martedì 22 maggio 2012

Cronologia della guerra d'indipendenza americana

Boston Tea Party ( 1773)
1763 Al termine della guerra dei sette anni, con la pace di Parigi i domini francesi in America passano agli inglesi. Gli indiani guidati da Pontiac tentano un'insurrezione che pur segnata dall'insuccesso, avrà notevoli conseguenze per la storia delle colonie britanniche. Per calmare gli indiani il governo di Londra emise il "proclama del 1763" con cui veniva fissato nello spartiacque dei monti Appalachi il confine dell'espansione coloniale. Questo provvedimento contrastava con gli obiettivi delle colonie e il conseguente malcontento sarà una delle concause della Rivoluzione americana.
1765 Il parlamento inglese approva lo Stamp Act che impone alle colonie americane una tassa di bollo su giornali e altri stampati. La norma scatena la decisa reazione nell'assemblea della Virginia di Patrick Henry secondo cui l'imposizione delle imposte per le colonie dovrebbe essere di esclusiva competenza delle assemblee legislative locali. Per opporsi allo Stamp Act in tutte le colonie si organizza il movimento dei "Figli della libertà" e su iniziativa della corte generale del Massachussets viene convocato in ottobre a New York "Il congresso dello Stamp Act" per meglio coordinare l'opposizione alla legge sul bollo. I delegati di nove colonie americane approvano una dichiarazione sui diritti e le lagnanze dei coloni redatta da John Dickinson. Dopo alcuni giorni vengono inviate delle petizioni al re e al parlamento di Londra. La protesta dei coloni si concretizza poi nel boicottaggio delle merci inglesi.
1766 Il parlamento inglese dopo un ampio dibattito a cui partecipa anche Benjamin Franklin, abroga lo Stamp Act. Viene però approvato il Declaratory Act con cui si conferma il principio di subordinazione delle colonie americane all'autorità di Londra.
1770 Il 5 marzo a Boston, nel Massachusetts, truppe inglesi reagiscono a una provocazione uccidendo cinque americani. L'episodio, ribattezzato «il massacro di Boston», diventerà una data storica per i patrioti americani.
1773 Il 16 dicembre alcuni cittadini americani travestiti da indiani riescono a salire su una nave ormeggiata nel porto di Boston e buttano a mare il suo carico di tè, in segno di protesta contro la legge sul tè votata dal parlamento inglese che imponeva alle colonie di assorbire la produzione di tè della Compagnie delle Indie orientali e confermava la tassa a carico di tutte le produzioni concorrenti.

Carta storica delle tredici colonie inglesi
1774 A marzo Giorgio III d'Inghilterra promulga il Boston Port Act, con cui si impone la chiusura del porto dal 1° giugno fino a quando la città non avesse risarcito la Compagnia delle indie orientali del danno subito con il Tea Party. Si tratta della prima di quattro leggi, ribattezzate "intollerabili dagli americani, che il parlamento inglese approva in segno di rappresaglia verso l'incidente del dicembre precedente. Tra maggio e giugno, il parlamento inglese vota anche la legge di revoca della «carta» del Massachusetts che priva gli abitanti di quella colonia dei diritti in essa prevista; la legge che sottrae i funzionari delle colonie alla giurisdizione dei tribunali coloniali; una legge che consente al Governatore di acquartierare le truppe inglesi in qualunque parte del territorio delle colonie americane egli ritenga più opportuno.
Contestualmente all'accresciuta tensione con le colonie americane il parlamento inglese cerca di di ingraziarsi il favore dei coloni canadesi, in particolare quelli di origine francese, approvando in maggio una legge che consente ai cattolici del Quebec di professare la loro fede.
A settembre si riuniscono a Filadelfia nel primo Congresso continentale i delegati di tutte le colonie americane, esclusa la Georgia (e cioè, New Hampshire, Massachusetts, Connecticut, Rhode Island, Pennsylvania, New York, New Jersey, Maryland, Delaware, Virginia, Carolina del Nord e del Sud). Due tendenze politiche vanno a contrapporsi: una moderata e lealista verso la madrepatria inglese e l'altra radicale, guidata da Samuel Adams, che finisce per avere la meglio. In ottobre il Congresso giunge ad approvare una «dichiarazione dei diritti e dei reclami» contro il governo inglese con la costituzione di un'Associazione continentale incaricata di attuare le sanzioni contro le merci inglesi per mezzo di una rete di appositi comitati di vigilanza
In ottobre l'assemblea del Massachusetts costituisce la milizia irregolare dei Minute Men.
A novembre giunge a Filadelfia dall'Inghilterra Thomas Paine, che due anni più tardi pubblicherà "Common Sense", un pamphlet di grande successo, promotore della causa rivoluzionaria.
1775 Il 9 febbraio il parlamento inglese dichiara il Massachusetts in stato di ribellione; il primo ministro Pitt presenta proposte di conciliazione con le colonie americane, che vengono respinte dalla maggioranza in Parlamento.
Il 13 aprile il governo britannico decide nuove restrizioni commerciali a danno di Massaschussets, New Jersey, Pennsylviania, Virginia, Maryland e Carolina del sud.
Il 18 e 19 aprile a Concord e a Lexington, nel Massachusetts, avvengono i primi scontri armati fra le truppe inglesi e i coloni: gli inglesi si ritirano su Boston, città che i rivoltosi pongono sotto assedio: comincia la guerra d'indipendenza americana, che terminerà nel 1783.
Il 10 maggio si riunisce a Filadelfia il secondo Congresso continentale.
Il 17 giugno avviene la battaglia di Bunker Hill, nei pressi di Boston: gli inglesi riescono a guadagnare la posizione ma a prezzo di grosse perdite tra i soldati
Il 3 luglio George Washington, delegato della Virginia al Congresso, viene designato comandante dell'esercito continentale, le truppe rivoluzionarie americane.
Sempre in luglio il secondo Congresso continentale approva la dichiarazione, scritta da Dickinson e Jefferson, che illustra le ragioni della rivolta armata; una petizione conferma la fedeltà dei coloni alla corona britannica.
A novembre una spedizione americana guidata da Richard Montgomery occupa Montreal come ritorsione per il rifiuto dei canadesi di sostenere i coloni americani nella guerra contro gli inglesi. Gli americani pongono sotto assedio il Quebec ma l'intervento si conclude il mese successivo in un insuccesso.
1776 il 27 febbraio i rivoluzionari della Carolina del Nord sconfiggono le forze lealiste sul Moore's Creek
il 17 marzo gli inglesi evacuano Boston
4 luglio il Congresso continentale di Filadelfia approva la dichiarazione d'indipendenza delle 13 colonie: nascono gli Stati Uniti d'America .
26 agosto: Washington viene sconfitto a Brooklyn ( nota anche come battagli di Long Island) e lascia agli inglesi il controllo di New York, iniziando la sua ritirata attraverso New Jersey oltre il Delaware.
A dicembre Benjamin Franklin è inviato a Parigi come ambasciatore. Il giorno di Natale Washington risolleva il morale dei rivoluzionari con la vittoria della battaglia di Trenton, nel New Jersey; nella circostanza vengono catturati anche mille mercenari tedeschi al servizio degli inglesi.

Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti ( 1776)
1777 A gennaio i rivoluzionari americani sconfiggono gli inglesi nella battaglia di Princeton, nel New Jersey. In aprile volontari francesi guidati dal marchese di La Fayette sbarcano in America per sostenere la lotta degli insorti. In agosto gli americani ottengono una nuova vittoria a Bennington nel Vermont ma gli inglesi guidati dal generale Howe ottengono l'11 settembre un successo a Brandywine che consente loro nello stesso mese di occupare Filadelfia, sede del Congresso continentale americano.
Il 13 ottobre l'esercito americano sconfigge gli inglesi nell'importante battaglia di Saratoga, nel New York.
A novembre però gli inglesi guadagnano terreno, espugnano i forti Mifflin e Mercer, e acquisiscono il pieno controllo del Delaware, mentre l'esercito di Washington si rifugia a a Valley Forge, in Pennsylvania, per trascorrere l'inverno. Nel frattempo il 15 dello stesso mese il secondo Congresso continentale approva nella sede provvisoria di York, in Pennsylvania, gli "articoli della Confederazione", la prima Costituzione americana.
1778 In febbraio in un trattato bilaterale la Francia riconosce gli Stati Uniti e si impegna a sostenerne militarmente la rivolta contro gli inglesi. Oltre all'accordo politico i due Paesi sottoscrivono un trattato commerciale. Nello stesso mese il governo inglese di Lord North spedisce in America delle condizioni di pace che vengono respinte dal Congresso
Il 20 maggio Franklin viene ricevuto dal re di Francia Luigi XVI. Truppe francesi vengono inviate in America
in giugno gli inglesi abbandonano Filadelfia occupata nel settembre dell'anno precedente e il 28 le truppe di Washington sconfiggono gli inglesi nella battaglia di Monmouth, nel New Jersey
In luglio una flotta francese guidata dal conte d'Estaing approda al largo di Delaware Capes per unirsi alle forze americane.
In dicembre gli inglesi occupano Savannah in Georgia: in questo modo il teatro delle azioni militari si allarga anche al territorio delle colonie meridionale
1779 Il 23 febbraio un esercito rivoluzionario della Virginia assume il completo controllo dei territori del Nord-ovest battendo gli inglesi a  Vincennes. Nella battagli viene fatto prigioniero anche il comandante britannico Hamilton.
In giugno la Spagna dichiara guerra all'Inghilterra unendosi alla Francia nel sostegno ai rivoluzionari americani. Spagnoli e francesi iniziano un assedio a Gibilterra che gli inglesi riusciranno a difendere con successo per i tre anni successivi.
1780  Controffensiva inglese: vengono conquistate Charleston e la Carolina del Sud ( in maggio), e viene inflitta ali americani una pesante sconfitta a Camden ( in agosto), costringendo i rivoluzionari a ritirarsi dalla Carolina del Nord.
In luglio 6000 francesi al comando del conte di Rochambeau giungono a Newport, nel Rhode Island, per sostenere la causa dei patrioti americani che in ottobre sconfiggono gli inglesi nella battaglia di Kings Mountain.
1781 il 17 gennaio l'esercito continentale americano dopo aver riportato una vittoria nella battaglia di Cowpens, nella Carolina del Sud, subisce una sconfitta nella battaglia di Guilford Courthouse, nella Carolina del Nord, (15 marzo). Nell'occasione gli inglesi pur risultando tatticametne superiori, subiranno gravi perdite: un politico inglese, Charles James Fox definirà Gulford Couthouse una classica vittoria di Pirro: "Un'altra vittoria come questa distruggerebbe l'esercito britannico"
In ottobre le forze americane sostenute dalla flotta francese conquistano Yorktown, in Virginia, al termine di un assedio durato alcune settimane. Il generale inglese Cornwallis si arrende con 7000 uomini e alla sue truppe viene ordinato il ritiro anche da Charleston e Savannah. E'la battaglia decisiva della guerra d'indipendenza.
1782 Il 30 novembre Inghilterra e Stati Uniti- per gli inglesi ancora colonie ribelli- firmano a Parigi un trattato preliminare di pace.
1783 il 3 settembre Inghilterra e Stati Uniti, dopo laboriose trattative diplomatiche, firmano il trattato di pace di Parigi: gli inglesi riconoscono formalmente l'indipendenza delle ex-colonie americane e la sovranità degli Stati Uniti sui territori a est del Mississippi compresi tra il 31° parallelo nord e una linea a sud dei Grandi Laghi. Lo stesso giorno Inghilterra, Francia e Spagna firmano i trattati di Versailles: l'Inghilterra cede l'isola di Tobago e il Senegal alla Francia mentre la Spagna riacquista Minorca e la Florida.
1787 in maggio si apre la convenzione di Filadelfia avente il compito di modificare gli articoli della confederazione del 1777 e dare agli Stati Uniti un nuovo assetto istituzionale. Viene approvato dalla maggioranza dei delegati un testo che trasforma l'originaria confederazione in uno Stato federale con competenze distribuite tra potere centrale e Stati membri. Il 28 settembre la nuova Costituzione è approvata dal Congresso e rinviata alle convenzioni dei singoli stati per la ratifica. Tra il dicembre 1787 e il novembre 1788 l'accordo viene approvato da dodici Stati, mentre il Rhode Island vi aderirà nel 1790.
Nel luglio del 1787 viene emanata l'«ordinanza del Nord-Ovest» che regolamentava l'amministrazione dei nuovi territori ad ovest degli Stati Uniti e la procedura per il loro ingresso come Stati membri nella nuova federazione.
1788 il 21 giugno con la ratifica del nono Stato, il New Hampshire, si raggiunge il numero minimo di adesioni richieste per l'entrata in vigore della nuova costituzione federale degli Stati Uniti.
1789 Il 4 marzo si riunisce a New York il primo Congresso federale degli Stati Uniti d'America. Il 30 aprile George Washington viene eletto primo presidente degli Stati Uniti.

domenica 15 aprile 2012

Il riciclo dei materiali edili nel Medioevo

La decisa contrazione demografica dell'Alto Medioevo ebbe effetti anche sul piano urbanistico: la diminuzione della popolazione comportò che solo una parte delle antiche città romane rimanesse occupata, e gli edifici rimasti disabitati finirono inesorabilmente per degradarsi e trasformarsi in rovine. Gli abitanti dei centri urbani medievali entrando in contatto quotidiano con questi ruderi erano naturalmente portati a riutilizzarne i materiali nell'edilizia: tale pratica divenne una caratteristica del Medievo giacchè recuperare elementi già lavorati su costruzioni ancora in piedi e situate nei pressi dei nuovi cantieri si rivelava un grande risparmio in termini di tempo e denaro.
I documenti testimoniano la diffusione del fenomeno già nella tarda antichità: un decreto imperiale del 458 autorizzava il riuso dei materiali degli antichi edifici purchè la struttura risultasse inesorabilmente compromessa e che non potessero essere più recuperati a ragioni di pubblica utilità.
I vecchi edifici divennero così delle vere e proprie cave di materiale e interi nuovi villaggi vennero edificati utilizzando le rovine delle antiche città. Inoltre lo scadimento dei processi produttivi artigianali induceva al riutilizzo completo di vecchi elementi architettonici che erano stati lavorati dagli antichi con una accuratezza che i contemporanei non erano più in grado di replicare. In altri casi la motivazione del riciclo risiedeva nella difficoltà di reperire materiale: ad esempio accadeva molto di frequente che le statue venissero fuse per ricavare delle armi. Talvolta si optava per non smontare gli antichi edifici, riadattandoli ad una nuova funzione; il caso più emblematico è il Pantheon di Roma che nel VII secolo venne trasformato in una Chiesa consacrata alla Madonna e ai martiri, sintomo anche della cessata avversione del primo Cristianesimo verso gli edifici destinati al culto pagano, quando i padri della Chiesa invitavano a distruggere tutti i templi

Indice: Gli Stati Uniti dall'indipendenza all'espansione verso Ovest

Cronologia della guerra d'indipendenza americana
Il Common Sense di Thomas Paine: l'arma ideologica per l'indipendenza degli Stati Uniti
Le tredici colonie inglesi d'America. New England, Mid-Atlantic, sud
Il Model Treaty degli Stati Uniti ( 1776)
domenica 1 aprile 2012

Le tredici colonie inglesi d'America. New England, Mid-Atlantic, sud

Cartina tredici colonie inglesi rivoluzione americana
Dall'inizio del 1700 l'Inghilterra aveva consolidato la propria egemonia come potenza coloniale, allargando i propri domini anche sui territori del Nord America. Spinti da una situazione di crisi politica e religiosa, molti inglesi si convinsero a lasciare la madrepatria e tentare la fortuna attraversando l'Atlantico.
Dissidenti politici, minoranze religiose perseguitate in patria ( come i puritani), avanzi di galera o semplicemente uomini in cerca di avventura: i coloni si differenziavano notevolmente tra loro per estrazione culturale, economica e religiosa.
La fine della guerra dei Sette Anni (1756-1763) aveva cancellato in modo definitivo le ambizioni di dominio della Francia sull'America, mentre l’impero britannico si era esteso a tutto il Canada e ai territori ad est del Mississippi.
Le colonie inglesi erano tredici che possono essere schematicamente raggruppate in tre macro-aree: partendo da nord, la Nuova Inghilterra ( la c.d. New England)- con Rhode Island, New Hampshire, Connecticut, Massachusetts- dove vivevano i discendenti dell'antica emigrazione religiosa; al centro le colonie atlantiche ( il Mid-Atlantic) - Maryland, Delaware, New Jersey, Pennsylvania, New York - in cui gli inglesi si erano frammischiati con gli eredi dei coloni tedeschi, olandesi, irlandesi che erano sbarcati su queste coste nel Seicento; infine le colonie meridionali- Carolina del Nord, Carolina del Sud, Georgia, Virginia - in cui aveva preso piede un'aristocrazia agricola fedele alla Chiesa anglicana e che, per la coltivazione delle terre, faceva massiccio uso di schiavi neri provenienti dal continente africano.
venerdì 16 marzo 2012

I Volsci

 cartina Roma V° secolo a.C.
I Volsci erano una popolazione italica appartenente al gruppo osco-umbro. Attorno al VI secolo migrarono verso l'alta valle del Liri forse spingendosi a occupare il territorio lungo le sponde del lago Fucino. Con la fine dell'egemonia etrusca ( coincidente con la fine della monarchia a Roma) i Volsci giunsero fino occupare anche il tratto di costa tra Anxur (Terracina) e Antium (Anzio), dopo aver respinto gli assalti di Aurunci e Latini; a nord fondarono Velitrae (Velletri), centro di importanza strategico nei Colli Albani.
Assieme agli Equi , i Volsci furono tra il V e Il IV secolo a.C. tra i i più temibili avversari dei Romani, con i quali forse erano già entrati in contatto durante l'età regia. La durezza dello scontro è testimoniata dalla leggenda del romano Coriolano che accusato dalla plebe di tradimento si rifugiò proprio presso i Volsci riorganizzandone l'esercito; intenzionato a volgere contro Roma venne indotto a recedere dai propositi di rivalsa dalla madre Veturia che era venuta a trovarlo nel suo accampamento. Nella realtà storica i Romani riuscirono a isolare i Volsci fondando dapprima delle colonie ( Cora, Norba, Setia, Signia ) e istituendo di due nuove tribù (Pomptina e Publilia) nel loro territorio, per poi sottometterli definitivamente quando i Volsci avevano preso parte alla rivolta dei Latini (seconda metà del IV sec.)
Partre del territorio venne annesso mentre le loro principali città libere ( tra cui Anxur (odierna Terracina), Fondi, Formia, Pomezia, Sora, Velletri) furono trasformate in colonie romane e latine. Gli stessi Volsci finirono ben presto per romanizzarsi.
sabato 10 marzo 2012

All'alba del medioevo città-isole, città fantasma.

Affacciandosi nel Medioevo, l'Europa occidentale ereditava la grandiosa rete urbana costruita dai Romani, che però oramai era per lo più ridotta a cumuli di rovine. Ai tempi della sua massima espansione l'Impero poteva contare su quasi duemila città che svolgevano rilevanti funzioni politiche, amministrative, economiche, commerciali e fiscali. Ma dopo i saccheggi delle invasioni barbariche e la crisi demografica culminata attorno alla metà del VI secolo in un'epidemia di peste, la maggior parte dei municipi privi di una grossa fetta di abitanti, si erano incamminati verso un declino irreversibile.
I grandi proprietari terrieri abbandonano le loro residenze urbane per trovare rifugio nelle loro villae rurali. Una certa continuità istituzionale viene assicurata dalla presenza del vescovo e ove presente del conte ma spopolamento e ridimensionamento delle attività commerciale alterano contribuiscono a marginalizzare la realtà urbana e alterare gli equilibri con le campagne. Anche in Italia dove il tessuto urbano ha resistito meglio ci si trova di fronte a "città-isole": insediamenti abitativi riuniti attorno alla cattedrale e al centro del potere, circondati dalla desolazione dei frequenti spazi vuoti. Si dovrà attendere l'VIII secolo per assistere ai primi segnali indicatori di un'inversione di tendenza , preludio al rinnovato sviluppo delle città.
sabato 3 marzo 2012

Il Common Sense di Thomas Paine: l'arma ideologica per l'indipendenza degli Stati Uniti

All'inizio del 1776 le tredici colonie nord—americane rimanevano assai incerte sull'atteggiamento da assumere nei confronti della madrepatria. La componente moderata favorevole a una soluzione di compromesso con Londra era stata più volte messa in minoranza: si era deciso di dotarsi di un esercito per contrastare l`impero britannico e di predisporre provvedimenti per far fronte a un'eventuale guerra commerciale. Ma nonostante nel 1775 fossero avvenuti scontri sanguinosi tra l'esercito di Sua maestà e le milizie coloniali, l'auspicio di gran parte della leadership coloniale era di evitare una rottura definitiva con la Gran Bretagna: la maggioranza dei membri del congresso Continentale considerava ancora l'indipendenza come una prospettiva dalle conseguenze imprevedibili e per lo più funeste. Nella dichiarazione delle cause e della necessità di prendere le armi redatta da Thomas Jefferson e adottata dal secondo Congresso continentale nel luglio del 1775 si affermava esplicitamente: "Non abbiamo mobilitato il nostro esercito con l’intenzione ambiziosa di separarci e di creare degli Stati indipendenti".
Tuttavia gli eventi portavano verso esiti ben differenti: la corona britannica non poteva venire incontro alle esigenze del Congresso senza mettere in discussione gli stessi fondamenti dell`impero e nelle colonie crescevano le pressioni per rompere gli indugi e procedere verso la secessione. Restava da superare la paura di affrontare l'ignoto, trovare parole, formule e categorie con cui giustificare l'indipendenza e immaginare il futuro assetto istituzionale entro cui costituire la nuova comunità nazionale.
Paradossalmente a fornire ai coloni gli strumenti concettuali per compiere il grande passo della secessione sarà un inglese emigrato da meno di due anni in Nordamerica: Thomas Paine. Di madre anglicana e padre quacchero, Paine fu educato inutilmente a entrambe le fede che abbandonò in giovane età. Con una carriera scolastica e professionale costellata di insuccessi e licenziamenti, due matrimoni falliti e una denuncia del governo sulle spalle, Paine si imbarcò nel 1774 per gli Stati Uniti. In America Paine lavorò come giornalista a Philadelphia e si dedicò all'attività politica prendendo posizione a favore della causa delle colonie. Nel contesto della disputa con l'impero britannico pubblicò Common Sense, un pamphlet in cui promuoveva la necessità di procedere immediatamente all'indipendenza. Il libello uscito nel gennaio 1776 in poche settimane vendette oltre 100000 copie, fu il primo autentico best-seller degli Stati Uniti e persino il futuro presidente John Adams, pur critico nei confronti di Paine per il suo radicalismo e per la sua scarsa consapevolezza della complessità del governo costituzionale gli riconoscerà una grande efficacia nell'influenzare gli abitanti delle colonie.
Paine con grande forza polemica demoliva uno dei pilastri del pensiero lealista: che il legame con la madrepatria fosse economicamente vantaggioso per le colonie. Al contrario esso ne inibiva le potenzialità commerciali giacché costringeva gli abitanti delle colonie a rimanere impelagati nelle dispute tra l'impero britannico e le altre potenze europee. Il legame con la Gran Bretagna costringeva le colonie a mantenere un legame con le guerre europee "Non c’è alcun vantaggio che questo continente può raccogliere dall`essere collegato alla Gran Bretagna". Secondo Paine " Qualsiasi sottomissione alla Gran Bretagna o dipendenza da essa tende direttamente a coinvolgere questo continente nelle liti e nelle guerre europee (....) poiché l`Europa è il mercato per il nostro commercio dovremo evitare legami parziali con qualsiasi sua parte. Il vero interesse dell’America è tenersi alla larga dalle contese europee".
Quella di Paine si configura a tutti gli effetti come un'ideologia del commercio. Gli scambi commerciali, ostacolati dalla presenza delle colonie nell'impero britannico, avrebbero consentito al nuovo Stato di rafforzarsi e arricchirsi. L'attività commerciale sviluppava le relazioni tra gli Stati evidenziandone i comuni interessi e rendendo evidente l'inutilità della guerra per una "nazione commerciante". Secondo Paine era nell'interesse dell'Europa consentire all’America di diventare "un porto libero".
Nella visione liberale e progressista della storia di Paine, i futuri Stati Uniti acquisivano una funzione centrale di trasformazione dell’ordine internazionale. La formazione di una repubblica in Nordamerica sarebbe stato il caposaldo per la costituzione di un nuovo ordine mondiale che avrebbe posto fine alle guerre e alla logica di potenza fino ad allora prevalente.
Il carattere eccezionale e superiore della nazione americana si rileva quindi anche sul piano istituzionale: gli Stati Uniti saranno il traino di questo nuovo processo in virtù del loro sistema repubblicano che li porrà in radicale opposizione alla monarchia inglese. Paine inserisce la sua polemica in una denuncia più ampia dell'istituzione monarchica. Non solo la monarchia minacciava la libertà interna, ma essa costituiva il pericolo principale per la pace mondiale: i monarchi avevano poco altro da fare se non coprire "il mondo di sangue e di cenere".
Elemento fondamentale per comprendere il successo del Common Sense è il linguaggio usato da Paine capace di veicolare gli odi dei coloni e di fare presa sulle loro passioni più estreme. I principi dell'utilitarismo lockiano e le aspirazioni illuministiche a un nuovo ordine mondiale si mescolano con un immaginario biblico in cui si contrappongono demoni e salvatori, condanna e redenzione. In questo contesto in cui scelte drammatiche devono essere assunte "da leader sull'orlo dell'abisso" il pacifista Paine non esclude il ricorso alla tanto deprecata guerra per limitarne i perversi effetti e raggiungere l'obiettivo dell'indipendenza: senza la forza il nuovo Stato non sarà in grado di svolgere la propria missione universale. In definitiva Paine si rivela un acceso nazionalista, sostenitore di un forte governo centrale che dovrà dotarsi di una marina militare, necessaria a proteggere i traffici commerciali del Paese.

fonti
M. Battistini; M. Sioli. L' età di Thomas Paine. Dal senso comune alle libertà civili americane, Franco Angeli 2011
M. Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo 1976-2006 , Laterza 2008
giovedì 9 febbraio 2012

Volsci, Equi, Falisci, Tarquinia si rivoltano a Roma. L'incorporazione di Tuscolo ( prima metà IV secolo a.C.)

L’assalto dei Galli del 390 A..C impose ai romani un brusco arresto del loro sviluppo dando ai popoli laziali un'insperata possibilità di ridimensionarne la supremazia prima che diventasse inarrestabile. L’anno successivo al saccheggio di Brenno si formò un alleanza antiromana comprendente i Volsci del Lazio meridionale stanziati ad Anzio, Satrico, Ecetra, gli Etruschi di Tarquinia, i Falisci di Falerii e gli Equi dell’entroterra appenninico. A dimostrazione di come il Foedus Cassianum li vedesse in una posizione di netta subordinazione, anche i Latini furono sul punto di entrare nella coalizione, ma il fatto di trovarsi circondati da presidi coloniali romani ne avrebbe reso complicati i loro movimenti e ciò li indusse a più miti consigli e a inviare solo contingenti di volontari.
I Romani però non si fecero sorprendere e approntarono le contromisure: verso il 378 costruirono una nuova cinta muraria in pietra con uno sviluppo di 11 km che ripercorreva le antiche mura serviane, includendo però anche il Campidoglio e l’Aventino; venne riorganizzato l’esercito in modo da renderlo più mobile ed efficiente, creando anche una forza di riserva così da non ripetere quanto avvenuto nello scontro del fiume Allia dove vennero concentrate tutte le forze disponibili lasciando sguarnita la difesa della città. Per di più con l’approvazione delle leges Licinie Sextiae veniva ricomposto l’antico dissidio tra patrizi e plebei con l’immissione di esponenti di questi ultimi al consolato. Nel frattempo l’alleanza con Caere divenne ancora più stretta tanto da stabilire tra Romani e Ceriti lo ius connubii, cioè il diritto di matrimonio e lo ius commercii, cioè la possibilità per i Romani di possedere beni a Caere e viceversa per i Ceriti a Roma, nonché di adire con pari diritti ai tribunali locali in caso di vertenze. L’alleanza tra le due città consentiva a Roma di avere un appoggio in caso di contrasti con gli Etruschi e a Caere di avere coperte le spalle in un periodo in cui le incursioni di Dionisiodi Siracusa sulle sue coste si intensificavano.
Grazie a questi sforzi i Romani, guidati da Furio Camillo, crearono le premesse per assicurarsi un'importante vittoria contro i Volsci di Velletri a Maecium ( 389 a.C.) , avvenimento registrato oltre che dalle annotazioni pontificali anche dai più antichi annalisti. Sulle terre conquistate si insediarono dei coloni e anche Satrico entrò a far parte del dominio romano. Una penetrazione in territori tradizionalmente sotto influenza latina che testimoniava l’accresciuta volontà di potenza di Roma .
A nord anche gli Equi e i Falisci subirono dei rovesci: nel tentativo di conquistare Sutri, dovettero cedere ai Romani due centri, Cortuosa e Contenebra. Gli Equi tornarono all’offensiva nel 383 sostenuti dai Prenestini che vedevano nel presidio romano di Satrico un ostacolo ai propri commerci con il porto di Anzio. La guerra inizialmente loro favorevole finì per capovolgersi e i Romani cinsero d’assedio Praeneste costringendola a cedere nove località. A sostegno di Praeneste erano giunti gruppi di volontari dalla latina Tuscolo dove si contrapponevano due fazioni, una favorevole, l’altra contraria a Roma. Alla conclusione della guerra con Preneste, anche Tuscolo si adeguò e la fazione filo-romana prevalse. Ne conseguì l’incorporazione di Tuscolo nello stato romano con uguaglianza nei diritti civili e politici per i suoi cittadini: i suoi magistrati sopravvissero con compiti puramente religiosi e amministrativi; per il resto la città dipendeva completamente dai magistrati romani. Con la defezione di Tuscolo la lega latina perse molta della sua influenza politica nel Lazio. Roma con la sua presenza nei colli Albani finiva per controllare dappresso tutti i movimenti dei Latini che cercarono di riportare dalla propria Tuscolo senza successo. Anche la spedizione in collaborazione con i Volsci contro il presidio romano di Satrico non ebbe miglior esito. Sta di fatto che dopo anni di rapporti incerti Romani e Latini ripristinarono nel 358 a.C. l’antico Foedus Cassianum. Le ragioni di questa rinnovata collaborazione stanno nel convergente interesse a tutelarsi contro le incursioni che minacciavano gli interessi commerciali di entrambe le parte. In particolare la minaccia veniva da Dionisio di Siracusa, dall’altra dalle scorrobande dei Galli. Nel 360 Roma aveva sconfitto Tivoli alleata con bande di Galli, queste ultime a loro volta fomentate dallo stesso Dionisio. Da qui la decisione di mettere da parte le divergenze per fronteggiare la comune minaccia. Un alleanza in cui fu Roma a trarre il maggiore profitto.

fonti:
G. Antonelli, Storia di Roma antica dalle origini alla fine della Repubblica, Newton Compton 1994
A. Bernardi, Prove di Storia. Saggi di storia romana, IBIS, 2001
A. Giardina; A. Schiavone, Storia di Roma, Einaudi 1999
I. Montanelli, Storia di Roma, Rizzoli, 1998
venerdì 3 febbraio 2012

La lingua nel Medioevo: dal latino al volgare

Alla fine del X secolo accanto al latino che manteneva la sua funzione di lingua internazionale della Chiesa e di strumento di trasmissione del pensiero filosofico, cominciano ad apparire nelle carte notarili e nelle iscrizioni dei monumenti i primi documenti in lingua popolare, meglio nota come volgare ( (dal latino vulgus = popolo).
Il volgare nasceva dalla trasformazione del latino parlato dal popolo che si differenziava progressivamente sviluppandosi nelle lingue neolatine o romanze: spagnolo, italiano, francese ( nella forma d'oc della Provenza o d'oil parlata nel nord del Paese). Nel XII e XIII secolo la lingua volgare divenne strumento di diffusione della cultura laica e assunse rilevanza nella'arte e nella musica, come dimostrano le opere dei trovatori e dei trovieri. Per quanto concerne la cultura alta, alla scolastica della Chiesa si affiancavano le libere associazioni di docenti e studenti da cui nacquero le università. Si sviluppava però anche una cultura popolare che presentava le sue manifestazioni visibili nelle laudi religiose, nel carnevale, nelle leggende e nelle favole che si trasmettevano tra le generazioni non solo oralmente ma ora anche tramite gli scritti nelle nuove lingue in volgare.
mercoledì 11 gennaio 2012

Il tempietto longobardo di Cividale del Friuli (VIII secolo)

 tempietto di Cividale
Il tempietto longobardo di Cividale, eretto nella parte meglio difesa dell'abitato friulano e risalente all'VIII secolo, è una delle testimonianze più interessanti e meglio conservate dell’architettura longobarda.
La struttura dell'edificio comprende un'aula occidentale rialzata con volta a crociera che si chiude verso il presbiterio orientale suddiviso in tre navatelle da coppie di colonne che sostengono un architrave rettilineo, da cui si inserisce una copertura di volte a botte per ciascuna delle absidiole. Accanto a materiali di spoglio risalente all'epoca romano troviamo strutture architettoniche ( basi, fusti, capitelli) realizzati per l'occasione.
Particolarmente interessante la decorazione parietale a stucco ( secondo alcuni studiosi risalente a un periodo successivo) in particolare quella relativa alla controfacciata con Sei regali Sante in altorilievo incorniciate da rosette stellate incise: le figure femminile si distinguono per l'eleganza delle proporzioni e la ricercatezza nelle espressioni del volte che presentano pochi eguali nella scultura contemporanea. Pregevole anche la decorazione naturalistica della ghiera dell'arco con i tralci di vite penduli . Degli affreschi originali ci sono rimasti invece pochi episodi: un Cristo tra gli arcangeli Gabriele e Michele e una schiera di martiri.
venerdì 2 dicembre 2011

La valle dei templi di Agrigento: il tempio della Concordia, di Zeus, di Eracle, di Giunone

I templi di Agrigento ( in greco Akragas) costruiti durante la tirannide di Terone e il successivo governo democratico sono l'espressione della grande prosperità economica e dello sviluppo culturale raggiunti dalla colonia greca in quel periodo.
Quella che oggi chiamiamo valle dei Templi è l'area in un cui sorgeva la maggior parte della città antica.

Al delimitare dell'acropoli si elevava il tempio dedicato al culto di Ercole. E probabilmente il più antico, edificato alla fine del VI secolo presenta una cella allungata con pronao ed opistodomo in antis con colonnati sei per quindici dai capitelli assai pronunciati.
Il tempio di Zeus venne costruito nel 480 a.C. per ringraziare il dio in occasione della vittoria sui cartaginesi probabilmente non presentava un colonnato perimetrale aperto da semicolonne in stile dorico di 4,50 metri di diametro. La maestosità dell'edificio con una pianta di 112 m per 56 m, è testimoniata dai sette metri di altezza di Telamone, scultura avente struttura non solo ornamentale ma anche portante che rappresentava il mito di Atlante e attualmente adagiata tra le rovine di Agrigento.
Il tempio di Giunone ad AgrigentoIl tempio di Giunone è un edificio in stile dorico risalente alla metà del V secolo A.c. Il colonnato si componeva di tredici elementi sul lato lungo e sei su quello corto con pronao e opistodomo in doppio antis. Incendiato dai cartaginesi nel 406 della parte sud restano intatte le colonne, la trabeazione e una parte del fregio.
Il tempio della Concordia
Resta il più importante di tutti, quasi gemello del tempio di Giunone, il tempio della Concordia, probabilmente dedicato a Castore e Polluce è uno dei monumenti del mondo greco antico meglio conservati. Databile attorno alla metà del V secolo a.C. , il tempio ha una planimetria di sei colonne sui lati brevi per tredici sui lati lunghi e al suo interno si trovava la cella in cui era collocata la statua della divinità.  Il nome gli venne dato da Tommaso Fazello in relazione alla presenza di un'iscrizione latina di età imperiale che fa riferimento alla «Concordia degli Agrigentini» che per errore venne collegata all'edificio. Il tempio è giunto sino ai nostri giorni in ottimo stato di conservazione grazie a un fortunato episodio: nel VI secolo a.C fu trasformato in basilica dedicata a Pietro e Paolo dai cristiani che per questo evitarono di demolirlo ma lo trasformarono rafforzando gli intercolumni e prendo arcate a tutto sesto nelle pareti della cella. Dal 1748 l'edificio venne ripristinato nella sua forma originaria. La base del tempio segue l'inclinazione della collina. Le sue colonne alte 7 metri erano in origine stuccate di bianco mentre i frontoni erano colorati variamente ma il pigmento non ci è sopravvenuto. Anche il tetto e le tegole erano di marmo e all'estremità delle grondaie sporgevano protomi a forma di testa di leone. la porta principale del tempio era posta a est dove sorge il sole, che secondo gli antichi greci era simbolo di vita, mentre a occidente dove la luce va a morire era la porte dell'Ade.
I primi studi e lavori di scavo avvennero negli ultimi decenni del XVIII sotto i Borboni ad opera di Gabriele Lancellotto Castelli principe di Torremuzza, l'allora responsabile della tutela dei beni culturali siciliani ma l'opera di recupero e restauro sistematica nella valle dei Templi è cominciata solo dopo la prima guerra mondiale.

fonti:
Moses Finley, gli antichi greci, Einaudi 1968
Moses Finley, Storia della Sicilia Antica, Laterza 1985
Giorgio Giulini, L'architettura, in Sikanie,: storia e civilta della Sicilia greca IVAG, MIlano 1986
Giancarlo Buzzi, Antonio Giuliano, Magna Grecia e Sicilia Mondadori , 2000
sabato 12 novembre 2011

La proposta di Cavour per Roma Capitale. "Libera chiesa in libero Stato"

Nonostante anche dopo l'unità la questione romana fosse rimasta una priorità nella sua agenda politica, Cavour dichiarò che l'Italia sarebbe andata a Roma solo con il permesso della Francia: e in effetti nel corso del successivo decennio ogni progetto di soluzione del conflitto tra Italia e Santa sede sarà sottoposto all'approvazione del governo francese e dell'imperatore. L'atteggiamento di Napoleone III verso l'Italia continuava a essere benevolo, anche se manteneva il suo veto verso qualsiasi iniziativa contro la Santa Sede con la presenza delle truppe francesi a Roma; ostili invece erano gli ambienti di corte con in testa l'imperatrice Eugenia e con una lobby militare che premeva per ulteriori annessioni dopo quelle di Nizza e della Savoia al fine di rendere più solida la tutela francese sul nuovo regno d'Italia.
Cavour avanzò la sua proposta di accordo con il papa, subito dopo la costituzione del primo governo del Regno, in due discorsi parlamentari del 25 e del 27 marzo. Dopo aver riaffermato che "Roma capitale" rimaneva un obiettivo irrinunciabile per l'Italia, Cavour invitava il pontefice a rinunciare al potere temporale "che non è più garanzia di indipendenza in cambio dell'assicurazione di poter operare nel pieno esercizio delle proprie funzioni nell'ambito di "una libera Chiesa in libero Stato". Inoltre sarebbe stata garantita al papa una cospicua rendita annua. Il governo francese avanzò una controproposta: il papa avrebbe mantenuto il territorio laziale e l'Italia si sarebbe impegnata a "non attaccare e a impedire con l'uso della forza ogni attacco proveniente dall'esterno".
Nella sostanza le posizioni di Cavour e di Napoleone rimanevano inconciliabili: il primo proponeva la fine del potere temporale che il secondo invece voleva mantenere. La morte di Cavour il 6 giugno 1861 cambiava il quadro della situazione a sfavore dell'Italia. Ricasoli cercò di portare avanti i negoziati ma non possedendo l'autorevolezza del suo predecessore le sue proposte che ricalcavano quelle di Cavour saranno ignorate sia dalla Francia che dal Vaticano.

fonti:
G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, Feltrinelli 1956-1986
B. Cialdea, L'Italia nel concerto europeo (1861-1867), Giappichelli, 1966,
G. Mammarella- P. Cacace, La politica estera dell'Italia, Laterza, 2010
G. Perticone, La politica estera dell'Italia negli atti, documenti e discussioni parlamentari dal 1861 al 1914; grafica editrice Romana, 1974
R. Romeo, Vita di Cavour, Laterza, 2004
L. Saiu, La politica estera italiana dall'Unità a oggi, Laterza, 1999
venerdì 14 ottobre 2011

Akragas, la greca Agrigento

valle templi agrigento
La colonia greca di Akràgas fu fondata nel 583-582 a. C. da un gruppo di coloni dori provenienti da Gela, guidati da Aristonoo e Pistilo che didedero al sito il nome dell'omonimo fiume. Saranno i Romani, quando la conquisteranno nel 210 a.C, a chiamarla Agrigentum. La fondazione della colonia nasceva dall'esigenza sentita dagli antichi gelesi di porre un argine all'espansione verso est di Selinunte. Il sito dell'abitato si estendeva lungo una larga vallata, protetta da un lato dalle colline e dall'altro dalla rupe Atenea in cui sorse l'acropoli. Già alla metà del VI secolo a.C. Akragas prosperava grazie alla fertilità del terreno che poteva essere facilmente irrigato attingendo ai fiumi vicini.
Il primo tiranno della città fu Falaride che conquistato il potere con un colpo di Stato, lo mantenne dal 570 fino a circa il 554 a.C. E' passato alla storia sopratutto per la sua crudeltà: difatti aveva preso l'abitudine di far bruciare vivi i suoi nemici all'interno di un toro di bronzo arroventato ( noto per l'apppunto come toro di Falaride), appositamente ideato dall'ateniese Perillo. Falaride intraprese anche una politica espansionistica verso l'entroterra agrigentino spingendosi fin verso Imera che poi, pur non avendola sottomessa, contribuì a sua volta a difendere dagli assalti dei Cartaginesi.
Akragas godette del periodo di maggiore splendore sotto il tirannno Terone che si impadronì del potere nel 488 a.C e conquistò dopo pochi anni Imera. Il suo attivismo irritò i Cartaginesi che gli mandarono contro un esercito di 300000 uomini: Terone allora si alleò con Gelone di Siracusa e la coalizione greca ebbe la meglio sui punici nella battaglia di Imera (480). Alla sua morte nel 471 gli succedette il figlio Trasideo che venne deposto l'anno successivo: da quel momento ad Agrigento fu instaurata la democrazia cui contribuì anche il filosofo Empedocle. Quello democratico fu un periodo di grande prosperità economica testimoniata dalla costruzione di numerosi templi. Tuttavia dopo un periodo di accresciuta influenza di Siracusa, Akragas dovette fronteggiare nel 406 la spedizione dei cartaginesi guidati da Annibale che intendevano riaffermare il proprio controllo sulla Sicilia. Dopo un estenuante assedio gli abitanti furono costretti ad abbandonare la città che venne distrutta; da qui i Cartaginesi sferrarono il successivo attacco verso Gela.
Akragas rinacque nel 338 a.C. per iniziativa del siracusano Timoleonte, e riacquisì un breve periodo di prosperità sotto la tirannide di Finzia (286-280). Quindi minacciata da Roma, per mantenere la sua indipendenza si alleò con i Cartaginesi. Una mossa che si rivelerà inutile giacchè i Romani conquisteranno una prima volta la città nel 261 e la sottometteranno definitivamente nel 210 a.C.
domenica 9 ottobre 2011

Siracusa contro Cartagine per il controllo della Sicilia. Dionisio I il grande e Dionisio II il giovane

Proprio mentre i Cartaginesi sembravano avviati alla conquista dell’intera Sicilia, a Siracusa assunse il potere come tiranno costituzionale (strategos autokrator) Dionisio il Grande (430-367) sostenuto dai ceti popolari. All’inizio le campagne militare da lui intraprese ebbero esito non favorevole, tanto da costringerlo a venire a patti con Cartagine. Ma poi riuscì a liberarsi dell’opposizione di esponenti dei ceti aristocratici distribuendone i beni a schiavi liberati e stranieri; trasformò l’isola di Ortigia in una cittadella fortificata; rafforzò la flotta e costituì un potente esercito di mercenari nelle cui fila vennero inseriti in seguito anche Campani, Iberi e Celti; rafforzò la cavalleria andando ad acquistare cavalli allevati dai Veneti, assai rinomati al tempo. Queste misure gli permisero di acquisire una preminenza sullo stretto di Messica con la distruzione della città di Naxos, il rafforzamento di colonie come Catania e Leontini, Messina, con la conquista delle isole Lipari, e contemporaneamente di intraprendere un’offensiva nei confronti di Cartagine cui strappò un ‘importante centro come Motye e respinse fino a Lilibeo. I Cartaginesi passarono però al contrattacco contando sul sostegno di Segesta, rimasta tenacemente avversaria di Dionisio. La situazione si capovolse e il cartaginese Imilcone giunse a cingere d’assedio Siracusa senza esiti favorevoli per il sopraggiungere di una pestilenza e di reparti spartani a sostegno di Dionisio, il quale in virtù del prestigio assunto come campione dell’ellenismo potè assumere il titolo di arconte di Sicilia.
Dopo aver fatto nel 392 una pace con i Cartaginesi , Dionisio volse le sue mire verso la Magna Grecia: nel 388 sconfisse presso l’Elleporo una lega italiota di città achee, nel 386 conquistò prima Reggio e poi tutto il Bruzio. Nel 379 acquisì Crotone, poi cercò l’alleanza di Taranto e si spinse a nord fino a creare una colonia ad Ancona e a conquistare un porto in Corsica. Nello stesso anno Cartagine , approfittando dell’insofferenza delle altre città greche verso l’espansionismo di Dionisio, riapri la contesa che durò tre anni. La conseguente pace che fissò sul fiume Halycus , a ovest di Agrigento, il confine tra le zone di’influenza greca e punica. Dionisio negli anni successivi dovette affrontare una crisi finanziaria conseguente ai problemi di mantenimento delle sue forze mercenarie ma nel 368 provò inutilmente a conquistare di nuovo Lilibeo. L’anno successivo morì dopo quaranta anni di potere ininterrotto. Lo Stato da lui organizzato e l’ambizioso progetto di creare un impero che riunisse tutti i greci d’Occidente si dissolsero dopo la sua scomparsa.
A succedergli fu il figlio Dionisio il giovane che ne proseguì la politica di espansione; ma i Cartaginesi appoggiarono contro di lui Dione, discepolo di Platone di cui avrebbe voluto riprodurre lo Stato ideale ; e mentre i due si fronteggiavano in una guerra civile i mercenari campani e sabelli creavano Stati indipendenti nell’isola di Ortigia e a Catania. Dione fu ucciso nel 354 e Dionisio venne deposto nel 345; da Corinto sopraggiunse Timoleonte a ristabilire l’ordine e l’unità di Siracusa con un regime democratico; costui riprese la lotta contro Cartagine che sconfisse presso il fiume Crimiso; combatté i i tiranni che si erano insediati in molte città greche estromettendo i mercenari che spesso vi si erano insediati; divenuto cieco abdicò nel 337 e per le sue opere venne esaltato dallo storico Timeo di Taormina come liberatore della Sicilia.
Nel frattempo la fama delle imprese di Alessandro Magno in Oriente giungeva anche a Cartagine, che, rimasta impressionata dalla conquista di Tiro nel 332 da parte del macedone, decise di guardare nuovamente all’espansione della Sicilia favorendo la scalata al potere a Siracusa di Agatocle. Uomo di oscure origini, Agatocle riuscì a guadagnarsi il favore dei ceti popolari abolendo i debiti, ridistribuendo le terre e bandendo gli esponenti aristocratici. Una volta acquisito il titolo di strategos autokrator, come Dionisio il Grande si propose come campione dell’ellenismo. Cartagine corse ai ripari inviandogli delle forze contro, ma Agatocle riuscì a rompere il blocco e a passare alla controffensiva in Africa dove grazie all’aiuto del re di Cirene, Ofella ( che poi uccise) , conquisterà città importanti come Tapso e Utica. Tornato a Siracusa nel 308, si volse di nuovo verso l’Africa dove questa volta subì dei rovesci, per poi siglare la pace con Cartagine che ristabiliva nuovamente sull’Halycum il confine di separazione delle rispettive zone di influenza in Sicilia.
Agatocle venne poi chiamato in aiuto da Taranto contro le scorrerie piratesche del principe spartano Cleonimo a cui sottrasse l’isola di Corcira. Poi si volse contro i Bruzi togliendo loro di nuovo Crotone. Allargò poi il suo orizzonte politico stabilendo buoni rapporti con i Pucezi, gli Iapigi e la città di Napoli. Morì nel 289 A.c dopo aver ripristinato a Siracusa un regime democratico. Ma i suoi mercenari campani, chiamati Mamertini per il loro culto verso Marte, si impadronirono di Messina creandovi uno stato autonomo..
Le complesse vicende politiche e militari sopra illustrate testimoniano di un più intenso contatto tra l’elemento greco e le genti italiche che favori la crescita civile di queste ultime. Uno sviluppo che come vedremo però finirà per ritorcersi contro gli stessi Greci.
lunedì 3 ottobre 2011

Il tempio E, F, G di Selinunte

ricostruzione facciata del tempio E
Sulla collina a est dell'acropoli di Selinunte si trovano alcune delle più rilevanti strutture architettoniche della Grecia in SiCilia. Il tempio E, databile attorno al V secolo a.C. è un vero esempio dello splendore raggiunto dallo stile dorico in Occidente. Si è conservato sino ai giorni nostri il colonnato perimetrale con la sua forma allungata di sei colonne per quindici, le tegole e alcune metope calcaree con rappresentazioni mitologiche a rilievo.
Selinunte tempio E

Quella visibile è l'ultima di tre successive costruzioni: la prima fu probabilmente distrutta durante un'incendio nel 510 a.C, mentre si ritiene che la seconda versione non sia mai stata portata a termine.
colonna tempio F
Il tempio F, probabilmente dedicato al culto di Dioniso, riproduceva la struttura del tempio C dell'acropoli: periptero con colonnato esterno di sei colonne per quattordici e un colonnato interno che introduce al pronao.
Fra i templi della collina orientale quello più maestoso è il tempio G o Apollonion con un basamento di dimensioni 113×54 m a sostenere un colonnato di otto elementi per diciassette di 16 metri di altezza con una lunghissima cella divisa in tre navate da due fila di colonne; nel sito è stata ritrovata la c.d. "ravola selinuntina", testo impoartntisismo che descrive l'insieme dei culti venerati in città.
tempio G Selinunte
Databile attorno al 530 a.C., il tempio G fu più volte ricostruito salvo non essere poi portato a termine a causa dell'invasione dei Cartaginesi. Si presume che gran parte del materiale sia stato ricavato dall'estrazione in cave di tufo calcareo situate nelle vicinanze, conosciute come “rocche di Cusa”: qui sono rintracciabili i segni di un lavoro con abbozzi di capitelli e colonne ancora immerse nella roccia.
martedì 27 settembre 2011

I Rotoli del Mar Morto sul sito web del Museo d'Israele


Il Museo d'Israele a Gerusalemme in collaborazione con Google ha digitalizzato e messo a disposizione del pubblico sul suo sito Internet i Rotoli del mar morto. Finora sono visibili cinque manoscritti tra cui quello di Isaia, quasi nella sua interezza, la cui redazione è databile attorno al 125 a.C. Le immagini sono ingrandibili ad alta risoluzione ( fino a 1200 megapixel) per consentire di esaminarne i più piccoli dettagli e al documento è associata una traduzione in inglese. I Rotoli furono scoperti nel 1947 in una grotta a Qumran, luogo in cui duemila anni fa si era insediata una comunità di esseni. Essi vengono considerati documenti fondamentali per ricostruire l'evoluzione del pensiero religioso montoteista.

I Rotoli di Qumran sono consultabili al sito : http://dss.collections.imj.org.il/
domenica 18 settembre 2011

Il riconoscimento internazionale del nuovo regno d'Italia ( 1861-1866)

Il 17 marzo 1861 il Parlamento appena insediato votò la legge con cui veniva proclamata la nascita del nuovo stato italiano e Vittorio Emanuele II assumeva per se e suoi successori il titolo di re d'Italia. Già all'indomani, la diplomazia italiana si mobilitava per ottenere quel riconoscimento richiesto dal diritto internazionale e necessario per assicurare la stabilità e la sicurezza dei confini, per ottenere lo scambio degli ambasciatori, partecipare all'attività della comunità delle nazioni e creare rapporti politici e commerciali con gli altri Stati. Immediatamente il presidente del Consiglio e ministro degli esteri Camillo Benso Conte di Cavour comunicava il "memorabile evento" tramite le varie legazioni di Torino presenti negli altri Stati: "la legalità costituzionale ha così' consacrato l'opera di giustizia e di riparazione che ha restituito l'Italia a se stessa". Quelle di Cavour non erano parole di sola circostanza giacché al moto di simpatia con cui in molte nazioni era stata seguita la vicenda del movimento unitario italiano si erano contrapposti atteggiamenti di diffidenza per la rapidità e la spregiudicatezza con cui era sorto il Regno d'Italia.
Dal punto di vista dei grandi Stati europei le annessioni territoriali compiute dal Piemonte sabaudo erano una violazione delle clausole previste dal trattato di Zurigo del 1859 e sopratutto erano avvenute ignorando il diritto pubblico europeo del tempo basato sul "concerto europeo" delle potenze ( Francia, Gran Bretagna, Prussia, Austria, Russia), unico organismo deputato a modificare lo status quo sulla base di quanto emerso dai congressi di Vienna e Acquisgrana. Inoltre le operazioni sabaude erano state portate avanti sulla base del principio di autodeterminazione in lesione del legittimismo dinastico,altro pilastro del sistema di Vienna. In poche parole l'unificazione italiana si configurava come un vero e proprio atto eversivo e rivoluzionario, condotto seguendo quei principi che più mettevano a rischio l'equilibrio instaurato dalla potenze che dunque avevano ragione di preoccuparsi che anche il seguito della politica italiana potesse danneggiare la stabilità dell'ordine continentale improntato alla conservazione.
Ecco dunque il senso delle parole con cui il Cavour annunciava alle cancellerie mondiali la nascita del nuovo stato: assicurare che l'Italia sorgeva nel rispetto della legittimità del diritto europeo e smetteva definitamente i panni della nazione rivoluzionaria. Però se da una parte il presidente del Consiglio prendeva le distanze dai metodi utilizzati nel percorso unitario, per contro non rinnegava affatto i principi che li avevano ispirati: se non avesse difeso il principio di nazionalità avrebbe minato le fondamenta di un'unificazione ancora precaria e automaticamente dato un segnale di rinuncia dei diritti italiani su Roma e Venezia.
L'Inghilterra fu il primo Stato a riconoscere il Regno d'Italia ( 30 marzo) confermando così la propria benevolenza da tempo manifestata verso il processo unitario. Seguirono gli Stati Uniti ( 13 aprile) , quindi l'Impero ottomano, i paesi scandinavi, l'Argentina e il Messico. L'Inghilterra era favorevole al nuovo Stato in previsione del ruolo che esso avrebbe potuto giocare nel contenere le ambizioni francesi nel Mediterraneo, un mare che con il taglio dell'istmo di Suez in corso ( sarebbe stato completato nel 1869) acquisiva notevole importanza anche per gli inglesi permettendo di accorciare i collegamenti per l'India e il sud-est asiatico. Lord Parlmeston scrivendo alla regina Vittoria sottolineva: "il Regno d'Italia non parteggerà con la Francia per pura parzialità verso di essa, e quanto sarà più forte tanto sarà più sarà capace di resistere alla coercizione della Francia".
La Francia che durante la guerra all'Austria era stata un'insostituibile alleata attenderà il 15 giugno 1861 per comunicare il suo riconoscimento. Quali erano le ragioni di una tale esitazione? In primo luogo l'evoluzione che la questione italiana aveva preso era assai differente dai progetti di Parigi, esplicitati dall'accordo di Plombieres: i desiderata di Napoleone III riguardavano un Regno dell'alta Italia di circa dieci milioni di abitanti nell'ambito di una federazione di Stati sotto la guida del Papa: un progetto che avrebbe lasciato impregiudicata l'influenza francese; cosa ben diversa era trovarsi di fronte a una penisola unita sotto la dinastia sabauda a formare un regno di 26 milioni di abitanti che per di più non nascondeva le sue aspirazioni sul Mediterraneo. Inoltre l'imperatore francese doveva far fronte all'irritazione degli ambienti clericali d'oltralpe per la perdita di territori subita dallo Stato pontificio. Napoleone cercò inutilmente di trovare una soluzione che salvaguardasse il potere temporale del Papa con proposte azzardate come quella di concedere a Pio IX il controllo della Sardegna, cosa che oltretutto avrebbe fornito alla Francia una base di appoggio nel mezzo del Mediterraneo. Questa proposta fu respinta dal Cavour: per alcune settimane la tensione tra i due Paesi si accrebbe in maniera palpabile e la Francia arrivò a ritirare il suo ambasciatore. Ma pur nella consapevolezza dell'errore commesso nell'agevolare l'unificazione italiana, lo sdegno di Napoleone non poteva arrivare sino al punto da rinnegare così repentinamente l'aiuto prestato e pochi giorni dopo la scomparsa di Cavour anche da Parigi giunse il riconoscimento.
Per Russia e Prussia invece si dovrà attendere fino al luglio 1862: entrambe erano ancorate ai principi della Santa Alleanza e guardavano con preoccupazione all'affermazione dei valori di autodeterminazione e nazionalità connessi all'unificazione italiana. Inoltre l'indignazione per l'invasione dei territori pontifici aveva provocato il ritiro degli ambasciatori di Russia e Spagna: quest'ultima riconoscerà l'Italia solo nel 1865, mentre le chiusure legittimiste russe verranno presto sacrificate all'esigenza di consolidare i buoni rapporti con la Francia.
Apertamente ostili al processo unitario rimanevano Austria e Stato pontificio. L'impero asburgico aveva perso con la Lombardia una delle proprie province più ricche e aveva ragione di guardare con timore alle rivendicazioni italiane verso Venezia: il riconoscimento verrà rifiutato fino al 1866 quando sarà concesso come parte integrante del trattato con l'Italia, conseguente alla sconfitta nella guerra con i prussiani. Il Papato aveva perso due terzi del proprio territorio ed era consapevole che lo Stato pontificio rimaneva precariamente in piedi solo grazie alla presenza delle truppe francesi a Roma, momentaneamente sufficienti ad arginare le velleità sabaude e garibaldine.

fonti:
F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Laterza 1990
D. Mack Smith, il risorgimento. Storia e testi, Laterza 1987
G. Mammarella- P. Cacace, La politica estera dell'Italia, Laterza, 2010
L. Saiu, La politica estera italiana dall'Unità a oggi, Laterza, 1999
domenica 11 settembre 2011

Architettura di Selinunte. L'acropoli

acropoli selinunte
L'antica Selinunte si estendeva sulle colline dell'Acropoli e di Manuzza tra due corsi d'acqua siciliani: il Gorgo Cottone ad est e il Modione ( l'antico Selinon) a ovest. Alle foci dei fiumi si trovavano due porti. Attorno al 560 a.C. venne costruita una zona templare la cui richezza aveva pochi eguali in tutto il mondo greco e che rese la città tra i centri più rilevanti dell'isola. Si è calcolato che per la sola costruzione del tempio E vennero spese risorse pari a 25 miliardi di euro attuali. Al giorno d'oggi purtroppo di quella magnificenza restano per lo più delle rovine.

selinunte strada verso l'acropoli
La città monumentale sorgeva sull'acropoli, dalla caratteristica forma a chitarra su una collina che scendeva a picco sul mare; ancora oggi è ben visibile l'impianto urbano del VI secolo con la strada principale che tagliava al centro la città e le trasversali che seguivano la direttrice est ovest.



il tempio C di selinunteAll'interno dell'acropoli cinta da poderose mura, ricostruite più volte il tempio C, è il più antico tra quelli identificabili: la sua edificazione è datata attorno al 560 a.C. Si tratta di un edificio dorico con un colonnato perimetrale ( periptero) con sei colonne sui lati brevi e diciassette su quelli lunghi. Al suo interno altre quattro colonne introducevano al pronao. Di particolare interesse le metope raffiguranti una quadriga con Apollo e Artemide, Perseo che uccide la Gorgone,Ercole che cattura i Cercopi e, posta al centro del timpano, una testa di Gorgone policroma.

L'attiguo tempio tempio D segue uno schema planimetrico simile a quello C. Se ne differenzia per le ridotte dimensioni in virtù dell'eliminazione della seconda fila di colonne in antis.

tempio d selinunte

Nel tempio D è stata ritrovata un'iscrizione che fa supporre che fosse dedicato al culto di Atena. Dell'attiguo tempio O, anch'esso in stile dorico, rimane ben poco: databile tra il 490 e il 460 a.C. si tratta di un periptero con sei colonne sul lato breve e quattordici colonne sul lato lungo. La sua struttura è simile a quella del tempio A costruito più a sud attorno alla metà del V secolo a.C. e di cui purtroppo non restano che rovine.

fonti:
Moses Finley, gli antichi greci, Einaudi 1968
Moses Finley, Storia della Sicilia Antica, Laterza 1985
Giorgio Giulini, L'architettura, in Sikanie,: storia e civilta della Sicilia greca IVAG, MIlano 1986
Giancarlo Buzzi, Antonio Giuliano, Magna Grecia e Sicilia Mondadori , 2000
lunedì 5 settembre 2011

Dopo l'anno Mille la città ritorna protagonista

L' anno Mille rappresenta non solo uno spartiacque simbolico del passaggio tra Alto e Basso Medioevo. Dopo questa data avviene un fatto di eccezionale importanza: torna a manifestarsi lo sviluppo delle città. Si inverte l'equilibrio di forze tra ambiente urbano e rurale che nei secoli precedenti aveva visto quest'ultimo prevalere. Lo sviluppo demografico favorisce la crescita economica accompagnata da innovazioni in campo agricolo, manifatturiero, finanziario e scientifico. Gli scambi riprendono frequenza con Amalfi, Pisa, Genova e Venezia che sviluppano legami commerciali con il mediterraneo orientale. Si creano nuovi insediamenti umani che intaccano i tradizionali poteri esercitati dalla nobiltà feudale sulle popolazioni locali.
Le città si ingrandiscono e pur continuando a riconoscere l'autorità imperiale, vanno alla ricerca di una loro autonomia economica e politica: in Italia prendono il nome di comuni, in Europa assumono varie altre denominazioni ( ad es. ville in Francia, borghi nei Paesi Bassi).
Si diffondono nuove mentalità e lo schema tripartito della società medievale ( oratores, bellatores, laboratores- preti, guerrieri, contadini) si apre alle nuove istanze di secolarizzazione e alle esigenze prodotte dall'urbanesimo. I laboratores che prima dell'anno Mille si identificano sopratutto con i contadini, divengono sempre più anche artigiani. I nuovi ceti produttivi tendono ad associarsi per difendere la propria attività: nascono le gilde, le arti e le corporazioni con propri codici di comportamento ( statuti).
Si costituiscono aggreegazioni di liberi cittadini per il governo autonomo delle città. Nei comuni l'organizzazione politica e giurisdizionale prevedeva un assemblea popolare ( che assunse varie denominazioni: concione, parlamento, arengo); il consiglio maggiore e il consiglio minore con funzioni di rappresentanza dei ceti e con compiti di affiancare nell'attività esecutiva i consoli, poi sostituiti da un podestà il cui potere venne moderato e controllato da un Capitano del Popolo, espressione appunto della parte popolare della città. All'inizio le cariche più importanti erano appannaggio delle famiglie più potenti ma poi si aprirono anche ai rappresentanti delle corporazioni artigiane. La forza dei diversi Comuni nei confronti dell'autorità tradizionali variava in funzione della capacità di rendersi autonomo sul piano politico e amministrativo tramite l'amministrazione della giustizia l'imposizione di tasse: evidentemente riacquistare un ruolo economico e politico significava per le città entrare in politico con chi deteneva il potere ( imperatori, re, signori feudali). In Italia il processo di formazione della autonomie cittadine incominciò con i comuni nel X secolo e condusse al conflitto con l'imperatore Federico Barbarossa e dopo la vittoria di Legnano (1176) e la pace di Costanza ( 1183) al diritto di emanare proprie leggi. In Germani le più forti città libere crearono la lega Anseatica, una sorta di federazione all'interno dell'impero. In Francia invece le città si allearono con la monarchia nella lotta per svincolarsi dal potere del Papato e dell'Impero.
domenica 4 settembre 2011

Per Ricasoli la resistenza dei borbonici era solo brigantaggio

Durante l'estate del 1861 nel meridione bande di insorti filoborbonici hanno contrastato, con l'appoggio frequente della popolazione locale, l'esercito sabaudo. Allo scopo di dissolvere gli interrogativi che in Europa molti si ponevano riguardo alle motivazioni di questa resistenza al neonato Stato italiano, il presidente del Consiglio Ricasoli diramò una nota diretta agli ambasciatori all'estero e pubblicata il 1 settembre anche sulla Gazzetta del Popolo di Torino in cui il governo dava la sua versione dell'accaduto. Secondo Ricasoli la rivolta non ha alcuna motivazione politica. Forte è la critica verso il disciolto esercito borbonico che pur essendo composto "da 180 mila uomini bene armati si dissolse al cospetto di un pugno di eroi ( I Mille n.d.r.)" e ora "si da al brigantaggio facendo della bandiera borbonica che prima non ha difeso emblema di assassinio e rapina". Infine Ricasoli denunciava la connivenza del governo pontificio , accusandolo di finanziare e distribuire armi e munizioni ai "briganti"