domenica 21 marzo 2010

L'editto di Rotari, primo codice scritto di leggi dei Longobardi

Nel 643, a Pavia venne promulgato dal re Rotari (636-654) il primo codice di leggi scritte dei Longobardi: per la prima volta si affermava il il potere legiferante di un sovrano longobardo. Il codice venne scritto in lingua latina, retaggio della tradizione giuridica romana; tuttavia il contenuto era assolutamente estraneo al diritto romano trattandosi di norme tribali a cui erano state aggiunte nuove norme più recenti; ad esse rimanevano sottoposti solo i Longobardi, mentre tra i Romani rimaneva vigente il loro diritto. Il testo,a noi noto come "Editto di Rotari", è composto di 388 articoli di leggi. Rotari ammise di averlo messo insieme "con grande fatica e lunghissime veglie…, cercando e ricordando le antiche leggi dei nostri padri che non erano state scritte", ricorrendo spesso alla memoria degli anziani, custodi di norme che venivano trasmesse di generazione in generazione per via orale. Qualche decennio più tardi Il prologo dell'Editto venne integrato con l'antica storia della migrazione del popolo longobardo (Origo gentis langobardorum), un testo che, verrà utilizzato come fonte negli ultimi anni dell’VIII secolo da Paolo Diacono (720 ca.-799) per la sua Storia dei Longobardi (Historia langobardorum).
venerdì 19 marzo 2010

Dal Lago Regillo al Foedus Cassianum: Romani e Latini nella prima età repubblicana

Allontanatasi la minaccia dell'etrusco Porsenna, i Romani nel frattempo si erano dati un nuovo ordinamento trasferendo il potere supremo dal re a due pretori, probabilmente i comandanti dei due reggimenti costituenti l’esercito politico, ma lasciando al re l’adempimento delle funzioni sacrali. Roma riprese ad assumere una posizione di preminenza nel Lazio e siglò un trattato con Cartagine in base al quale si vedeva riconosciuto il controllo del litorale laziale in cambio dell’accettazione della supremazia cartaginese sulle rotte marittime. Ma le forze latine ,che avevano sperimentato ad Aricia cosa potevano fare unendo le loro forze, assunsero un atteggiamento ostile ai Romani. Da qui lo scontro militare che si ebbe nel 496 al lago Regillo: la tradizione assegna la vittoria ai Romani, e la notizia del successo venne portata a Roma dai Dioscuri, i due fratelli figli di Giove e Leda.
In realtà sembra che al Lago Regilio non ci furono ne vinti ne vincitori visto che solo tre anni dopo Romani e latin i strinsero tra loro un alleanza.
Il motivo di tale accordo è da ricercarsi nel prorompere di un nemico comune: le bande di Equi e Volsci che cominciavano a premere sul confine laziale. Il patto stipulato venne tramandato con il nome di Foedus Cassianum dal nome di Spurio Cassio, uno dei due pretori- consoli che promosse l’accordo. L’alleanza con i Latini durerà per un secolo un mezzo: in questo frangente i Romani avranno modo di addestrarsi ulteriormente nell’arte di governo e in quella militare, premessa al successivo dominio che riusciranno a imporre sull’intera penisola.
giovedì 18 marzo 2010

Dai Winilli ai Longobardi. L'origine del popolo dei "lungabarba"

La leggenda tramandataci dalla tradizione orale sulle origini mitiche dell popolo longobardo narra che, durante la migrazione dalla Scandinavia, i Winnili "tutti nel fiore della gioventù ma pochissimi di numero" uscirono vincitori dallo scontro con i più potenti e numerosi Vandali grazie all'intervento del dio Wotan. Per celare l'inferiorità numerica i Winnili si presentarono in battaglia con le loro donne, le quali avevano "i capelli sciolti intorno al viso così da farli sembrare barbe" di uomini. Il travestimento era stato loro suggerito dalla dea Frea, moglie del dio Wotan che le aveva anche invitate a disporsi in modo che il marito affacciandosi dalla sua finestra che volge ad oriente le potesse vedere. E difatti quando Wotan chiese "Chi sono questi dalle lunghe barbe?" ebbe come risposta da Fea la richiesta di fare vincere quel popolo a cui lui aveva dato il nome. Wotan la esaudì e così con il nuovo nome, nasceva un nuovo popolo.
Paolo Diacono che nell'VIII secolo scrisse la storia del suo popolo ormai convertito al cristianesimo, liquidò tale racconto come una "favola ridicola"; Tuttavia egli precisò: "È certo però che i Longobardi, che prima erano detti Winnili, furono chiamati così in un secondo tempo per la lunghezza della barba mai toccata dal rasoio". Dunque le origini dei Longobardi sono collegate al culto di Wotan-Odino, detto anche "lungabarba", una delle divinità oggetto di maggior venerazione da parte dei popoli germanici delle steppe orientali. la loro etnia si formò probabilmente all'inzio dell'era cristiana nella regione del Basso Reno o della Bassa Elba e che dopo una migrazione di più secoli si spostarono verso est, nell'odierna Austria.. Quando nel 568 il loro capoi Alboino decise di scendere verso l'Italia ad essa si unirono gruppi di Sassoni, Gepidi, Bulgari e Svevi stanziati in quella zona.
mercoledì 17 marzo 2010

Indice: la prima Roma repubblicana

Dal Lago Regillo al Foedus Cassianum: Romani e Latini nella prima età repubblicana
Le Leges Liciniae Sextiae: l'accesso dei plebei al consolato
L'alleanza tra Romani e Latini contro le incursioni di Equi e Volsci ( prima metà del V secolo a.C)
La battaglia del monte Algido ( 431 a.C.) Aulo Postumio Tuberto
I Romani sui Colli Albani. L'ascesa dei plebei con la lex Iulia e la lex Canuleia
A Fidanae primi scontri tra Roma e Veio
Roma conquista Veio ( 396 a.C.)
Marco Furio Camillo, dux fatalis
I Galli di Brenno assediano Roma.Verità storica e leggende delle incursioni nel IV secolo A.c.
Brenno: nome proprio gallico o titolo di comando?
Volsci, Equi, Falisci, Tarquinia si rivoltano a Roma. L'incorporazione di Tuscolo ( prima metà IV secolo a.C.)
Roma e le tensioni con Ernici, Tarquinia e Caere . Le Tabulae Ceritium

L'alleanza di Roma con Sanniti ( 354 a.c) e Cartagine ( 348 a.c.)
La deditio di Capua a Roma e la prima guerra sannitica
Roma sconfigge la Lega Latina (338 a.C) e associa Cuma e Capua
giovedì 11 marzo 2010

INDICE: I Longobardi

Dai Winilli ai Longobardi. L'origine del popolo dei "lungabarba"
L'Italia longobarda e bizantina. Città e campagna: la penisola divisa in due
Contro le razzie dei Longobardi anche l'hospitalitas fu inutile
L'arte longobarda
Il tempietto longobardo di Cividale del Friuli (VIII secolo)
Agilulfo
La lamina di Agilulfo
L'editto di Rotari, primo codice scritto di leggi dei Longobardi
Cani a cavallo: i cinocefali Longobardi
giovedì 4 marzo 2010

La fioritura artistica nella Spagna visigota del VII secolo

Proprio mentre in altre parti d’Europa, e specialmente in Italia, l’arte era in pieno declino, in Spagna durante il regno visigoto si andò registrando una notevole fioritura artistica con la creazione di forme di assoluta bellezza e notevole originalità, dovuta anche al fatto che i Visigoti intensificarono i contatti con l’Africa e ridussero quelli con il mondo latino.
Pregevole fu l’architettura visigota del VII secolo: allora vennero costruite piccole chiese a pianta breve e larga e abside rettangolare, in cui la varietà dei motivi decorativi si univa alla sapienza costruttiva ereditata dai Romani. Toledo divenuta nel 580 capitale del regno, diventa il centro di irradiazione di questa nuova scuola architettonica caratterizzata dalla ricchezza dei fregi scultorei in cui si mischiano elementi differenti: quelli classici e bizantini e le influenze africane, egiziane e siriache. Un elemento di discontinuità con il passato risiede nelle tipologie dei capitelli costruiti in pietra nella Spagna gota che così abbandona il marmo tipico dello stile classico. Una tradizione che nemmeno l’invasione araba riuscirà a fermare, come testimoniato dalle chiese asturiane del del IX e X secolo, costruite secondo i canoni dettati dai visigoti.
giovedì 25 febbraio 2010

Il contesto storico della frase di Gesù: "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Relativismo e lealismo verso il politico

La posizione di Gesù di Nazareth nei confronti dell’autorità politica è riportata nella famosa frase del vangelo di Marco (12,13-17) “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che Dio” che reciterà una parte fondamentale nella costituzione del pensiero politico “cristiano” successivo. Essa è diventato un caposaldo nella riflessione sulla separazione tra la sfera religiosa e quella politica; ma al di fuori di ogni generalizzazione va ricondotta al suo originario contesto.
In quel passo Gesù viene interrogato dai farisei sulla liceità di pagare il tributo ai rappresentanti di Cesare come segno della sottomissione al potere romano della Giudea, divenuta provincia dell’impero ( tributum capitis). Si tratta dell’apodotè, termine che indica il pagamento del tributo inteso come dovuto all’autorità legittimo dal punto di vista del lealismo farisaico e invece considerato illegale da alcuni settori dell’ebraismo ( in particolare i ribelli denominati "sicari") secondo i quali il pagamento del tributo a Cesare significava il riconoscimento di un Signore alternativo a Jahvè,e dunque era da considerarsi un atto idolatrico.
La risposta di Gesù si compone di due parti. La prima (“Date a cesare quel che è di Cesare”), riconosce la liceità del pagamento del tributo all’autorità legittima inserendosi dunque nel solco del lealismo dei farisei ( il gruppo più rilevante all’interno del giudaismo del tempo di Gesù; sostenitori dell’immortalità dell’anima, in ciò contrapposti ai sadducei). Ma nel proseguo della frase ( “Date a Dio quel che è di Dio”), pur senza alcuna politicizzazione propria del messianismo regale ebraico, Gesù non esprime una posizione di neutralità nei confronti dell’autorità, che viene relativizzata in quanto posta in antitesi alla dimensione spirituale su cui si deve concentrare l’attenzione e la completa devozione. Per un verso Gesù riconosce il dovere di pagare il tributo a Cesare in quanto rispetto dell’autorità, legittimo nell’ambito mondano, senza che ciò diventi un atto di idolatria in quanto l’imperatore non viene sacralizzato. E a chiarirlo è proprio l’immediata successiva precisazione che l’uomo appartiene soltanto a Dio.
domenica 21 febbraio 2010

La cripta del monastero di Jouarre


L’abbazia di Jouarre, una delle sette presenti nella Marna fu fondata nel VII secolo da Adone, sulla scia dell’apostolato compiuto nella zona dall’irlandese San Colombano. Tra gli edifici del complesso monastico di particolare pregio la cripta della basilica cimiteriale di Saint-Paul, che rappresenta una delle più rilevanti testimonianze dell’arte precarolingia.
La cripta venne costruita su iniziativa del vescovo Agilberto, ritiratosi intorno al 670 presso il monastero amministrato dalla sorella, la badessa Teodechilde, ove fu sepolto.
La cripta, posta in origine dietro l’abside della Chiesa, è suddivisa in tre navate con una doppia fila di colonne marmoree, con volte a crociera che nel XII secolo, furono costruite a sostituite l’iniziale copertura piana o a volta a botte.
La ricchezza delle forme e l’uso dei materiali non locali testimoniano della destinazione aristocratica della costruzione. Le colonne provengono da antichi monumenti andati in rovina, mente i capitelli sono stati appositamente scolpiti. Alcune di essi hanno forme corinzie, altre sono di tipo composito ma tutti sembrano provenire da officine situate nel VII secolo sui Pirenei e trasportati prima via mare e poi sulla Senna e sulla Marna.
venerdì 12 febbraio 2010

Il crollo della monarchia a Roma. La storia conferma la tradizione

Al posto del re subentrarono nel detenere il supremo potere dello Stato due consoli, che inizialmente furono chiamati pretori. Costoro nel 509, lo stesso anno della caduta di Tarquinio eressero un tempio in onore di Giove in Campidoglio e conclusero un trattato con Cartagine.
Gli storici per molto tempo hanno dato poco credito alla versione narrataci dalla tradizione, ritenendola in alcuni casi una totale invenzione degli annalisti succubi della ideologia del tempo favorevole all’aristocrazia dominante. Le interpretazioni date alla caduta della monarchia erano le più varie: secondo alcuni sarebbe stato lo stesso Porsenna a deporre Tarquinio per subentrarne nel controllo di Roma; per altri invece la monarchia non sarebbe caduta con un rivolta improvvisa ma avrebbe perso progressivamente il proprio potere per rimanere come istituzione esclusivamente avente funzione religiosa e formale. In realtà le successive risultanze provenienti dall’epigrafia, dalla toponomastica, dalla linguistica e dall’archeologia hanno restituito alla tradizione pieno valore. Ovviamente le vicende di Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia non sono che leggende volte a celebrare il valore dei Romani. Ma anch’esse ci danno preziosi indicazioni su quanta importanza essi dessero al patriottismo o a valori come la castità espressi da personaggi come Lucrezia. Dietro alle nobili leggende si nascondeva probabilmente una realtà inconfessabile per quella che già allora era una potenza come Roma: una sconfitta pesante subita da persona con annessa l’umiliazione della consegna delle armi, testimoniata dalle versioni etrusche ma non negata dalle fonti romane.
A confermare la validità storica della tradizione ci sono altri elementi: l’avversione in età storica che i Romani avevano per la monarchia è da ricercarsi non tanto in un influsso retorico greco quanto nel ricordo di un evento traumatico avvenuto nel passato quale appunto la cacciata improvvisa di un re. In secondo luogo la già citata occupazione di Roma da parte di Porsenna ormai storicamente accertata; infine il fatto che la battaglia di Aricia che è stata registrata dalla coeva storiografia greca (nella storia d’Italia di Antioco da Siracusa e nella biografia di Aristodemo scritta da Imperoco da Cuma).
Sulla base dei vari dati disponibili si può provare a fare una ricostruzione di come andarono probabilmente quegli avvenimenti. Tarquinio impose uno sviluppo urbanistico e un’espansione militare che mise a dura prova i Romani. Da questi malumori nacque la spinta per il complotto contro il re attuato dai patrizi. La deposizione di Tarquinio rappresentava anche una rivalsa dell’aristocrazia contro gli ultimi re etruschi che si erano appoggiati sui nuovi ceti in formazione: plebei, immigrati e i clienti emancipati questi ultimi valorizzati da Servio Tullio.
Il controllo di Roma e del suo territorio interessava però le città dell’Etruria meridionale per i contatti commerciali che dovevano mantenere con la Campania: per questo il re di Chiusi Porsenna scese a cingere d’assedio la città che alla fine dovette essere costretta a capitolare dovendo subire anche l’affronto del disarmo ( proibizione dell’uso del ferro, tranne che per l’agricoltura)
Intanto sui Colli Albani si venne formando una coalizione dei città latine formate da Aricia, Muscolo, Lanuvio, località che si erano espanse dopo la caduta di Alba Longa. Porsenna inviò un esercitò ma fu sconfitto dalla coalizione sostenuta dal tiranno di Cuma Aristodemo. Poi a causa di vicende interne di Chiusi, di cui si ignorano i dettagli, Porsenna fu costretto con il suo esercito a rientrare abbandonando anche il controllo di Roma.
domenica 31 gennaio 2010

La cacciata di Tarquinio il Superbo da Roma. Porsenna e l'offensiva etrusca

Secondo la tradizione Tarquinio il Superbo fu deposto mentre si trovava fuori Roma ad assediare Ardea: suo figlio Sesto aveva oltraggiato Lucrezia, moglie di Collatino e questi si associò a Giunio Bruto nel vendicare l’affronto deponendo il re assente. Tarquinio si rifugiò a Muscolo dove risiedeva la figlia che aveva sposato un uomo del luogo. Intanto il re di Chiusi Porsenna cinse d’assedio Roma per riportare sul trono Tarquinio ma fu commosso dagli atti di eroismo di alcuni abitanti ( Clelia , ostaggio di Porsenna che attraversò il fiume a nuoto per rientrare in città; Orazio Coclite che da solo tiene testa agli assalitori per il tempo necessario alla distruzione del ponte Sublicio; Muzio Scevola che si lascia bruciare la mano responsabile di aver ucciso un altro uomo al posto di Porsenna, che rappresentava il vero bersaglio della sua azione) decise di concedere ai Romani una pace onorevole. Anche suo figlio Arunte decise di muovere guerra a Roma ma fu sconfitto ad Aricia sui colli Albani, da un insieme di forze latine coalizzatesi con il tiranno di Cuma, Aristodemo. Dopo questo rovescio gli Etruschi abbandoneranno ogni volontà di dominio diretto su Roma.
domenica 3 gennaio 2010

Le Leges Liciniae Sextiae: l'accesso dei plebei al consolato

Le leges Liciniae Sextiae (Leges), furono presentate nel 376 a.C dai tribuni della plebe Licinio Stolone e Sestio Laterano. Esse prevedevano 1) di limitare il possesso dell'ager publicus, il terreno di proprietà dello Stato per lo più acquisito dopo campagne militari, a 500 iugeri a testa e con esso il numero di capi di bestiame che potevano pascolarvi;2) che dalle somme date in prestito venissero sottratti gli interessi già pagati e che il resto venisse reso in tre anni; 3) che i plebei avessero accesso a tutte le magistrature e , in particolare l’obbligo che almeno uno dei due consoli fosse plebeo. Ovviamente tali disposizioni incontrarono l’opposizione dei patrizi che cercarono con l’ostruzionismo di bloccarne l’approvazione. Di contro Licinio Stolone e Sestio Laterano, che venivano ogni anno confermati al tribunato, intrapresero una battaglia decennale nei confronti dei patrizi, utilizzarono le stesse armi dei loro avversari e tramite il diritto di intercessione, cioè il potere di veto che spettava loro contro gli atti dei magistrati, impedivano lo svolgimento delle assemblee del Senato e la stessa elezione delle magistrature. Era chiaro che se non si fosse giunti ad accogliere le richieste della plebe la situazione di stallo istituzionale si sarebbe protratta potenzialmente all’infinito. Da qui il raggiungimento del compromesso e l’approvazione delle leggi Licinie Sestie nel 367 a.C e la fine dell’ostruzionismo dei tribuni della plebe.
martedì 29 dicembre 2009

Buffalmacco

Bonamico ( Buonamico) di Martino, detto Buffalmacco, è stato un pittore che svolse la sua attività a Firenze e in altre città toscane tra il 1315 e il 1340. Buffalmacco decise di non aderire alla tendenza prevalente di seguire lo stile di Giotto, ma coltivò una sua originale vena creativa elaborando un linguaggio diverso, eccentrico ed estremamente espressivo. Nelle sue opere possiamo trovare una miscela di differenti stil figurativi, fondendo alcuni tratti della corrente giottesca con l'espressivismo bolognese e la cosiddetta tendenza "miniaturistica" che dava grande importanza ai dettagli decorativi, cosa che gli permise di cimentarsi nella rappresentazioni di una vasta gamma di soggetti. Dopo un acceso dibattito tra gli studiosi si concorda di attribuire a lui il capolavoro del ciclo degli affreschi della Morte nel camposanto di Pisa che si ritiene siano stati completati attorno al 1342.
martedì 22 dicembre 2009

La Gens nell'antica Roma. Origine e significato storico

La gens nell’antica Roma è l’insieme degli individui che si riconoscono discendenti da un capostipite comune
L’origine di tale raggruppamento parentale è controverso: secondo alcuni le gentes sarebbero la forma primigenia di associazione umana dalla quale attraverso successivi raggruppamenti sempre maggiori si sarebbe poi costituito lo stato, il quale abbia finito poi per conglobarle tutti. Secondo altri invece Lo Stato avrebbe creato artificiosamente le tribù e le gentes per affermare la propria autorità sopra di esse. Per altri ancora le gentes si sarebbero generate in un processo parallelo e indipendente a quello statale man mano che le classi sociali si differenziavano.
In ciascuna gens di distinsero varie linee mediante un cognomen: ad esempio alla gens Cornelia appartenevano le famiglie degli Scipioni dei Lentuli, dei Silla etc. In età monarchica e nella prima età repubblicana le gentes erano formati esclusivamente da patrizi, detti gentiles. L'ingresso dei plebei avvenne grazie alla lex Canuleia del 445 A.C che eliminava il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei. Ogni gens aveva culti particolari e cerimonie sue proprie. Le decisioni prese all’interno della singola gente potevano avere carattere vincolante per tutti gli appartenenti a un determinato gruppo. E i gentiles erano legati tra loro da obblighi reciproci.
L’interpretazione della suddivisione esistente in età storica tra gentes maiores e minores è controversa: secondo alcuni sarebbe da imputare all’accresciuta ricchezza di alcuni settori del patriziato, per altri invece le gentes minores sarebbero all’origine dei gruppi della borghesia plebea che divenute ricche e potenti sarebbero state ammesse al patriziato ancora aperto all’ingresso di membri di origine plebea.
Ciascun membro della gens aveva tre nomi: il gentilizo; il prenomen o nome individuale e il cognomen che identificava invece la famiglia.. L'importanza delle genealogie era evidente come strumento per acquisire prestigio e non a caso il compito di redigerlo, spesso in maniera fantasiosa era affidato a dei poeti. In questo senso è da esempio il fatto che Virgilio facesse derivare l’origine della gens Iulia - a cui appartenevano sia Giulio Cesare che Ottaviano Augusto- da Iulo, il figlio del mitico eroe troiano Enea.
giovedì 10 dicembre 2009

Numa Pompilio

Succeduto a Romolo, Numa Pompilio è il leggendario secondo re di Roma, di origine sabina, che avrebbe regnato dal 715 al 673 a.C. La tradizione gli attribuisce una serie di riforme (organizzazione del culto, creazione dei collegi sacerdotali dei Salii , nomina delle vestali e del primo pontefice, riforma del calendario lunare che passò da 10 a 12 mesi , ecc.) che in realtà risultano essere il prodotto di una lunga evoluzione culturale e religiosa. La storicità delle stessa figura di Numa Pompilio è oggetto di discussione anche se oggi il filone che tenderebbe a avvalorarne l’esistenza sta acquisendo più peso. Numa secondo una tradizione più tarda si sarebbe avvalso per realizzare la sua opera dei consigli della ninfa Egeria e sarebbe stato discepolo di Pitagora, benché i due personaggi siano separati da un evidente divario cronologico.
martedì 8 dicembre 2009

Il battistero di Poitiers



Il battistero di Poitiers, considerata la più antica costruzione cristiana della Francia, si innalza sulle fondamenta di un battistero paleocristiano che aveva la centro di una sala quadrata una piscina ottagonale. Durate l’età merovingia modificò il suo aspetto e venne trasformata in una chiesa a pianta cruciforme.Vennero ricostruiti i muri perimetrali con pietre allungate e mattoni; per ciò che concerne la pianta vennero aperte delle absidi: l’abside orientale con perimetro poligonale, quelle sporgenti sui lati avevano forma quadrate mentre oggi sono semicircolari.
La costruzione si presenta possente , con alti pilastri che delimitano frontoni triangolari, addolcita però dalla decorazione del paramento murario con la combinazione di mattone e pietre di piccolo modulo. Animano la superficie pannelli decorati a bassorilievo e capitelli abbelliti da motivi vegetali. All’interno invece gli archi applicati sui muri s’innestano in colonne e capitelli scolpiti nelle officine dell’Aquitania

Il significato originario del termine Franchi

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare il nome di Franchi che l'insieme delle tribù germaniche si dette intorno al terzo secolo D.C deriva dal germanico franka che significava uomo coraggioso. Solo successivamente e per estensione il termine assunse il significato odierno di "uomini liberi"
domenica 6 dicembre 2009

L'espansione di Roma durante l'ultima fase regia

I tre re di origine etrusca si appoggiarono sui ceti artigianali e commerciali sfruttando la non sopita rivalità tra elemento latino e sabino. Tarquinio Prisco estese i domini romani ai territori al di là dell’Aniene, conquistando parecchi centri latini. Servio Tullio costruì sull’Aventino, ancora fuori dalle mura, un tempio dedicato a Diana, divinità di cui erano devoti le genti latine dei colli Albani e vi fece inserire un iscrizione in cui venivano citati i nomi delle comunità latine aderenti a questo nuovo centro di culto avente carattere evidentemente federale, Tarquinio il superbo attuò una politica mirante a legare a Roma i centri più notevoli dei colli Albani, sviluppatisi dopo la distruzione di Alba Longa. A questo periodo risale la creazione della leggenda dell’origine troiana di Roma. Poiché vi era una discrepanza temporale tra la distruzione di Troia e la fondazione di Roma si creò una relazione tra la discendenza di Enea e i re di Alba Longa che venne poi conquistata da Roma. Il fatto che Ascanio figlio di Enea fosse fondatore di Alba Longa da cui sarebbe disceso poi Romolo costituiva elemento per rivendicare su basi mitiche la supremazia da parte di Roma , in quanto discendente da Alba Longa sul Lazio.
Da questi elementi si comprende come fu proprio durante la fase etrusca della monarchia che si ebbe l’affermazione definitiva dell’elemento latino a Roma. Carattere comune dei tre re etruschi è il grande impulso che diedero allo sviluppo urbanistico della città. Tarquinio Prisco costruì la Cloaca Massima e livellò il Foro. Servio Tullio eresse due templi uno dedicato a Diana l’altro alla dea Fortuna, e cinse la città di un sistema di mura difensive con uno sviluppo di 7 Km. Le mura serviane racchiudevano tutti i colli tranne l’Aventino. Tarquinio il Superbo costruì un tempio dedicato alle tre divinità di Giove, Giunone e Minerva e chiamò lo scultore etrusco Vulca a decorarne il frontone con statue di terracotta.
Ai re etruschi si deve l’introduzione in campo militare della tattica politica che consisteva nel manovrare fanti dotati di pesanti armi di bronzo che solo in pochi ricchi erano in grado di procurarsi. Servio Tullio creò sulla base del censo la nuova unità di base dell’esercito la centuria, composta da membri delle nuovi e delle vecchie genti, che venne a sostituire per importanza la curia anche se questa non venne mai eliminata. La centuria assumerà rilievo anche politico quando dopo la fine della monarchia, i comizi centuriati eleggeranno i consoli saranno destinati a diventare i capi dello Stato.
Grazie all’incremento della popolazione il successore di Servio Tullio, Tarquinio il Superbo ebbe i rincalzi sufficienti per operare un ulteriore espansione verso i colli Albani. Mentre fu più difficile procedere all’espansione verso il sud dove esistevano città già sviluppate come Lavinio e Ardea. E difatti la tradizione rappresenta Tarquinio impegnato ad assediare proprio Ardea mentre a Roma veniva abbattuta la monarchia. La conferma di come al tempo del re etrusco Roma avesse acquisito una notevole influenza in tutto il Lazio è data dal trattato stipulato con Cartagine (509 A.c) immediatamente dopo la fine della monarchia. Dal testo tramandatoci dallo storico Polibio si evince chiaramente la prevalenza raggiunta da Roma sul litorale laziale, elemento che è ulteriormente corroborato dalla diffusione del culto di Giove Laziale, in occasione del quale giungevano genti da tutte le città a popolazione latina.
Nell’ultima fase dell’età regia Roma può considerarsi già una grande città: considerando che la cinta difensiva si estendeva per 7 Km, anche prendendo in considerazione le ampie zone di verde presenti nel territorio urbano si può ipotizzare che in quel periodo fossero presenti 15-20000. abitanti. Se si aggiunge il contado con la zone dell’Aniene e dei Colli Albani la popolazione sotto il controllo di Roma doveva aggirarsi sui 50-60000 abitanti.
lunedì 30 novembre 2009

Bonanno Pisano


Scultore e architetto pisano del XII secolo, è uno dei grandi protagonisti del romanico in Italia, stile a cui da un originale lettura fondendo elementi classici nell’inquadratura , bizantini, e oltremontani nella composizione. Di lui si ha la prima notizia nel 1174 con l’inizio dei lavori del Campanile del Duomo, la celeberrima “torre pendente”.
Ma la sua attività prevalente fu quella di scultore: nel 1180 esegue la Porta Reale in bronzo del Duomo di Pisa, poi distrutta dall’incendio del 1565. Negli stessi anni realizza la Porta di San Ranieri, posta nel transetto destro del Duomo: nelle imposte in bronzo vi sono venti formelle che rappresentano i principali episodi della Vita di Cristo. Nel 1186 esegue la Porta della Cattedrale di Monreale ( firmata Bonanno civis pisanus), contenente raffigurazioni di Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Assieme a Porta di San Ranieri essa rappresenta la completa maturità dell’artista: entrambe le opere infatti si distinguono per la facilità narrativa e la coerenza formale dell’insieme.
sabato 28 novembre 2009

Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo: la fase etrusca della monarchia di Roma

Gli ultimi tre re di Roma tramandatici dalla tradizione(Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo) caratterizzano la fase etrusca della monarchia. Durante questo periodo la città registrò un ulteriore espansione con l’affermazione della strada che dall’Etruria, passava per Roma, attraversava la pianura pontina a ovest dei colli Albani per poi scendere verso la Campania. Se si tiene conto dei traffici provenienti dal mare e di quelli dell’entroterra che si rifornivano di sale, appare chiaro come Roma stesse diventando un crocevia di commerci che attirava in città abitanti dai centri vicini e con esso lo svilupparsi dei ceti artigianali e commerciali. A tal proposito la tradizione ci ha lasciato il ricordo di corporazioni di fabbri, carpentieri, muratori, orefici ecc alla cui organizzazione avrebbe provveduto addirittura Numa Pompilio. Questi nuovi gruppi furono all’origine della formazione della plebe che non essendo omogenea con i primi abitanti creavano di conseguenza nuovi problemi di convivenza.
L’archeologia ha rinvenuto numerosi vasi corinzi e attici del tempo che testimoniavano accresciute esigenze di gusto e maggiori disponibilità di mezzi.
Secondo la tradizione il primo re di origine etrusca, Tarquinio Prisco, era originario di Tarquinia, la più importante città etrusca del tempo. Il padre era un greco, fuggiasco da Corinto. Taqruinio Prisco si insediò come re a seguito di una congiura ai danni di Anco Marzio. Questo quadro è assolutamente plausibile: infatti anche Anco Marzio e Tulio Ostilio non erano originari di Roma e la presenza della nobiltà etrusca a Roma testimonia il desiderio di questo popolo di controllare un importante centro di traffici. Le origini greche del padre vanno viste in relazione con le numerose connessioni con il mondo ellenico rivelateci dai ritrovamenti archeologici.
Tarquinio Prisco fu ucciso dai figli di Anco Marzio e gli subentrò al trono Servio Tullio, La tradizione romana ci presenta questo re come figlio di una serva. Secondo la tradizione etrusca ( ripresa dall’imperatore Claudio in un suo discorso tenuto in Senato) questi aveva il nome di Mastarna, un etrusco di Vulsci che, amico dei fratelli Celio e Aulio Vibenna, cacciato dal’Etruria si insediò nel colle del Celio per poi divenire re di Roma. Masterna potrebbe essere una versione del termine romano “magister”. E allora è ipotizzabile che Mastarna-Servio Tullio sia stato un comandante militare agli ordini dei fratelli Vibenna e che a seguito di una serie di vicende che non possono essere ricostruite sia riuscito a conquistare il trono di Roma. E a questa iniziale subordinazione ai Vibenna sarebbe imputabile anche la sua origine servile.
Servio Tullio fu ucciso secondo la tradizione da Lucio Tarquinio, che aveva sposato la figlia Tullia. Divenuto re, Tarquinio il Superbo fu destituito dai una congiura delle famiglie più importanti della città. Successivamente Roma venne espugnata dal re di Chiusi Porsenna che impose un trattato che consentiva l’uso del ferro solo per attrezzature agricole, di fatto imponendo il disarmo della città, ma che si dovette ritirare a seguito di una sconfitta imposta da un esercito di forze collegate latine.
Da un analisi comparata delle fonti della tradizione con quelle archeologici emergono dunque questi dati storici: l’accertata reale esistenza degli ultimi tre re di Roma, il loro insediamento sul trono in forma violenta e il rapido sviluppo della città come uno dei più importanti centri abitati della penisola.
domenica 15 novembre 2009

Ravenna e Costantinopoli: un duraturo legame artistico e culturale

La civiltà artistica di Costantinopoli influenzò Ravenna ancor prima della realizzazione del sogno imperiale di Giustianiano con la campagna militare che porto la penisola italiana a far parte dell'impero bizantino. Essa si tramutò da piccola città di provincia in centro di prima importanza politica e religiosa per l'Occidente già quando Onorio VI trasferì la capitale dell’impero. Dunque è dal V secolo che comincia lo sviluppo artistico artistica di Ravenna, che si protrarrà prima con il dominio ostrogoto, e poi con la conquista bizantina operata con la guida del generale Belisario. Da quel momento si rafforza l’influsso della cultura di Bisanzio, reso visibile nell’impianto centralizzato di San Vitale, nello straordinario cromatismo a dei mosaici e nel contenuto simbolico delle raffigurazioni. I rapporti tra i due centri divennero così forti che in più occasioni marmi, materiali scolpiti, cartoni e maestranze specializzate vennero importate da Costantinopoli a Ravenna.