albani, che erano oggetto delle continue pressioni dei Volsci. Nel 431 A.C un loro esercito guidato dal console A. Postumio Tuberto, accorse in aiuto dei Latini in virtù delle clausole del Foedus Cassianum e ottenne una importante vittoria nei confronti dei Volsci e degli Equi. Una parte della critica moderna ha cercato vanamente di dimostrare che Tuberto fosse un comandante latino abusivamente inserito dai Romani nelle loro fila per vanagloria personale. Dopo la battaglia sull’Algido anche gli Equi perdettero la loro antica aggressività . Nei territori ad essi sottratti i Romani fondarono delle piccole località in cui insediare coloni: Boia, Corbio, Vitella, Verrugo, Labici, Cervantum. In questo modo venne creata un testa di ponte sui colli Albani verso i territori confinate con Tuscolo e Preneste che consentì ai Romani il controllo del territorio su cui sarebbe sorta la futura via Latina, strada di congiunzione commerciale tra Etruria e Campania.
I Romani erano ora presenti anche sui colli Albani, che erano oggetto delle continue pressioni dei Volsci. Nel 431 A.C un loro esercito guidato dal console A. Postumio Tuberto, accorse in aiuto dei Latini in virtù delle clausole del Foedus Cassianum e ottenne una importante vittoria nei confronti dei Volsci e degli Equi. Una parte della critica moderna ha cercato vanamente di dimostrare che Tuberto fosse un comandante latino abusivamente inserito dai Romani nelle loro fila per vanagloria personale. Dopo la battaglia sull’Algido anche gli Equi perdettero la loro antica aggressività . Nei territori ad essi sottratti i Romani fondarono delle piccole località in cui insediare coloni: Boia, Corbio, Vitella, Verrugo, Labici, Cervantum. In questo modo venne creata un testa di ponte sui colli Albani verso i territori confinate con Tuscolo e Preneste che consentì ai Romani il controllo del territorio su cui sarebbe sorta la futura via Latina, strada di congiunzione commerciale tra Etruria e Campania.
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giovedì 8 aprile 2010
L'alleanza tra Romani e Latini contro le incursioni di Equi e Volsci ( prima metà del V secolo a.C)
Durante il V sec a.C., nonostante a Roma prendesse piede la lotta interna tra patrizi e plebei, con questi ultimi organizzatisi quasi come uno Stato dentro lo Stato con propri rappresentanti ( i tribuni), la città si mostro sempre presente nelle guerre di difesa contro l’assalto dei popoli appenninici, in particolare, Volsci, Equi, Sabini. Questa aggressioni bloccarono lo sviluppo dello Stato romano, tanto più che a settentrione premevano anche gli Etruschi di Veio, con i quali comincerà un conflitto secolare che avrà il suo epilogo solo nel 396 a.c con la distruzione della città etrusca.
Sin dall’inizio del V secolo a.C. la pressione dei Volsci era molto forte: essi scesero dall’alta valle del Liri, occuparono il territorio in cui risiedevano i Musoni fino a insediarsi nella Pianura Pontina dove si stabilirono a Terracina ( da loro denominata Anxur) in maniera permanente e in modo saltuario ad Anzio. Anche gli Equi mossero dall’Appennino centrale verso la valle del Trerus ( corrispondente all’odierna Sacco) e poi nella vallata tra i colli Albani e i Lepini per poi cercare di operare congiuntamente con i Volsci in direzione di Anzio. Questi interventi convergenti verso i colli Albani da est e da sud-est spiegano il motivo dell’alleanza stipulata tra città latine dopo la vittoria su Porsenna e che nel 493 venne sottoscritta anche da Roma con il Foedus Cassianum. Nel 486 anche gli Ernici, popolazione residente a est dell’attuale Ciociaria, sottoscrissero il patto.
Il Foedus Cassianum si configurava come una vera e propria alleanza militare: una clausola stabiliva che se uno dei contraenti veniva aggredito, gli alleati gli avrebbero dovuto prestare soccorso, suddividendo poi l’eventuale bottino di guerra. Era vietato poi farsi la guerra, chiamare nemici e farli transitare sul proprio territorio. Vi era anche una clausola concernente i rapporti commerciali che stabiliva che le eventuali controversie sui contratti privati avrebbero dovuto essere regolate entro il decimo giorno dalla loro stipulazione nel luogo nel quale esse erano state concluse.
La critica moderna per un certo periodo ha contestato l’autenticità del patto, che oggi non viene più messa in discussione soprattutto per ciò che concerne la parte militare , confermata dallo stato dei rapporti vigenti con Ernici e i Latini durante il V secolo, corrispondenti a quanto ci è stato tramandato . Il testo del patto risulta essere stato presente in Roma fino all’età repubblicana avanzata in una colonna bronzea posta nel Foro.
Sia Roma, indebolita dai contrasti tra patrizi e plebei, sia i Latini andarono incontro a difficoltà in questo periodo: nel 477 l’esercito romano, costituito quasi esclusivamente da membri della gens Fabia, subì un rovescio ad opera di Veio con l’agguato del fiume Cremera e nel 460 i Sabini guidati da Appio Erdonio occuparono la Rocca Capitolina che venne liberata grazie agli aiuti provenienti da Muscolo. A loro volta i Latini si trovarono più volte in difficoltà a causa delle incursioni degli Equi, che spintisi sui Colli Albani, giungevano sul Monte Algido per cercare di prendere alle spalle Muscolo e poi sfondare a nord dove , insieme ai Volsci ,premevano sino alle mura di Roma ( la leggenda di Coriolano che si oppone ai Volsci e si riferisce proprio a queste vicende).
La figura di Cincinnato che abbandona il suo lavoro dei campi e si rimette alla volontà dei senatori che gli conferiscono l’incarico di dittatore con il compito di difendere la sicurezza di Roma dalle invasioni degli Equi, da lui battuti sul monte Algido, testimonia al di là del valore storico del racconto, del quadro sociale contadino e del sentimento patriottico di cui era permeata l’Urbe in quel tempo.
L’alleanza militare intensificò le relazioni tra Romani e Latini. Ai Latini spettava presidiare il fronte meridionale poiché Roma doveva fronteggiare a nord gli Etruschi di Veio e a nord-est i Sabini. Il comando militare veniva esercitato a turno ed è appunto da questo periodo che a Roma il magister popoli, che nel periodo di maggiore pericolo riuniva nella sua persona i poteri ordinariamente gestiti dai due consoli, cominciò a chiamarsi con ilo titolo di dittatore nome abitualmente portato dai comandanti federati delle genti latine.
I Latini fondarono due colonie: una a Norba, sui monti Lepini: da qui potevano molestare i Volsci con rapide sortite sulla pianura Pontina ; l’altra a Signia, a nord degli stessi Lepini, con la quale miravano a controllare il sud della vallata che li separava da i colli Albani nella quale si infiltravano gli Equi per tenersi aperta la via verso Anzio. Alleato dei Latini, c'era il popolo degli Ernici nel contrasto agli Equi e Volsci. Altre città come Gora , sui Lepini, Praeneste, sopra la valle del Trerus, e Tivoli, alle falde dei monti Sabini, grazie alle loro alture fortificate furono in grado di portare avanti una politica autonoma. E infatti di esse non si fa cenno nella tradizione.
Sin dall’inizio del V secolo a.C. la pressione dei Volsci era molto forte: essi scesero dall’alta valle del Liri, occuparono il territorio in cui risiedevano i Musoni fino a insediarsi nella Pianura Pontina dove si stabilirono a Terracina ( da loro denominata Anxur) in maniera permanente e in modo saltuario ad Anzio. Anche gli Equi mossero dall’Appennino centrale verso la valle del Trerus ( corrispondente all’odierna Sacco) e poi nella vallata tra i colli Albani e i Lepini per poi cercare di operare congiuntamente con i Volsci in direzione di Anzio. Questi interventi convergenti verso i colli Albani da est e da sud-est spiegano il motivo dell’alleanza stipulata tra città latine dopo la vittoria su Porsenna e che nel 493 venne sottoscritta anche da Roma con il Foedus Cassianum. Nel 486 anche gli Ernici, popolazione residente a est dell’attuale Ciociaria, sottoscrissero il patto.
Il Foedus Cassianum si configurava come una vera e propria alleanza militare: una clausola stabiliva che se uno dei contraenti veniva aggredito, gli alleati gli avrebbero dovuto prestare soccorso, suddividendo poi l’eventuale bottino di guerra. Era vietato poi farsi la guerra, chiamare nemici e farli transitare sul proprio territorio. Vi era anche una clausola concernente i rapporti commerciali che stabiliva che le eventuali controversie sui contratti privati avrebbero dovuto essere regolate entro il decimo giorno dalla loro stipulazione nel luogo nel quale esse erano state concluse.
La critica moderna per un certo periodo ha contestato l’autenticità del patto, che oggi non viene più messa in discussione soprattutto per ciò che concerne la parte militare , confermata dallo stato dei rapporti vigenti con Ernici e i Latini durante il V secolo, corrispondenti a quanto ci è stato tramandato . Il testo del patto risulta essere stato presente in Roma fino all’età repubblicana avanzata in una colonna bronzea posta nel Foro.
Sia Roma, indebolita dai contrasti tra patrizi e plebei, sia i Latini andarono incontro a difficoltà in questo periodo: nel 477 l’esercito romano, costituito quasi esclusivamente da membri della gens Fabia, subì un rovescio ad opera di Veio con l’agguato del fiume Cremera e nel 460 i Sabini guidati da Appio Erdonio occuparono la Rocca Capitolina che venne liberata grazie agli aiuti provenienti da Muscolo. A loro volta i Latini si trovarono più volte in difficoltà a causa delle incursioni degli Equi, che spintisi sui Colli Albani, giungevano sul Monte Algido per cercare di prendere alle spalle Muscolo e poi sfondare a nord dove , insieme ai Volsci ,premevano sino alle mura di Roma ( la leggenda di Coriolano che si oppone ai Volsci e si riferisce proprio a queste vicende).
La figura di Cincinnato che abbandona il suo lavoro dei campi e si rimette alla volontà dei senatori che gli conferiscono l’incarico di dittatore con il compito di difendere la sicurezza di Roma dalle invasioni degli Equi, da lui battuti sul monte Algido, testimonia al di là del valore storico del racconto, del quadro sociale contadino e del sentimento patriottico di cui era permeata l’Urbe in quel tempo.
L’alleanza militare intensificò le relazioni tra Romani e Latini. Ai Latini spettava presidiare il fronte meridionale poiché Roma doveva fronteggiare a nord gli Etruschi di Veio e a nord-est i Sabini. Il comando militare veniva esercitato a turno ed è appunto da questo periodo che a Roma il magister popoli, che nel periodo di maggiore pericolo riuniva nella sua persona i poteri ordinariamente gestiti dai due consoli, cominciò a chiamarsi con ilo titolo di dittatore nome abitualmente portato dai comandanti federati delle genti latine.
I Latini fondarono due colonie: una a Norba, sui monti Lepini: da qui potevano molestare i Volsci con rapide sortite sulla pianura Pontina ; l’altra a Signia, a nord degli stessi Lepini, con la quale miravano a controllare il sud della vallata che li separava da i colli Albani nella quale si infiltravano gli Equi per tenersi aperta la via verso Anzio. Alleato dei Latini, c'era il popolo degli Ernici nel contrasto agli Equi e Volsci. Altre città come Gora , sui Lepini, Praeneste, sopra la valle del Trerus, e Tivoli, alle falde dei monti Sabini, grazie alle loro alture fortificate furono in grado di portare avanti una politica autonoma. E infatti di esse non si fa cenno nella tradizione.
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venerdì 19 marzo 2010
Dal Lago Regillo al Foedus Cassianum: Romani e Latini nella prima età repubblicana
Allontanatasi la minaccia dell'etrusco Porsenna, i Romani nel frattempo si erano dati un nuovo ordinamento trasferendo il potere supremo dal re a due pretori, probabilmente i comandanti dei due reggimenti costituenti l’esercito politico, ma lasciando al re l’adempimento delle funzioni sacrali. Roma riprese ad assumere una posizione di preminenza nel Lazio e siglò un trattato con Cartagine in base al quale si vedeva riconosciuto il controllo del litorale laziale in cambio dell’accettazione della supremazia cartaginese sulle rotte marittime. Ma le forze latine ,che avevano sperimentato ad Aricia cosa potevano fare unendo le loro forze, assunsero un atteggiamento ostile ai Romani. Da qui lo scontro militare che si ebbe nel 496 al lago Regillo: la tradizione assegna la vittoria ai Romani, e la notizia del successo venne portata a Roma dai Dioscuri, i due fratelli figli di Giove e Leda.
In realtà sembra che al Lago Regilio non ci furono ne vinti ne vincitori visto che solo tre anni dopo Romani e latin i strinsero tra loro un alleanza.
Il motivo di tale accordo è da ricercarsi nel prorompere di un nemico comune: le bande di Equi e Volsci che cominciavano a premere sul confine laziale. Il patto stipulato venne tramandato con il nome di Foedus Cassianum dal nome di Spurio Cassio, uno dei due pretori- consoli che promosse l’accordo. L’alleanza con i Latini durerà per un secolo un mezzo: in questo frangente i Romani avranno modo di addestrarsi ulteriormente nell’arte di governo e in quella militare, premessa al successivo dominio che riusciranno a imporre sull’intera penisola.
In realtà sembra che al Lago Regilio non ci furono ne vinti ne vincitori visto che solo tre anni dopo Romani e latin i strinsero tra loro un alleanza.
Il motivo di tale accordo è da ricercarsi nel prorompere di un nemico comune: le bande di Equi e Volsci che cominciavano a premere sul confine laziale. Il patto stipulato venne tramandato con il nome di Foedus Cassianum dal nome di Spurio Cassio, uno dei due pretori- consoli che promosse l’accordo. L’alleanza con i Latini durerà per un secolo un mezzo: in questo frangente i Romani avranno modo di addestrarsi ulteriormente nell’arte di governo e in quella militare, premessa al successivo dominio che riusciranno a imporre sull’intera penisola.
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domenica 3 gennaio 2010
Le Leges Liciniae Sextiae: l'accesso dei plebei al consolato
Le leges Liciniae Sextiae (Leges), furono presentate nel 376 a.C dai tribuni della plebe Licinio Stolone e Sestio Laterano. Esse prevedevano 1) di limitare il possesso dell'ager publicus, il terreno di proprietà dello Stato per lo più acquisito dopo campagne militari, a 500 iugeri a testa e con esso il numero di capi di bestiame che potevano pascolarvi;2) che dalle somme date in prestito venissero sottratti gli interessi già pagati e che il resto venisse reso in tre anni; 3) che i plebei avessero accesso a tutte le magistrature e , in particolare l’obbligo che almeno uno dei due consoli fosse plebeo. Ovviamente tali disposizioni incontrarono l’opposizione dei patrizi che cercarono con l’ostruzionismo di bloccarne l’approvazione. Di contro Licinio Stolone e Sestio Laterano, che venivano ogni anno confermati al tribunato, intrapresero una battaglia decennale nei confronti dei patrizi, utilizzarono le stesse armi dei loro avversari e tramite il diritto di intercessione, cioè il potere di veto che spettava loro contro gli atti dei magistrati, impedivano lo svolgimento delle assemblee del Senato e la stessa elezione delle magistrature. Era chiaro che se non si fosse giunti ad accogliere le richieste della plebe la situazione di stallo istituzionale si sarebbe protratta potenzialmente all’infinito. Da qui il raggiungimento del compromesso e l’approvazione delle leggi Licinie Sestie nel 367 a.C e la fine dell’ostruzionismo dei tribuni della plebe.
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