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giovedì 29 dicembre 2016

La deditio di Capua a Roma e la prima guerra sannitica

Per garantirsi la sicurezza della navigazione in Etruria e in Campania, i Romani oltre a stipulare il trattato del 348 con Cartagine furono protagonisti di una serie di vicende politiche e militari in cui furono coinvolti il Lazio, l’alta Campania e i Sanniti che culmineranno nel totale controllo della regione laziale da parte romana.
La penetrazione romana in Campania ebbe come punto di partenza il tentativo dei Sanniti di spingersi nell’alta Campania in uno di quei movimenti periodici che avevano condotto alcuni loro gruppi ad insediarsi a Cuma e Capua e a dare vita a partire dalla seconda metà del V secolo a.C. alla cosiddetta civiltà osca, data dall’incontro tra gli abitanti campani di origine greco-etrusca e gli stessi Sanniti. Ad essere vittime di una di queste incursioni fu stavolta il popolo dei Sidicini, che era stanziato nella valle tra il Liri e il Volturno. I Sidicini chiesero inizialmente aiuto ai Latini, i quali però preferirono non intervenire, probabilmente trattenuti dai loro alleati Romani timorosi di vedere incrinarsi i buoni rapporti con i Sanniti. In seconda battuta i iedicini si rivolsero a Capua contro la quale allora mossero i Sanniti. Di fronte a tale minaccia a loro volta i Capuani si volsero ai Romani.
A Roma si confrontavano due fazioni, una filosannitica favorevole al consolidamento dell’alleanza del 354 con i Sanniti, l’altra guidata dalla famiglia dei Deci, che di origine campana, spingeva perché si sviluppassero rapporti più intensi con la Campania. Ma c’era di mezzo il patto di amicizia con i Sanniti e i Romani non volevano venire meno alla fides che ne era il fondamento. A toglierli da questo impaccio ci pensarono gli stessi Capuani, che forse su suggerimento romano, con un atto formale, la deditio, cedettero tutto quanto apparteneva a Capua, abitanti edifici pubblici e privati, alla piena proprietà dello stato romano. In questo modo i Romani, accorrendo a difendere quanto da loro acquisito in proprietà, non ritennero di aver violato in alcun modo il patto con i Sanniti. qualche critico moderno ha voluto vedere in questo particolare tramandatoci dalla tradizione un'invenzione annalistica volta a giustificare un effettivo voltafaccia dell’accordo con i Sanniti; ma la deditio era un istituto di diritto pubblico in voga nel tempo e dunque non entra in contraddizione con il seguito degli avvenimenti.
Ne derivò quella che la tradizione ha tramandato come prima guerra sannitica che però si risolse in un paio d’anni ( 343-341) e senza scontri di particolare importanza. L’area del conflitto si limitò ai monti da cui i Sanniti scendevano per le scorrerie in pianura. In base a questi elementi alcuni critici moderni hanno negato alla prima guerra sannitica validità storica reputandola un antedatazione di avvenimenti riferentesi all’inizio della seconda guerra punica. Dopo la vittoria romana si giunse al ristabilimento della pace con i Sanniti. Venne effettuato lo sgombero della Campania da entrambe le parti e ciò diede via libera ai Sanniti nei confronti dei Sidicini che peraltro già rientravano nella loro zona d’influenza in base all’accordo del 354.
Per i momento né Sanniti né Romani avevano interesse a radicalizzare il conflitto: i Sanniti erano inespugnabili nelle loro montagne ma non disponevano di un'organizzazione militare capace di affrontare i Romani in campo aperto. Questi ultimi avevano sperimentato le difficoltà di operare in un territorio così lontano, cosa che aveva provocato anche alcuni episodi di insofferenza all’interno delle esercito, poi risolti con il rientro a marce forzato dei contingenti rivoltosi. Contestualmente i Romani strinsero vincoli di amicizia con l’aristocrazia campana che protessero dalla prospettiva incombente di nuove infiltrazioni sannitiche
sabato 24 aprile 2010

Cere ( o Caere)

Cere ( in latino Caere), fu una delle principali città etrusche; fondata attorno all'VIII secolo A.C si collocata sopra una collina a 45 km a nord di Roma e a circa 6 km dal Tirreno. I greci la chiamavano con il nome probabilmente fenicio, di Agylla. Ebbe un intenso sviluppo in virtù degli intensi scambi commerciali con la Grecia e l'Oriente tramite i porti di Alsio , Pirgi (presso Santa Severa) e Punico (Santa Marinella); Nonostante facesse parte della Dodecapoli etrusca, nel 353 stipulò un trattato con Roma in base al quale entrò nello Stato romano e ai suoi cittadini venne concessa la civitas sine suffragio ( cittadinanza senza diritti politici), e vennero iscritti in appositi registri denominati tabulae Caeritum. Nell'età imperiale Caere riacquisì una certa floridezza, grazie alla protezione di Augusto e di Traiano. A 7 Km dal vecchio insediamento di Caere si trova l'odierno abitato di Cerveteri

A Fidenae primi scontri tra Roma e Veio

La presenza dei Romani sui colli Albani e il controllo su entrambi i lati della via Latina ostacolavano i piani commerciali degli Etruschi, di Veio in particolare che dovette optare per l’utilizzo di una strada più ad Est che attraversava il Tevere a Fidenae. Da qui la strada proseguiva sulla valle del Trerus, quindi sulla valle del Liri per poi giungere in Campania. Fidenae era dunque un luogo cruciale per i commerci etrusco-campani. Da qui la lunga contesa per il suo controllo tra Veio e Roma conclusa a favore di quest’ultima nel 426 A.C con la contestuale uccisione del re di Veio, Larte Tolumnio da parte di A. Cornelio Crasso che ne consacrò le spoglie opime al tempio di Giove Feretrio. Con la conquista di Fidenae, resa possibile dalla precedente pacificazione del Lazio Centrale ( e culminata nella vittoria del Monte Algido), e la presenza sulla via latina Roma aveva il controllo dei traffici commerciali verso la Campania. A rendere più solida questa posizione un antico foedus con Lavinio che impediva colpi di mano dei Volsci da sud-ovest, nella Pianura Pontina. Roma aveva inoltre rafforzato la sua testa di ponte sul Tevere, verso l’area del Gianicolo, riuscendo però a mantenere buoni rapporti con Caere, l’altra fiorente città dell’Etruria meridionale. L’amicizia con Roma nasceva dalla rivalità commerciale di Caere con Veio.
Alla fine del V sec. Si erano crete le condizioni per il predominio di Roma sul Lazio, una preminenza che si stava affermando già in età regia ma che aveva avuto una battuta d’arresto in virtù dei contrasti sociali interni tra patrizi e plebei.
In questo periodo Roma riprende a svilupparsi anche sul piano economico: ciò è dimostrato dal fatto che i questori, incaricati già in età regia dell’amministrazione finanziaria e delle istruttorie giudiziarie, vennero portati da due a quattro nel 421 a.C, diventando anche i custodi del tesoro pubblico conservato nel tempio di Saturnio e ricavato dall’incasso delle multe calcolato probabilmente in proporzione al reddito di ognuno, e non più con lo stesso importo per tutti.
Proseguì anche lo sviluppo sociale: a testimoniarlo l’accesso alla carica di questore per i plebei nel 409 a.c e la loro aumentata presenza tra i tribuni militari. Questi ultimi vennero portati nel 405 A.C da quattro a sei a indicare un incremento delle fila dell’esercito e contestualmente un aumento della popolazione.
mercoledì 14 aprile 2010

I Romani sui Colli Albani. L'ascesa dei plebei con la lex Iulia e la lex Canuleia

A Roma , nella seconda metà del V secolo A.c emergeva un quadro sociale in cui era chiara l’ascesa dei plebei. La concessione di terre nell’Aventino ( 456 a.c) fatta con la lex Iulia, la codificazione scritta decemvirale del 451-450 A.c ( meglio nota come leggi delle Dodici tavole) sollecitata dai patrizi per sottrarsi all’arbitrio di leggi consuetudinarie applicate da magistrati patrizi che monopolizzavano le magistrature statali, infine la lex Canuleia che aboliva il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei codificato appena cinque anni prima dai patrizi in un estremo tentativo di rinchiudersi in casta separata devono essere considerate tutte espressioni di questa tendenza. A questo processo contribuì la soluzione di compromesso per l’ammissione dei plebei, sinora esclusi, alle magistrature supreme, con la sospensione periodica del consolato e il conferimento dei poteri agli annuali tribuni militari patrizi e plebei. Di conseguenza venne a esserci una maggiore disponibilità verso i problemi esterni tanto più che per un verso la pressione degli Etruschi si era allentata a causa della penetrazione delle marinerie greche davanti alle coste dell’Etruria, e contemporanea si era assistito a un diradarsi delle scorrerie dei Sabini dopo che alcuni loro avamposti si erano venuti insediando stabilmente tra il Tevere e l’Aniene, costituendo un ostacolo ai nuovi assalti dei loro connazionali che erano rimasti nelle zona più interna. Anzi con questi Roma istituì rapporti di collaborazione per ciò che concerne la transumanza delle greggi e il commercio del sale. Reso più sicuro il fronte settentrionale Roma potè volgere l’attenzione verso il Lazio meridionale dove i Volsci, insediatisi in centri come Anzio, Satirico, Ecetra, avevano anch’essi perduta la loro iniziale bellicosità.
I Romani erano ora presenti anche sui colli Albani, che erano oggetto delle continue pressioni dei Volsci. Nel 431 A.C un loro esercito guidato dal console A. Postumio Tuberto, accorse in aiuto dei Latini in virtù delle clausole del Foedus Cassianum e ottenne una importante vittoria nei confronti dei Volsci e degli Equi. Una parte della critica moderna ha cercato vanamente di dimostrare che Tuberto fosse un comandante latino abusivamente inserito dai Romani nelle loro fila per vanagloria personale. Dopo la battaglia sull’Algido anche gli Equi perdettero la loro antica aggressività . Nei territori ad essi sottratti i Romani fondarono delle piccole località in cui insediare coloni: Boia, Corbio, Vitella, Verrugo, Labici, Cervantum. In questo modo venne creata un testa di ponte sui colli Albani verso i territori confinate con Tuscolo e Preneste che consentì ai Romani il controllo del territorio su cui sarebbe sorta la futura via Latina, strada di congiunzione commerciale tra Etruria e Campania.
domenica 4 aprile 2010

I Feziali

I Feziali ( o feciali) erano un collegio sacerdotale dell'antica Roma che aveva il compito di vigilare sul rispetto dei trattati e del del diritto internazionale dell'Urbe.
I loro numero era di venti eletti per cooptazione, prima solo tra i patrizi e successivamente anche tra i plebei. Il collegio, era presieduto dal magister fetialum e creava e custodiva lo ius fetiale associabile al nostro diritto internazionale pubblico. Il loro compito era quello di valutare le situazioni in cui far aprire o cessare le guerre, eseguendo le relative formalità giuridiche e religiose; inoltre si occupavano della stipulazione dei trattati di alleanza e si pronunciavano sulle estradizioni sollecitate da Roma o richieste da governi stranieri.
Le loro ambascerie ( composta di due o quattro membri) guidate da un pater patratus populi romani, operante, cioè, in nome del popolo romano, provvedevano a effettuare la dichiarazione di guerra con il lancio di un giavellotto oltre il confine del nemico. Con il tempo questo rito divenne puramente simbolico e il lancio del giavellotto avveniva in un terreno appositamente allestito nel tempio della Dea Bellona, fuori dall'Urbe. Il collegio dopo essere stato soppresso da Augusto venne ripristinato da Claudio, ma svuotato dei suoi poteri e in tal modo sopravvisse fino al IV secolo d.C.
venerdì 19 marzo 2010

Dal Lago Regillo al Foedus Cassianum: Romani e Latini nella prima età repubblicana

Allontanatasi la minaccia dell'etrusco Porsenna, i Romani nel frattempo si erano dati un nuovo ordinamento trasferendo il potere supremo dal re a due pretori, probabilmente i comandanti dei due reggimenti costituenti l’esercito politico, ma lasciando al re l’adempimento delle funzioni sacrali. Roma riprese ad assumere una posizione di preminenza nel Lazio e siglò un trattato con Cartagine in base al quale si vedeva riconosciuto il controllo del litorale laziale in cambio dell’accettazione della supremazia cartaginese sulle rotte marittime. Ma le forze latine ,che avevano sperimentato ad Aricia cosa potevano fare unendo le loro forze, assunsero un atteggiamento ostile ai Romani. Da qui lo scontro militare che si ebbe nel 496 al lago Regillo: la tradizione assegna la vittoria ai Romani, e la notizia del successo venne portata a Roma dai Dioscuri, i due fratelli figli di Giove e Leda.
In realtà sembra che al Lago Regilio non ci furono ne vinti ne vincitori visto che solo tre anni dopo Romani e latin i strinsero tra loro un alleanza.
Il motivo di tale accordo è da ricercarsi nel prorompere di un nemico comune: le bande di Equi e Volsci che cominciavano a premere sul confine laziale. Il patto stipulato venne tramandato con il nome di Foedus Cassianum dal nome di Spurio Cassio, uno dei due pretori- consoli che promosse l’accordo. L’alleanza con i Latini durerà per un secolo un mezzo: in questo frangente i Romani avranno modo di addestrarsi ulteriormente nell’arte di governo e in quella militare, premessa al successivo dominio che riusciranno a imporre sull’intera penisola.
giovedì 25 febbraio 2010

Il contesto storico della frase di Gesù: "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Relativismo e lealismo verso il politico

La posizione di Gesù di Nazareth nei confronti dell’autorità politica è riportata nella famosa frase del vangelo di Marco (12,13-17) “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che Dio” che reciterà una parte fondamentale nella costituzione del pensiero politico “cristiano” successivo. Essa è diventato un caposaldo nella riflessione sulla separazione tra la sfera religiosa e quella politica; ma al di fuori di ogni generalizzazione va ricondotta al suo originario contesto.
In quel passo Gesù viene interrogato dai farisei sulla liceità di pagare il tributo ai rappresentanti di Cesare come segno della sottomissione al potere romano della Giudea, divenuta provincia dell’impero ( tributum capitis). Si tratta dell’apodotè, termine che indica il pagamento del tributo inteso come dovuto all’autorità legittimo dal punto di vista del lealismo farisaico e invece considerato illegale da alcuni settori dell’ebraismo ( in particolare i ribelli denominati "sicari") secondo i quali il pagamento del tributo a Cesare significava il riconoscimento di un Signore alternativo a Jahvè,e dunque era da considerarsi un atto idolatrico.
La risposta di Gesù si compone di due parti. La prima (“Date a cesare quel che è di Cesare”), riconosce la liceità del pagamento del tributo all’autorità legittima inserendosi dunque nel solco del lealismo dei farisei ( il gruppo più rilevante all’interno del giudaismo del tempo di Gesù; sostenitori dell’immortalità dell’anima, in ciò contrapposti ai sadducei). Ma nel proseguo della frase ( “Date a Dio quel che è di Dio”), pur senza alcuna politicizzazione propria del messianismo regale ebraico, Gesù non esprime una posizione di neutralità nei confronti dell’autorità, che viene relativizzata in quanto posta in antitesi alla dimensione spirituale su cui si deve concentrare l’attenzione e la completa devozione. Per un verso Gesù riconosce il dovere di pagare il tributo a Cesare in quanto rispetto dell’autorità, legittimo nell’ambito mondano, senza che ciò diventi un atto di idolatria in quanto l’imperatore non viene sacralizzato. E a chiarirlo è proprio l’immediata successiva precisazione che l’uomo appartiene soltanto a Dio.
domenica 3 gennaio 2010

Le Leges Liciniae Sextiae: l'accesso dei plebei al consolato

Le leges Liciniae Sextiae (Leges), furono presentate nel 376 a.C dai tribuni della plebe Licinio Stolone e Sestio Laterano. Esse prevedevano 1) di limitare il possesso dell'ager publicus, il terreno di proprietà dello Stato per lo più acquisito dopo campagne militari, a 500 iugeri a testa e con esso il numero di capi di bestiame che potevano pascolarvi;2) che dalle somme date in prestito venissero sottratti gli interessi già pagati e che il resto venisse reso in tre anni; 3) che i plebei avessero accesso a tutte le magistrature e , in particolare l’obbligo che almeno uno dei due consoli fosse plebeo. Ovviamente tali disposizioni incontrarono l’opposizione dei patrizi che cercarono con l’ostruzionismo di bloccarne l’approvazione. Di contro Licinio Stolone e Sestio Laterano, che venivano ogni anno confermati al tribunato, intrapresero una battaglia decennale nei confronti dei patrizi, utilizzarono le stesse armi dei loro avversari e tramite il diritto di intercessione, cioè il potere di veto che spettava loro contro gli atti dei magistrati, impedivano lo svolgimento delle assemblee del Senato e la stessa elezione delle magistrature. Era chiaro che se non si fosse giunti ad accogliere le richieste della plebe la situazione di stallo istituzionale si sarebbe protratta potenzialmente all’infinito. Da qui il raggiungimento del compromesso e l’approvazione delle leggi Licinie Sestie nel 367 a.C e la fine dell’ostruzionismo dei tribuni della plebe.
martedì 22 dicembre 2009

La Gens nell'antica Roma. Origine e significato storico

La gens nell’antica Roma è l’insieme degli individui che si riconoscono discendenti da un capostipite comune
L’origine di tale raggruppamento parentale è controverso: secondo alcuni le gentes sarebbero la forma primigenia di associazione umana dalla quale attraverso successivi raggruppamenti sempre maggiori si sarebbe poi costituito lo stato, il quale abbia finito poi per conglobarle tutti. Secondo altri invece Lo Stato avrebbe creato artificiosamente le tribù e le gentes per affermare la propria autorità sopra di esse. Per altri ancora le gentes si sarebbero generate in un processo parallelo e indipendente a quello statale man mano che le classi sociali si differenziavano.
In ciascuna gens di distinsero varie linee mediante un cognomen: ad esempio alla gens Cornelia appartenevano le famiglie degli Scipioni dei Lentuli, dei Silla etc. In età monarchica e nella prima età repubblicana le gentes erano formati esclusivamente da patrizi, detti gentiles. L'ingresso dei plebei avvenne grazie alla lex Canuleia del 445 A.C che eliminava il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei. Ogni gens aveva culti particolari e cerimonie sue proprie. Le decisioni prese all’interno della singola gente potevano avere carattere vincolante per tutti gli appartenenti a un determinato gruppo. E i gentiles erano legati tra loro da obblighi reciproci.
L’interpretazione della suddivisione esistente in età storica tra gentes maiores e minores è controversa: secondo alcuni sarebbe da imputare all’accresciuta ricchezza di alcuni settori del patriziato, per altri invece le gentes minores sarebbero all’origine dei gruppi della borghesia plebea che divenute ricche e potenti sarebbero state ammesse al patriziato ancora aperto all’ingresso di membri di origine plebea.
Ciascun membro della gens aveva tre nomi: il gentilizo; il prenomen o nome individuale e il cognomen che identificava invece la famiglia.. L'importanza delle genealogie era evidente come strumento per acquisire prestigio e non a caso il compito di redigerlo, spesso in maniera fantasiosa era affidato a dei poeti. In questo senso è da esempio il fatto che Virgilio facesse derivare l’origine della gens Iulia - a cui appartenevano sia Giulio Cesare che Ottaviano Augusto- da Iulo, il figlio del mitico eroe troiano Enea.
giovedì 10 dicembre 2009

Numa Pompilio

Succeduto a Romolo, Numa Pompilio è il leggendario secondo re di Roma, di origine sabina, che avrebbe regnato dal 715 al 673 a.C. La tradizione gli attribuisce una serie di riforme (organizzazione del culto, creazione dei collegi sacerdotali dei Salii , nomina delle vestali e del primo pontefice, riforma del calendario lunare che passò da 10 a 12 mesi , ecc.) che in realtà risultano essere il prodotto di una lunga evoluzione culturale e religiosa. La storicità delle stessa figura di Numa Pompilio è oggetto di discussione anche se oggi il filone che tenderebbe a avvalorarne l’esistenza sta acquisendo più peso. Numa secondo una tradizione più tarda si sarebbe avvalso per realizzare la sua opera dei consigli della ninfa Egeria e sarebbe stato discepolo di Pitagora, benché i due personaggi siano separati da un evidente divario cronologico.
domenica 6 dicembre 2009

L'espansione di Roma durante l'ultima fase regia

I tre re di origine etrusca si appoggiarono sui ceti artigianali e commerciali sfruttando la non sopita rivalità tra elemento latino e sabino. Tarquinio Prisco estese i domini romani ai territori al di là dell’Aniene, conquistando parecchi centri latini. Servio Tullio costruì sull’Aventino, ancora fuori dalle mura, un tempio dedicato a Diana, divinità di cui erano devoti le genti latine dei colli Albani e vi fece inserire un iscrizione in cui venivano citati i nomi delle comunità latine aderenti a questo nuovo centro di culto avente carattere evidentemente federale, Tarquinio il superbo attuò una politica mirante a legare a Roma i centri più notevoli dei colli Albani, sviluppatisi dopo la distruzione di Alba Longa. A questo periodo risale la creazione della leggenda dell’origine troiana di Roma. Poiché vi era una discrepanza temporale tra la distruzione di Troia e la fondazione di Roma si creò una relazione tra la discendenza di Enea e i re di Alba Longa che venne poi conquistata da Roma. Il fatto che Ascanio figlio di Enea fosse fondatore di Alba Longa da cui sarebbe disceso poi Romolo costituiva elemento per rivendicare su basi mitiche la supremazia da parte di Roma , in quanto discendente da Alba Longa sul Lazio.
Da questi elementi si comprende come fu proprio durante la fase etrusca della monarchia che si ebbe l’affermazione definitiva dell’elemento latino a Roma. Carattere comune dei tre re etruschi è il grande impulso che diedero allo sviluppo urbanistico della città. Tarquinio Prisco costruì la Cloaca Massima e livellò il Foro. Servio Tullio eresse due templi uno dedicato a Diana l’altro alla dea Fortuna, e cinse la città di un sistema di mura difensive con uno sviluppo di 7 Km. Le mura serviane racchiudevano tutti i colli tranne l’Aventino. Tarquinio il Superbo costruì un tempio dedicato alle tre divinità di Giove, Giunone e Minerva e chiamò lo scultore etrusco Vulca a decorarne il frontone con statue di terracotta.
Ai re etruschi si deve l’introduzione in campo militare della tattica politica che consisteva nel manovrare fanti dotati di pesanti armi di bronzo che solo in pochi ricchi erano in grado di procurarsi. Servio Tullio creò sulla base del censo la nuova unità di base dell’esercito la centuria, composta da membri delle nuovi e delle vecchie genti, che venne a sostituire per importanza la curia anche se questa non venne mai eliminata. La centuria assumerà rilievo anche politico quando dopo la fine della monarchia, i comizi centuriati eleggeranno i consoli saranno destinati a diventare i capi dello Stato.
Grazie all’incremento della popolazione il successore di Servio Tullio, Tarquinio il Superbo ebbe i rincalzi sufficienti per operare un ulteriore espansione verso i colli Albani. Mentre fu più difficile procedere all’espansione verso il sud dove esistevano città già sviluppate come Lavinio e Ardea. E difatti la tradizione rappresenta Tarquinio impegnato ad assediare proprio Ardea mentre a Roma veniva abbattuta la monarchia. La conferma di come al tempo del re etrusco Roma avesse acquisito una notevole influenza in tutto il Lazio è data dal trattato stipulato con Cartagine (509 A.c) immediatamente dopo la fine della monarchia. Dal testo tramandatoci dallo storico Polibio si evince chiaramente la prevalenza raggiunta da Roma sul litorale laziale, elemento che è ulteriormente corroborato dalla diffusione del culto di Giove Laziale, in occasione del quale giungevano genti da tutte le città a popolazione latina.
Nell’ultima fase dell’età regia Roma può considerarsi già una grande città: considerando che la cinta difensiva si estendeva per 7 Km, anche prendendo in considerazione le ampie zone di verde presenti nel territorio urbano si può ipotizzare che in quel periodo fossero presenti 15-20000. abitanti. Se si aggiunge il contado con la zone dell’Aniene e dei Colli Albani la popolazione sotto il controllo di Roma doveva aggirarsi sui 50-60000 abitanti.
sabato 28 novembre 2009

Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo: la fase etrusca della monarchia di Roma

Gli ultimi tre re di Roma tramandatici dalla tradizione(Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo) caratterizzano la fase etrusca della monarchia. Durante questo periodo la città registrò un ulteriore espansione con l’affermazione della strada che dall’Etruria, passava per Roma, attraversava la pianura pontina a ovest dei colli Albani per poi scendere verso la Campania. Se si tiene conto dei traffici provenienti dal mare e di quelli dell’entroterra che si rifornivano di sale, appare chiaro come Roma stesse diventando un crocevia di commerci che attirava in città abitanti dai centri vicini e con esso lo svilupparsi dei ceti artigianali e commerciali. A tal proposito la tradizione ci ha lasciato il ricordo di corporazioni di fabbri, carpentieri, muratori, orefici ecc alla cui organizzazione avrebbe provveduto addirittura Numa Pompilio. Questi nuovi gruppi furono all’origine della formazione della plebe che non essendo omogenea con i primi abitanti creavano di conseguenza nuovi problemi di convivenza.
L’archeologia ha rinvenuto numerosi vasi corinzi e attici del tempo che testimoniavano accresciute esigenze di gusto e maggiori disponibilità di mezzi.
Secondo la tradizione il primo re di origine etrusca, Tarquinio Prisco, era originario di Tarquinia, la più importante città etrusca del tempo. Il padre era un greco, fuggiasco da Corinto. Taqruinio Prisco si insediò come re a seguito di una congiura ai danni di Anco Marzio. Questo quadro è assolutamente plausibile: infatti anche Anco Marzio e Tulio Ostilio non erano originari di Roma e la presenza della nobiltà etrusca a Roma testimonia il desiderio di questo popolo di controllare un importante centro di traffici. Le origini greche del padre vanno viste in relazione con le numerose connessioni con il mondo ellenico rivelateci dai ritrovamenti archeologici.
Tarquinio Prisco fu ucciso dai figli di Anco Marzio e gli subentrò al trono Servio Tullio, La tradizione romana ci presenta questo re come figlio di una serva. Secondo la tradizione etrusca ( ripresa dall’imperatore Claudio in un suo discorso tenuto in Senato) questi aveva il nome di Mastarna, un etrusco di Vulsci che, amico dei fratelli Celio e Aulio Vibenna, cacciato dal’Etruria si insediò nel colle del Celio per poi divenire re di Roma. Masterna potrebbe essere una versione del termine romano “magister”. E allora è ipotizzabile che Mastarna-Servio Tullio sia stato un comandante militare agli ordini dei fratelli Vibenna e che a seguito di una serie di vicende che non possono essere ricostruite sia riuscito a conquistare il trono di Roma. E a questa iniziale subordinazione ai Vibenna sarebbe imputabile anche la sua origine servile.
Servio Tullio fu ucciso secondo la tradizione da Lucio Tarquinio, che aveva sposato la figlia Tullia. Divenuto re, Tarquinio il Superbo fu destituito dai una congiura delle famiglie più importanti della città. Successivamente Roma venne espugnata dal re di Chiusi Porsenna che impose un trattato che consentiva l’uso del ferro solo per attrezzature agricole, di fatto imponendo il disarmo della città, ma che si dovette ritirare a seguito di una sconfitta imposta da un esercito di forze collegate latine.
Da un analisi comparata delle fonti della tradizione con quelle archeologici emergono dunque questi dati storici: l’accertata reale esistenza degli ultimi tre re di Roma, il loro insediamento sul trono in forma violenta e il rapido sviluppo della città come uno dei più importanti centri abitati della penisola.
sabato 5 settembre 2009

2 giugno 455: il sacco di Roma dei Vandali di Genserico ( cronaca di Ferdinand Gregorovius)

2 giugno 455: I vandali si erano mossi dal centro dell'Europa per arrivare in Spagna dove avevano lasciato una traccia reale della loro presenza, Vandalusia, ( oggi Andalusia) ovverosia la terra dei Vandali. Spinti via dai Visigoti conquistano L'Africa mediterranea. Fino ad ora i popoli barbari erano sempre penetrati dall'Est dell'Europa. ora si dirigevano verso Roma da Sud. il capo dei Vandali è Genserico. il Papa Leone I Magno che era riuscito a fermare Attila stavolta non può nulla. Genserico si impadronisce anche dalla moglie dell'imperatore Eudossia che resterà prigioniera di Genserico per otto anni. L'imperatore Petronio Massimo, venne invece ucciso a furor di popolo

Dallo storico tedesco Ferdinand Gregorovius la cronaca del saccheggio" nei palazzi, nelle chiese, negli edifici pubblici ciò che i goti avevano risparmiato e i Romani erano riusciti a sostituire trovò ora i suoi predoni. La spoliazione di Roma potè essere condotta sistematicamente. Si saccheggia contemporaneamente in ogni angolo. Centinaia di carri stracolmi, uscivano da Porta Portuense ( ora Porta Portese) per trasportare il frutto della rapina sulle navi, alla fonda, per tutta l'ampiezza del Tevere. I barbari si gettarono prima di tutto sul Palatium, sul Palatino, sede dei Cesari, sulle cui stanze l'infelice Eudossia era tenuta ora prigioniera da Genserico, il capo dei Vandali e lo depredavano con tale bramosia che non vi rimase neppure un vaso di rame.
Sul Campidoglio fu messo a sacco il tempio di Giove. Genserico non si limitò a far man bassa delle statue rimaste ma, fece scoperchiare anche metà del soffitto e caricare sulle navi le tegole in bronzo dorato"
mercoledì 6 maggio 2009

Roma: i re sabini. La prima espansione contro Alba Longa

La struttura istituzionale della primitiva città di Roma vedeva al governo un re di solito affiancato da un assemblea senatoria composta da i membri delle più importanti famiglie, i patres familias. Secondo la tradizione la prima fase dell’età monarchica sarebbe stata caratterizzata dall’alternanza fra re latini e sabini ma in realtà le figure di Tito Tazio, Numa Pompilio, Tulio Ostilio, Anco Marzio, sono in un modo o nell’altro di estrazione sabina: anche la doppia denominazione è rivelatrice dell’origine sabina. Proprio nel Quirinale, il colle da cui partì l’espansione sabina, è attestato attorno al 700 a.C la presenza del primo vero luogo di culto: vi si ricorda un Capitolium vetus, anteriore quindi al Capitolium vero e proprio che diventerà il vero centro sacrale di Roma, opera successivamente dei re di origine etrusca.
Anche la guerra condotta da Tulio Ostilio contro Alba Longa testimonia della prevalenza dei Sabini: sarebbe impossibile spiegare una tale azione militare compiuta da re discendenti dai Colli Albani. Anche la spinta espansionistica di Anco Marzio verso la foce del Tevere è compatibile con gli interessi dei Sabini ad acquisire il controllo delle saline, tramite cui rifornire di sale l’entroterra dove abitavano i popoli appenninici.
Sia la guerra contro Alba longa sia l’espansione lungo la foce del Tevere devono ritenersi spedizioni storicamente accadute. Esse testimoniano l’esistenza di un’organizzazione militare di un certo rilievo facente riferimento alla prima assemblea pubblica di Roma, quella curiata, che sarebbe stata successivamente sopravanzata in importanza da quella centuriata ma che in età antica inquadrava la popolazione ai fini militari suddividendole in trenta curie , dieci per ognuna delle tre tribù genetiche di Roma ovverosia, i Ramni, dei Tizi e dei Luceri , quest’ultima di origine etrusca. In base a quest’organizzazione la Roma più antica poteva disporre di un esercito di 3000 fanti e 300 cavalieri il che presupponeva un abitato già consistentemente popolato, i cui confini erano segnati a ovest dal Tevere, a est dall’Aniene , mentre a sud il territorio non doveva estendersi oltre gli 7-8 km dall’abitato.
domenica 22 marzo 2009

L'origine di Roma: la verità storica. La fusione tra Sabini e Septimontium

Secondo un calcolo di Varrone la data a cui far risalire la fondazione di Roma sarebbe il 754 a.C. Ma questa data è il risultato di calcolo artificioso effettuato partendo dal 509 a.C. anno a cui risalirebbe la fine della monarchia per poi procedere a ritroso ipotizzando una durata media di 35 anni di regno per ciascuno dei sette re attribuiti a Roma dalla tradizione.
La realtà è che Roma non nacque da un giorno all’altro ma si formò dalla progressiva fusione di villaggi preesistenti. L’importanza del sito di Roma è già notevole al tempo dell’età del Bronzo: in essa si incrociavano la via che dall’Etruria conduceva in Campania e la via del sale che dall’entroterra appenninico conduceva fino alla foce del Tevere dove si trovavano le saline. La festa del Septimontium che si celebrava ancora in epoca storica con sacrifici nei siti dei colli Palatino, Esqulino, Celio è il retaggio dell’antica federazione tra quei villaggi situati nei montes a cui successivamente furono inclusi gli insediamenti abitativi successivamente formatesi negli avvallamenti intermedi . L’indole bellicosa di quelle popolazioni è testimoniata dal ritrovamento di arma da combattimento nel corredo funerario di alcune tombe del VII sec. Le tombe ritrovate sul colle palatino sono a incinerazione, analogamente a quelle ritrovate sui colli albani. Poiché la tradizione insiste nel sottolineare come Roma sia stata in origine una colonia di Alba Longa, questo particolare archeologico sembra confermarci come il sito del Palatino sia stato abitato da uomini originari proprio dei colli albani. Successivamente avvenne la graduale fusione con gli abitanti dei colli Celio e Esquilino, l’ultimo dei quali si presumo essere abitato da popolazioni di origine appenninica visto che vi sono state trovate delle tombe a inumazione.
Se Roma non era stata ancora fondata tuttavia la già esistente federazione tra i villaggi ne era il presupposto : e i suoi abitanti erano i Ramnes, cioè coloro che abitano vicino al fiume , nel linguaggio locale, Rumon. L’impulso alla trasformazione in città lo diede l’insediamento di gruppi di Sabini nel colle del Quirinale che avevano interesse ad avere libero il passaggio del fiume per poter rifornirsi di sale da inviare ai Sabini che si trovavano nell’entroterra appenninico. Divenne inevitabile il contrasto tra i Sabini, identificati nei Tities e i Ramnes, identificabile nel mito del ratto delle Sabine. A prevalere furono i gruppi Sabini che procedettero all’unificazione con i villaggi del Septimontium , che diede origine alla città vera e propria.
martedì 27 gennaio 2009

La fondazione di Roma secondo la leggenda. Il ciclo troiano latino e il ciclo sabino



Due sono i cicli di leggende che narrano l’origine della fondazione di Roma: uno troiano-latino, l’altro sabino.

Secondo il ciclo troiano-latino, il fondatore della città Romolo sarebbe discendente dell’eroe troiano Enea, figlio di Anchise e di Venere che, dopo aver valorosamente combattuto contro gli achei, quando Troia fu sopraffatta fuggì, insieme al padre, alla moglie Creusa e al figlio Ascanio (o Iulo, eponimo della gens Iulia, che sarà la prima dinastia della Roma imperiale), giungendo dopo un lungo viaggio sul litorale laziale. Ascanio vi fondò la città di Alba Longa di cui sarebbe stato il primo re.

Proprio un conflitto riguardo al diritto di governare Alba Longa fu all’origine della fondazione di Roma. I protagonisti erano i due figli del re Proca, Numitore, il legittimo erede al trono, e Amulio che prima rovesciò il fratello e quindi al fine di privare questi di una discendenza, impose alla moglie di lui, Rea Silvia di entrare nel collegio delle Vestali che erano obbligate al voto di castità. A rovinare questi piani l’intervento del dio Marte che si unì a Rea Silvia , la quale generò due gemelli Romolo e Remo. Essi dunque oltre ad essere discendenti di Enea, potevano vantare sangue di origine divina, proveniente da Venere e Marte. Amulio sottrasse i neonati alla madre e li abbandonò alle correnti del fiume sperando che da queste venissero inghiottiti. In realtà i due gemelli furono trasportati fino alle pendici del colle Palatino dove vennero raccolti da una lupa che li allattò fino a quando un pastore del luogo, Faustolo, non li prese e li allevò nella propria dimora.

Romolo e Remo, venuti a conoscenza dell’origine regale della propria stirpe, deposero Amulio dal trono di Alba Longa riconsegnando il regno a Numitore. Quindi tornarono sul colle Palatino per fondarvi la nuova città. Da un oracolo degli aruspici vennero a sapere che a Romolo spettava il diritto di diventare il primo re e di tracciare con l’aratro in confini della nuova città . Remo per scherno e per rabbia verso il fratello decise di oltrepassare i confini che avevano carattere sacro e per questo Romolo lo uccise ( 21 aprile del 753 a.C; data della fondazione secondo la tradizione).

Un altro ciclo di leggende ricostruisce invece i turbolenti rapporti tra i Latini e i Sabini, alla cui base ci sarebbe il famoso ratto dalle Sabine compito da soli uomini Latini che provvidero così a procurarsi le donne necessarie per dare stabilità alla fondazione di Roma. Per evitare ulteriori scontri e spargimento di sangue, proprio le Sabine si frapposero tra i contendenti. Queste infatti si trovavano a essere contemporaneamente mogli ( dei Latini) e figlie ( dei Sabini). Si giunse dunque a una rappacificazione sancita dalla spartizione del governo tra due re, Romolo di origine latina e Tito Tazio, di origine sabina. A rendere ancora più armoniosa la convivenza tra gli amici di un tempo il fatto che il secondo re di Roma, Numa Pompilio appartenesse alla stirpe dei Sabini.

mercoledì 21 maggio 2008

Annibale attraversa le Alpi con gli elefanti


Durante la seconda guerra punica nel settembre del 218 il gnernarale cartaginese Annibale arriva sul passo del Monginevro con 20 mila fanti, 6 mila cavalieri e 21 elefanti. Solo la metà dell'esercito partito dalla Spagna (90 mila fanti, 12 mila cavalieri e 37 elefanti) con lo scopo prima di allearsi con le popolazioni galliche e poi scendere in Italia per scontrarsi con le armate romane. Ma Annibale sbagliò il calcolo perché le tribù galliche gli furono generalmente ostili salvo il re de Boi, Magilo che lo aiutò a varcare le Alpi. Fu una traversata estenuante che costò la vita a molti soldati. In più i cartaginesi dovettero affrontare il duro inverno della Pianura Padana e secondo Polibio solo un elefante sopravvisse ai suoi rigori.

Lo storico greco ci dà la sua testimonianza di quell'evento:

"Attraverso le regioni pianeggianti, Annibale giunse alle pendici delle Alpi. In testa erano gli elefanti (…) i nemici, che non avevano mai visto quegli animali, non osavano avvicinarsi. (…) Raggiunto il valico delle Alpi, Annibale ordinò una sosta (…). All'alba (…) fu ripresa la marcia, ma la discesa si rivelò più difficile della salita. Nella notte era caduta la neve e la colonna avanzava lentamente. Giù per i sentieri scoscesi, uomini e cavalli sdrucciolavano, cadendo gli uni sugli altri, a stento trattenuti dagli arbusti e dalle radici affioranti qua e là. Il passaggio di tanti uomini e animali trasformava in molle poltiglia il sottile strato di neve fresca, scoprendo il ghiaccio sottostante (…).

Leggendosi sulla faccia di ognuno lo scoramento e la disperazione, Annibale, spintosi innanzi e fatti fermare i soldati su un promontorio, donde la vista spaziava largamente, mostrò loro l'Italia, e ai piedi delle Alpi la pianura Padana, dicendo che essi superavano allora non solo le mura d'Italia, ma della stessa città di Roma, che tutto il resto sarebbe stato agevole e piano, che con una o al massimo due battaglie avrebbero avuto nelle loro mani la rocca e la capitale d'Italia".


GLI ELEFANTI DI ANNIBALE NELLA MONETE PUNICHE E NEOPUNICHE (PDF)
domenica 22 luglio 2007

ROMOLO E LA PRIMA COSTITUZIONE DI ROMA

Così racconta Tito Livio (59 a.C. 17 d.C)nelle Storie dalla fondazione della città (Ab urbe condita libri 142)la prima costituzione a Roma promulgata da Romolo.

‘‘Romolo istituì norme giuridiche e pensando che sarebbero state veramente sacre alla mente di quegli uomini ancora rozzi ……..si rese più solenne col creare dodici littori.
…………Romolo elesse poi cento senatori, sia perché quel numero era sufficiente, sia perché solo cento erano quelli che potevano essere fatti senatori. E furono chiamati padri, certo solamente per la dignità della carica, e patrizi i loro discendenti”.
mercoledì 6 giugno 2007

Annibale

sul blog di IsideStoria segnalo questo bel posto sul condottiero cartaginese Annibale