A metà del IV secolo a.C. i Romani conquistarono anche la città di Sora nella riva sinistra dell’alto Liri: con la loro spinta offensiva verso sud avvennero i primi contatti con i Sanniti che si trovavano dall’altro lato del fiume Liri. I Sanniti erano una popolazione ancora allo stato tribale che si erano raggruppati in quattro zone: i Caraceni a nord del Sannio con centri principali Aufidena ( Alfidena) e Bovianum Vetus; al centro i Pentri nel Tiferno e nel Matese; gli Irpini a est di Benvento; i Caudini al confine con la Campania. Alla fine del V secolo alcuni gruppi mossero verso la Campania fondendosi con gli abitanti locali, Etruschi e Greci e costituendo nuove comunità a se stanti senza alcun rapporto con gli altri Sanniti rimasti sulle montagne. Romani e Sanniti decisero di stringere nel 354 A.C un patto di amicizia. Anche I Sanniti subivano le scorribande dei Galli strumentalizzate da Siracusa. Così come le azioni di disturbo condotte dalle navi greche sulle coste laziale ostacolavano la politica di preminenza di Roma sul Lazio. Da qui l’interesse di entrambi i popoli a fare fronte comune contro le rispettive minacce.
Per garantirsi la sicurezza sulle coste laziali Roma strinse nel 348 un nuovo accordo con Cartagine, il secondo dopo quello già stipulato nel 509. Anche in questo caso le clausole del trattato ci sono state tramandate da Polibio che le riprese dai documenti consultati negli archivi del tempio di Giove Capitolino: in cambio della garanzia della supremazia sul litorale laziale ( dove c’erano città autonome come Caere ma ad essa collegate), Roma riconosceva a Cartagine l’incontrastata superiorità nei traffici marittimi del Tirreno e del Mediterraneo occidentale. Anche Roma aveva interesse in tali traffici e per questo si serviva dei porti di Anzio e di Circei ma sopratutto di quello di Ostia, sulla foce del Tevere, la cui costruzione è accertata a partire dal IV sec a.C. Tramite questo porto i Romani tendevano ad allacciare relazioni con i principali porti meditrerranei e per questo era importante stringere patti con le principali potenze marinare per tutelarsi dagli atti di pirateria praticati su larga scala in tutti i mari e da tutte le marinerie.
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lunedì 1 ottobre 2012
L'alleanza di Roma con Sanniti ( 354 a.c) e Cartagine ( 348 a.c.)
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domenica 9 ottobre 2011
Siracusa contro Cartagine per il controllo della Sicilia. Dionisio I il grande e Dionisio II il giovane
Proprio mentre i Cartaginesi sembravano avviati alla conquista dell’intera Sicilia, a Siracusa assunse il potere come tiranno costituzionale (strategos autokrator) Dionisio il Grande (430-367) sostenuto dai ceti popolari. All’inizio le campagne militare da lui intraprese ebbero esito non favorevole, tanto da costringerlo a venire a patti con Cartagine. Ma poi riuscì a liberarsi dell’opposizione di esponenti dei ceti aristocratici distribuendone i beni a schiavi liberati e stranieri; trasformò l’isola di Ortigia in una cittadella fortificata; rafforzò la flotta e costituì un potente esercito di mercenari nelle cui fila vennero inseriti in seguito anche Campani, Iberi e Celti; rafforzò la cavalleria andando ad acquistare cavalli allevati dai Veneti, assai rinomati al tempo. Queste misure gli permisero di acquisire una preminenza sullo stretto di Messica con la distruzione della città di Naxos, il rafforzamento di colonie come Catania e Leontini, Messina, con la conquista delle isole Lipari, e contemporaneamente di intraprendere un’offensiva nei confronti di Cartagine cui strappò un ‘importante centro come Motye e respinse fino a Lilibeo. I Cartaginesi passarono però al contrattacco contando sul sostegno di Segesta, rimasta tenacemente avversaria di Dionisio. La situazione si capovolse e il cartaginese Imilcone giunse a cingere d’assedio Siracusa senza esiti favorevoli per il sopraggiungere di una pestilenza e di reparti spartani a sostegno di Dionisio, il quale in virtù del prestigio assunto come campione dell’ellenismo potè assumere il titolo di arconte di Sicilia.
Dopo aver fatto nel 392 una pace con i Cartaginesi , Dionisio volse le sue mire verso la Magna Grecia: nel 388 sconfisse presso l’Elleporo una lega italiota di città achee, nel 386 conquistò prima Reggio e poi tutto il Bruzio. Nel 379 acquisì Crotone, poi cercò l’alleanza di Taranto e si spinse a nord fino a creare una colonia ad Ancona e a conquistare un porto in Corsica. Nello stesso anno Cartagine , approfittando dell’insofferenza delle altre città greche verso l’espansionismo di Dionisio, riapri la contesa che durò tre anni. La conseguente pace che fissò sul fiume Halycus , a ovest di Agrigento, il confine tra le zone di’influenza greca e punica. Dionisio negli anni successivi dovette affrontare una crisi finanziaria conseguente ai problemi di mantenimento delle sue forze mercenarie ma nel 368 provò inutilmente a conquistare di nuovo Lilibeo. L’anno successivo morì dopo quaranta anni di potere ininterrotto. Lo Stato da lui organizzato e l’ambizioso progetto di creare un impero che riunisse tutti i greci d’Occidente si dissolsero dopo la sua scomparsa.
A succedergli fu il figlio Dionisio il giovane che ne proseguì la politica di espansione; ma i Cartaginesi appoggiarono contro di lui Dione, discepolo di Platone di cui avrebbe voluto riprodurre lo Stato ideale ; e mentre i due si fronteggiavano in una guerra civile i mercenari campani e sabelli creavano Stati indipendenti nell’isola di Ortigia e a Catania. Dione fu ucciso nel 354 e Dionisio venne deposto nel 345; da Corinto sopraggiunse Timoleonte a ristabilire l’ordine e l’unità di Siracusa con un regime democratico; costui riprese la lotta contro Cartagine che sconfisse presso il fiume Crimiso; combatté i i tiranni che si erano insediati in molte città greche estromettendo i mercenari che spesso vi si erano insediati; divenuto cieco abdicò nel 337 e per le sue opere venne esaltato dallo storico Timeo di Taormina come liberatore della Sicilia.
Nel frattempo la fama delle imprese di Alessandro Magno in Oriente giungeva anche a Cartagine, che, rimasta impressionata dalla conquista di Tiro nel 332 da parte del macedone, decise di guardare nuovamente all’espansione della Sicilia favorendo la scalata al potere a Siracusa di Agatocle. Uomo di oscure origini, Agatocle riuscì a guadagnarsi il favore dei ceti popolari abolendo i debiti, ridistribuendo le terre e bandendo gli esponenti aristocratici. Una volta acquisito il titolo di strategos autokrator, come Dionisio il Grande si propose come campione dell’ellenismo. Cartagine corse ai ripari inviandogli delle forze contro, ma Agatocle riuscì a rompere il blocco e a passare alla controffensiva in Africa dove grazie all’aiuto del re di Cirene, Ofella ( che poi uccise) , conquisterà città importanti come Tapso e Utica. Tornato a Siracusa nel 308, si volse di nuovo verso l’Africa dove questa volta subì dei rovesci, per poi siglare la pace con Cartagine che ristabiliva nuovamente sull’Halycum il confine di separazione delle rispettive zone di influenza in Sicilia.
Agatocle venne poi chiamato in aiuto da Taranto contro le scorrerie piratesche del principe spartano Cleonimo a cui sottrasse l’isola di Corcira. Poi si volse contro i Bruzi togliendo loro di nuovo Crotone. Allargò poi il suo orizzonte politico stabilendo buoni rapporti con i Pucezi, gli Iapigi e la città di Napoli. Morì nel 289 A.c dopo aver ripristinato a Siracusa un regime democratico. Ma i suoi mercenari campani, chiamati Mamertini per il loro culto verso Marte, si impadronirono di Messina creandovi uno stato autonomo..
Le complesse vicende politiche e militari sopra illustrate testimoniano di un più intenso contatto tra l’elemento greco e le genti italiche che favori la crescita civile di queste ultime. Uno sviluppo che come vedremo però finirà per ritorcersi contro gli stessi Greci.
Dopo aver fatto nel 392 una pace con i Cartaginesi , Dionisio volse le sue mire verso la Magna Grecia: nel 388 sconfisse presso l’Elleporo una lega italiota di città achee, nel 386 conquistò prima Reggio e poi tutto il Bruzio. Nel 379 acquisì Crotone, poi cercò l’alleanza di Taranto e si spinse a nord fino a creare una colonia ad Ancona e a conquistare un porto in Corsica. Nello stesso anno Cartagine , approfittando dell’insofferenza delle altre città greche verso l’espansionismo di Dionisio, riapri la contesa che durò tre anni. La conseguente pace che fissò sul fiume Halycus , a ovest di Agrigento, il confine tra le zone di’influenza greca e punica. Dionisio negli anni successivi dovette affrontare una crisi finanziaria conseguente ai problemi di mantenimento delle sue forze mercenarie ma nel 368 provò inutilmente a conquistare di nuovo Lilibeo. L’anno successivo morì dopo quaranta anni di potere ininterrotto. Lo Stato da lui organizzato e l’ambizioso progetto di creare un impero che riunisse tutti i greci d’Occidente si dissolsero dopo la sua scomparsa.
A succedergli fu il figlio Dionisio il giovane che ne proseguì la politica di espansione; ma i Cartaginesi appoggiarono contro di lui Dione, discepolo di Platone di cui avrebbe voluto riprodurre lo Stato ideale ; e mentre i due si fronteggiavano in una guerra civile i mercenari campani e sabelli creavano Stati indipendenti nell’isola di Ortigia e a Catania. Dione fu ucciso nel 354 e Dionisio venne deposto nel 345; da Corinto sopraggiunse Timoleonte a ristabilire l’ordine e l’unità di Siracusa con un regime democratico; costui riprese la lotta contro Cartagine che sconfisse presso il fiume Crimiso; combatté i i tiranni che si erano insediati in molte città greche estromettendo i mercenari che spesso vi si erano insediati; divenuto cieco abdicò nel 337 e per le sue opere venne esaltato dallo storico Timeo di Taormina come liberatore della Sicilia.
Nel frattempo la fama delle imprese di Alessandro Magno in Oriente giungeva anche a Cartagine, che, rimasta impressionata dalla conquista di Tiro nel 332 da parte del macedone, decise di guardare nuovamente all’espansione della Sicilia favorendo la scalata al potere a Siracusa di Agatocle. Uomo di oscure origini, Agatocle riuscì a guadagnarsi il favore dei ceti popolari abolendo i debiti, ridistribuendo le terre e bandendo gli esponenti aristocratici. Una volta acquisito il titolo di strategos autokrator, come Dionisio il Grande si propose come campione dell’ellenismo. Cartagine corse ai ripari inviandogli delle forze contro, ma Agatocle riuscì a rompere il blocco e a passare alla controffensiva in Africa dove grazie all’aiuto del re di Cirene, Ofella ( che poi uccise) , conquisterà città importanti come Tapso e Utica. Tornato a Siracusa nel 308, si volse di nuovo verso l’Africa dove questa volta subì dei rovesci, per poi siglare la pace con Cartagine che ristabiliva nuovamente sull’Halycum il confine di separazione delle rispettive zone di influenza in Sicilia.
Agatocle venne poi chiamato in aiuto da Taranto contro le scorrerie piratesche del principe spartano Cleonimo a cui sottrasse l’isola di Corcira. Poi si volse contro i Bruzi togliendo loro di nuovo Crotone. Allargò poi il suo orizzonte politico stabilendo buoni rapporti con i Pucezi, gli Iapigi e la città di Napoli. Morì nel 289 A.c dopo aver ripristinato a Siracusa un regime democratico. Ma i suoi mercenari campani, chiamati Mamertini per il loro culto verso Marte, si impadronirono di Messina creandovi uno stato autonomo..
Le complesse vicende politiche e militari sopra illustrate testimoniano di un più intenso contatto tra l’elemento greco e le genti italiche che favori la crescita civile di queste ultime. Uno sviluppo che come vedremo però finirà per ritorcersi contro gli stessi Greci.
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venerdì 5 agosto 2011
Espansionismo e sviluppo commerciale di Cartagine. La lotta con i Greci di Sicilia nel V secolo a.C.
Nella prima metà del IV secolo A.c. contestualmente agli scontri che al centro Italia vedevano contrapposti Romani e Etruschi, nella parte meridionale della penisola si andava sviluppando una crescente rivalità tra l’elemento greco, la cui unificazione verrà iniziata da Siracusa e che coinvolgerà i popoli italici del sud, e i Cartaginesi impegnati in una colonizzazione della Sicilia che si faceva progressivamente più sistematica.
Cartagine fondava la sua potenza sui traffici marittimi che si sviluppavano in tutto il mediterraneo grazie a trattati commerciali che garantivano ai suoi mercanti condizioni di favore rispetto ai concorrenti e a un ben congegnato sistema di distribuzione delle materie prime e dei prodotti che utilizzava gli antichi scali fenici: dal Nord Europa giungevano ambra, stagno, dalla Spagna l’argento, dall’interno dell’Africa oro e schiavi, dalle coste del Marocco pelli e avorio. Cartagine esportava i suoi prodotti artigianali: armi, cuoi e tessuti.
Il sistema istituzionale cartaginese si basava sull’equilibrio di potere tra aristocrazia terriera , che nominava i due supremi magistrati ( sufeti) e veniva rappresentata nel Senato, e ceto mercantile da cui provenivano sovente i giudici e i componenti delle pentarchie ( consigli di cinque membri che gestivano le più importanti funzioni amministrative dello Stato) . I ceti popolari erano raggruppati in svariati corpi che si riunivano anche per consumare assieme il pasto. L’assimilazione con gli indigeni rimase problematica: Cartaginesi e Libici non arrivarono mai a costituire un unico spirito nazionale.
A partire dal VI secolo A.C l’esercito cartaginese si rafforzò soprattutto con elementi mercenari che ne divennero progressivamente l’elemento numericamente preponderante: la cavalleria era composta da capi tribù della Numidia, gli elefanti vennero introdotti dai berberi e anche i contadini libici che lavoravano nei campi dell’aristocrazia finirono per ingrossare le fila dell’esercito .
Il fatto che l’esercito cartaginese fosse composto sopratutto di mercenari favorì i tentativi dei generali di provare a sovvertire l’ordine costituzionale aristocratico: ci sono giunte notizie di tentativi di colpi di mano da parte di un certo Annone (338); di Amilcare (313) e Bomilcare ( 308), che si risolsero in insuccessi e nelle relative condanne a morte dei congiurati da parte del Senato.
Se la forza di Cartegine risiedeva principalmente negli scali marittimi va anche osservato come la formazione e il consolidamento di una ricca aristocrazia portò anche a un espansione territoriale verso ovest e sud che si accentuò dal IV sec con lo sviluppo di centri urbani come Leptis magna, Utica, Hadrumetum, Tapso. L’espansionismo cartaginese si volse anche verso la Sardegna e la Sicilia. Nel primo caso si limitò alla fondazione di colonie lungo la costa : Karalis ( l’odierna Cagliari) Olbia, Tharros, Sulci, Nora; insediamenti che però ebbero notevole peso nell’evoluzione civile dei sardi, tanto che i Romani li definiranno sprezzantemente Africani. In Sicilia invece si ebbe un intensa penetrazione nella parte occidentale con l’assimilazione delle antiche popolazioni locali degli Elimi e l’impronta cartaginese è presente in maniera capillare negli usi , nei costumi e nei culti degli indigeni. C’erano la premesse per spostare la penetrazione verso la parte centrale dell’isola, il che avrebbe reso inevitabile il conflitto con i Greci . Ma il rovescio di Imera imposto alla flotta cartaginese da Gelone di Siracusa nel 480 testimoniava quanto fosse ostica l’espansione in zone in cui la presenza greca era già consolidata. Rimaneva tuttavia il fatto che per Cartagine era fondamentale avere il controllo della sponda di costa posta di fronte a quella africana e dunque si trattava solo di cogliere ilo momento opportuno per dare inizio all’offensiva decisiva per la conquista della Sicilia. L’opportunità si presentò alla fine del V secolo A.c in concomitanza con le divisioni che avevano indebolito le città greche. Questo permise a Cartagine di conquistare Selinunte e Agrigento e di distruggere Imera.
Cartagine fondava la sua potenza sui traffici marittimi che si sviluppavano in tutto il mediterraneo grazie a trattati commerciali che garantivano ai suoi mercanti condizioni di favore rispetto ai concorrenti e a un ben congegnato sistema di distribuzione delle materie prime e dei prodotti che utilizzava gli antichi scali fenici: dal Nord Europa giungevano ambra, stagno, dalla Spagna l’argento, dall’interno dell’Africa oro e schiavi, dalle coste del Marocco pelli e avorio. Cartagine esportava i suoi prodotti artigianali: armi, cuoi e tessuti.
Il sistema istituzionale cartaginese si basava sull’equilibrio di potere tra aristocrazia terriera , che nominava i due supremi magistrati ( sufeti) e veniva rappresentata nel Senato, e ceto mercantile da cui provenivano sovente i giudici e i componenti delle pentarchie ( consigli di cinque membri che gestivano le più importanti funzioni amministrative dello Stato) . I ceti popolari erano raggruppati in svariati corpi che si riunivano anche per consumare assieme il pasto. L’assimilazione con gli indigeni rimase problematica: Cartaginesi e Libici non arrivarono mai a costituire un unico spirito nazionale.
A partire dal VI secolo A.C l’esercito cartaginese si rafforzò soprattutto con elementi mercenari che ne divennero progressivamente l’elemento numericamente preponderante: la cavalleria era composta da capi tribù della Numidia, gli elefanti vennero introdotti dai berberi e anche i contadini libici che lavoravano nei campi dell’aristocrazia finirono per ingrossare le fila dell’esercito .
Il fatto che l’esercito cartaginese fosse composto sopratutto di mercenari favorì i tentativi dei generali di provare a sovvertire l’ordine costituzionale aristocratico: ci sono giunte notizie di tentativi di colpi di mano da parte di un certo Annone (338); di Amilcare (313) e Bomilcare ( 308), che si risolsero in insuccessi e nelle relative condanne a morte dei congiurati da parte del Senato.
Se la forza di Cartegine risiedeva principalmente negli scali marittimi va anche osservato come la formazione e il consolidamento di una ricca aristocrazia portò anche a un espansione territoriale verso ovest e sud che si accentuò dal IV sec con lo sviluppo di centri urbani come Leptis magna, Utica, Hadrumetum, Tapso. L’espansionismo cartaginese si volse anche verso la Sardegna e la Sicilia. Nel primo caso si limitò alla fondazione di colonie lungo la costa : Karalis ( l’odierna Cagliari) Olbia, Tharros, Sulci, Nora; insediamenti che però ebbero notevole peso nell’evoluzione civile dei sardi, tanto che i Romani li definiranno sprezzantemente Africani. In Sicilia invece si ebbe un intensa penetrazione nella parte occidentale con l’assimilazione delle antiche popolazioni locali degli Elimi e l’impronta cartaginese è presente in maniera capillare negli usi , nei costumi e nei culti degli indigeni. C’erano la premesse per spostare la penetrazione verso la parte centrale dell’isola, il che avrebbe reso inevitabile il conflitto con i Greci . Ma il rovescio di Imera imposto alla flotta cartaginese da Gelone di Siracusa nel 480 testimoniava quanto fosse ostica l’espansione in zone in cui la presenza greca era già consolidata. Rimaneva tuttavia il fatto che per Cartagine era fondamentale avere il controllo della sponda di costa posta di fronte a quella africana e dunque si trattava solo di cogliere ilo momento opportuno per dare inizio all’offensiva decisiva per la conquista della Sicilia. L’opportunità si presentò alla fine del V secolo A.c in concomitanza con le divisioni che avevano indebolito le città greche. Questo permise a Cartagine di conquistare Selinunte e Agrigento e di distruggere Imera.
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mercoledì 6 giugno 2007
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