giovedì 16 giugno 2011

Enneade: la cosmogonia dell'antico Egitto. Atum, il dio sole, origine dell'universo


Nella religione di Stato dell'Antico Egitto il ruolo preminente venne assunto dal Dio-sole nelle sue diverse manifestazioni. Furono i sacerdoti di Eliopoli, (località situata dove oggi sorge un quartiere de il Cairo) a elaborare la prima dottrina e a diffonderne il culto. Secondo la cosmologia egizia in principio fu Nun, il Caos. Dalla sua informe massa liquida sorse una collinetta di sabbia vergine, da cui il dio solare Atum, raffigurato come un leone o come un leone dalla testa umana, creò se stesso e l'universo. Il primordiale raggio solare si pietrificò formando il Benben, la sacra pietra di forma conica venerata ad Eliopoli, sito dove secondo gli Egizi sarebbe avvenuta la creazione.
Atum già all’inizio dell’Antico Regno acquisì rilevanza di dio nazionale, ragion per cui viene raffigurato con la doppia corona in testa.
Masturbandosi Atum generò una coppia divina, Shu, il "fiato" di Atum, dio dell’atmosfera e della luce del sole, e Tefnut, dea dell'Umidità atmosferica il cui nome evoca lo sputo di saliva di Atum da cui essa sarebbe sorta. Shu e Tefnut si unirono a generare Nut, il Cielo, e Geb, la Terra che a loro volta avranno quattro figli: Seth, dalla testa di animale immaginario e Nefti, sua sorella e sposa; Iside e Osiride, protagonisti del mito più famoso dell'Antico Egitto destinato ad avere grandi fortune anche nel mondo greco. La dottrina dei sacerdoti di Eliopoli venne denominata Enneade in quanto basata su un gruppo di nove dei; simili cosmogonie vennero elaborate in altre città come Ermopoli e Memfi che però si fondavano su otto divinità (Ogdoade). A Ermopoli la genesi dell'universo veniva spiegata con l'unione di quattro coppie di dei ( con la parte maschile che assumeva la sembianza di serpente, quelle femminile la rana) ciascuna delle quali rappresentava un aspetto del Caos primordiale: Nun e Naunet, l’Umido, Kek e Keket, l’oscuro, Heh e Hehet, l’indefinibile, Amun e Amanuet, l’inconoscibile. A Menfi la divinità principale era Ptah, il dio creatore che dopo aver immaginato tutte le creature diede loro la vita con la sua parola.
martedì 7 giugno 2011

Istantanea dell'Alto Medioevo occidentale: il paesaggio umano e naturale

Se si volesse utilizzare un immagine per fotografare l'Occidente alto-medievale si potrebbe utilizzare quella di un paesaggio a macchia di leopardo con un precario equilibrio tra ambiente naturale e presenza dell'uomo. Dominano i boschi, le foreste, le paludi, le distese di terre incolte e desertiche in cui si inseriscono frammenti di insediamenti umani: i nuovi villaggi, le villae, i monasteri e i castelli si alternano a ciò che resta delle antiche città romane, malinconico retaggio di un passato troppo lontano per essere rivissuto e troppo recente per essere cancellato dalla memoria. In un contesto per lo più rurale , i luoghi abitati formano delle realtà a se stanti che ottengono dal paesaggio circostante il necessario a una sovente misera sopravvivenza.
Tuttavia permane una notevole differenza tra il nord dell'Europa in cui il clima rigido rende il paesaggio più ostile e selvaggio, e il meridione del continente, più romanizzato e più clemente sotto il profilo meteorologico.
Attorno ai villaggi si collocano le aree coltivate con tecniche agricole primitive e estensive: in pianura prevalgono i cereali e i legumi, in collina la vite e l'ulivo. L'occasionalità dei contatti a lunga distanza rende superflua la rete viaria congegnata dai romani che quindi è destinata a cadere in rovina e ciò contribuisce a rendere i collegamenti rari e insicuri.
giovedì 5 maggio 2011

L'assedio di Gaeta ( 1860-61) e il massacro di Cialdini

Tra il novembre 1860 e il febbraio 1861 si svolge a Gaeta l'ultimo atto della resistenza borbonica all'avanzata delle truppe sabaude nel sud d'Italia. Mentre i garibaldini proseguivano con la spedizione dei Mille, il 6 settembre 1860, su consiglio del ministro della polizia e dell'interno Liborio Romano,il re delle due Sicilie Francesco II abbandona Napoli per rifugiarsi nella fortezza di Gaeta. Non viene opposta la benché minima resistenza all'avanzata sabauda: mantenere il controllo della capitale era divenuto impossibile e in questo modo si sarebbe evitato un'inutile spargimento di sangue. Dopo le sconfitte del Volturno ( 1 ottobre) e del Garigliano ( 29 ottobre), i resti delle truppe borboniche si concertarono proprio a Gaeta per sostenere l'ultimo disperato tentativo di evitare la dissoluzione del regno.
L'avamposto sabaudo si insedia ai piedi della fortezza il 6 novembre. L'11 novembre l'esercito piemontese guidato dal generale Enrico Cialdini forte di 18000 uomini, 66 cannoni a canna rigata e 180 cannoni a lunga gittata fa cominciare le ostilità militari ; il 13 novembre prende avvio l'assedio vero e proprio. Cialdini nel momento di porre l'assedio alla fortezza impose a tutti i Gaetani che abitavano fuori dal forte lo sgombero dalla città entro dieci ore, passate le quali chi si fosse spostato , sarebbe dovuto essere arrestato e trattato come agente del nemico. Di conseguenza coloro che non obbedirono all'ultimatum si trovarono nullatenenti, mentre chi rimase nelle proprie case divenne bersaglio dei cannoni. A partire da dicembre Cialdini ordinò di bombardare anche obiettivi civili, come chiese, ospedali e casi civili allo scopo di piegare il morale dei resistenti. Dopo 102 giorni di assedio, il 15 febbraio 1861, Francesco II annuncia la resa della fortezza di Gaeta, si imbarca su una nave francese e ripara in esilio a Roma, ospite di Pio IX. Il bilancio ufficiale delle vittime che viene diffuso parla di 867 borboni e 41 piemontesi ma tiene conto solo delle perdite tra i militari. Oggi sappiamo che il numero dei morti è stato ben maggiore tra la popolazione civile, decimata dalle bombe, da un epidemia di tifo e dalle privazioni dell'assedio: sono 5000 i deceduti accertati in totale, in una delle pagine più oscure del Risorgimento.
Gaeta non ha mai aderito formalmente al regno d'Italia. Cialdini convocò gli amministratori della città ma si presentarono solo cinque decurioni ( equivalenti ai consiglieri comunali) su venticinque. Per deliberare a norma di legge era necessaria la maggioranza dei due terzi. Allora Cavour chiese un elenco dei notabili e fece pubblicare sulla Gazzetta ufficiale l'atto di unione firmato sottoscritto da quelle persone: un falso in atto pubblico. Quei quattro mesi d'assedio azzerarono l'economia della cittadina: i soldati piemontesi distrussero durante l'occupazione distrussero le coltivazioni; contro i rigori dell'inverno si scaldarono bruciando la legna degli olivi secolari abbattuti; tutta l'attività navale mercantile venne messa in ginocchio. Gaeta da allora non si è più ripresa e il risarcimento chiesto dai Gaetani non è mai arrivato.

FONTI: Gigi Di Fiore, Gli ultimi giorni di Gaeta, Rizzoli, Milano, 2010.
Pino Aprile, Terroni, edizioni Piemme, Milano, 2010
mercoledì 6 aprile 2011

476: cade l'impero romano d'Occidente. Ma nessuno se ne accorge.

Nel 476, con la deposizione dell'imperatore Romolo Augustolo da parte del comandante erulo Odoacre viene convenzionalmente indicata la fine dell'impero Romano d'Occidente, la fine dell'antichità e l'inizio di una nuova era denominata appunto Medioevo. Ma i contemporanei non avvertirono minimamente l'epocale cesura di quell'evento. Già da tempo l'Impero d'Occidente era sprofondato in una decadenza irreversibile e gli ultimi imperatori non erano che dei fantocci in mano ai generali barbari veri detentori del potere di fatto. Odoacre inviando le insegne imperiali al Basileus di Bisanzio Zenone, sanciva formalmente ciò che oramai era sentire consolidato presso la popolazione: per l'autorità imperiale si guardava solo verso Oriente. Solo mezzo secolo più tardi, il primo ad accorgersi della rilevanza della detronizzazione dell'ultimo imperatore sarà il funzionario bizantino Marcellino Comes che nel suo Chronicon scrive : "l'impero romano venne a morte con questo Augustolo".
Prendendo spunto da questi elementi non pochi storici moderni hanno messo in discussione il valore periodizzante di questa data. Tra i maggiori fautori di questa testi critica Arnaldo Momigliano con suggestiva espressione ha definito la fine dell'impero romano d'Occidente " una caduta senza rumore". Nell'antichità molte civiltà ebbero un rapido crollo immediatamente riconosciute come tale. Per l'impero romano invece mentre già dal IV secolo d.c. autori cristiani come Sant'Ambrogio e San Girolamo insistevano sulla sua decadenza, la scomparsa nel 476 dell'ultimo imperatore di Ravenna non venne vissuta come un elemento traumatico. "Mancò il momento drammatico-la sconfitta militare, l'uccisione del sovrano, la distruzione fisica- che potesse destare echi simili a quelli che accompagnarono la caduta di Ninive, Persepoli, Babilonia, o anche di Sparta e Atene. Se ci fu un momento paragonabile alla caduta di Ninive fu il sacco di Roma del 410 che non per nulla ispirò Sant'Agostino. Tuttavia lo stesso sacco di Roma, visto retrospettivamente, non fu un momento decisivo e questo forse indusse a non drammatizzare". La caduta di Romolo Augustolo non riguardava che l'Italia. La mediocre figura del tredicenne imperatore deposto, che venne poi mandato a vivere in Campania con la madre dotandolo di una cospicua pensione indussero a non drammatizzare il fatto.
Anche lo storico tedesco Karl Ferdinand Werner nel saggio "nascita della nobiltà" giunge a simili conclusioni: Odoacre aveva riconosciuto la superiorità di Zenone chiedendo in cambio il riconoscimento del titolo Praefectus imperiale. L'Impero d'Occidente non aveva subito l'atroce fine sotto i colpi delle invasioni barbariche. L'impero che non era mai stato formalmente diviso, smise di avere due imperatori e tornò ufficialmente all'unità. Di fatto però l'influenza di Bisanzio su quei territori sarà minima: dopo il tentativo di Giustiniano di riportarla sotto il proprio controllo, l'Italia diverrà territorio di conquista di un popolo inizialmente poco malleabile alla cultura romana: i Longobardi.
martedì 29 marzo 2011

Contro le razzie dei Longobardi anche l'hospitalitas fu inutile

Cacciati dagli Avari, i Longobardi lasciarono la Pannonia per giungere, attraverso il Fiuli, in Italia nel 568 (o 569 secondo alcuni storici), sotto la guida de re Alboino. Subito presero il controllo delle principali città della pianura padana: Treviso, Vicenza, Verona, Milano e Pavia. la successiva penetrazione nella penisola venne invece porta avanti su iniziativa di singoli duchi, ( da cui sarebbero sorti i ducati di Spoleto e Benevento). La carica regia difatti era utilizzata come elemento unificante nelle condizioni critiche di guerra e migrazioni, per il resto i centri di potere facevano capo alle singole tribù spesso in lotta tra loro. Questa conflittualità interna è all'origine degli omicidi che avevano colpito Alboino (572) ed il suo successore Clefi (574) e del successivo vuoto del potere centrale durato per un decennio fino all'elezione di Autari nel 584.
I Longobardi erano una popolazione che a differenza di altri barbari avevano avuto pochi contatti con la cultura romana. Un'estraneità che in questo primo periodo si tradusse in saccheggi, chiese devastate , espropri, eliminazione della classe senatoria nella penisola reduce da venti anni di guerra tra goti e bizantini.
Per questo risultarono con loro problematici i tentativi di applicare il diritto di hospitalitas ( la concessione di un terzo delle terre o delle tasse ai nuovi dominatori) e ciò produsse un vero e proprio esproprio di terre che la popolazione non aveva finora mai dovuto subire. Questa netta separazione tra Longobardi e gente romani segnò un punto si frattura tale che alcuni storici fanno partire il Medioevo proprio in concomitanza con l'invasione longobarda.
mercoledì 23 marzo 2011

Paolo di Tarso: origine divina del potere politico

L'atteggiamento verso il potere politico di Paolo di Tarso è comprensibile analizzando la sua biografia . Mentre Gesù di Nazareth, svolge la sua attività di profeta itinerante esclusivamente nei villaggi all'interno dei confini della Palestina senza contatti diretti con l'autorità romana, Paolo è un cittadino romano, nato a Tarso in Cilicia un centro urbano in cui fioriva quella cultura ellenistica di cui egli stesso era imbevuto; viaggiatore instancabile, è un profondo conoscitore di quel mondo ellenizzato in cui svolge la sua predicazione. Inoltre Paolo era un fariseo e in quanto tale il suo pensiero è dominato dal problema della legge. Per questo Paolo assume la posizione di lealismo politico tipica del fariseismo.
Difatti nella lettera ai Romani (13,1-7) Paolo sostiene che qualsiasi autorità proviene da Dio ed è da lui ordinata. L'ordine politico comprende tre livelli: coloro che sono investiti dell'autorità da Dio, i sudditi che devono sottomettersi a quest'ordine; e coloro che invece si ribellano all'autorità. Ogni autorità in quanto proveniente da Dio è legittima ed è compito del credente rispettarla indipendentemente dalla sua natura, buona o cattiva. Ma quest'obbedienza non dev'essere incondizionata: vale anche per Paolo il principio enunciato negli Atti degli Apostoli (5, 29) "bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini"; in caso di conflitto etico deve prevalere la coscienza deve indirizzarsi verso Dio. Il punto più rilevante della dottrina paolina sta nell'origine divina del potere politico, che in quanto parte di un ordine voluto da Dio non può essere malvagio.
Lo sfondo del suo pensiero resta però apocalittico-escatologico. Nella lettera ai Flippesi (3,20) scrive : "la nostra cittadinanza ( politeuma) è però nei cieli dove attendiamo anche, come Salvatore ,il nostro Signore Gesù Cristo". Dunque per Paolo di Tarso lo stato terreno non è che transitorio per il cristiano, che deve tendere allo stato celeste: l'unica vera cittadinanza è quella connessa allo status di appartenente alla polis celeste ( vedi anche 1Cor. 6,1-11). Una concezione della comunità cristiana in rapporto al potere politico che avrà notevoli fortune e che troverà la sua definitiva formulazione nella città di Dio di Agostino.
mercoledì 23 febbraio 2011

Duccio di Buoninsegna


Nato a Siena nel 1255 ca. Duccio di Buoninsegna già in giovane età dovette rendersi indipendente come pittore giacché esistono documenti risalenti al 1278 che certificano pagamenti di varie opere andate perdute. Nel 1285 gli viene commissionata dalla compagnia dei Laudesi della Maestà, nella Chiesa di Santa Maria Novella a Firenze. Il dipinto noto come "Madonnna Rucellai" risente dell'influenza di Cimabue e si trova oggi nella Galleria degli Uffizi. Risalente allo stesso periodo è la Madonna dei Francescani, conservata nella Pinacoteca di Siena. Nel 1287-88 Duccio realizza la grande vetrata del duomo di Siena, raffigurante l'Assunzione e l'Incoronazione della Vergine a cui è dedicata la Cattedrale. Per la stessa chiesa viene commissionata all'artista la pala d'altare completata nel 1311. Il polittico, parzialmente compromesso nella conservazione , si conserva oggi nel locale Museo dell’Opera. L'affresco rinvenuto p nel Palazzo Pubblico di Siena, raffigurante forse la Sottomissione del Castello di Giuncarico al Comune di Siena avvenuta nel 1314 è probabilmente riferibile all'opera tarda dell'artista che muore nel 1318-19 circa.
sabato 29 gennaio 2011

Naqada: la preistoria dell'Antico Egitto

Tra il 1894 e il 1897 , a sud del tempio di Dendara gli archeologi inglesi Morgan e Flinders Petrie rinvennero un sito di di grande rilievo in un piccolo villaggio sul Nilo , Naqada, che darà il nome alla cultura preistorica egizia. Vennero riportati alla luce resti di attività umane comprese in un'intervallo di 500000 anni, con asce e utensili risalenti al Paleolitico inferiore
Durante il periodo denominato Naqada I (4000-3500 a.C.) è attestata la presenza di insediamenti vicino a Hierapoli ( Alto Egitto) con l'introduzione del mattone crudo e dei forni per la ceramica e la capacità di cuocere il pane e produrre la birra. Con la Naqada II (3500-3300 a.C.) la civiltà si estese verso nord fino a giungere al delta del Nilo.
Seguì una fase con clima più arido che costrinse i residenti a creare sistemi di irrigazione per l'agricoltura e vide l'introduzione della pala. E' in questa fase che si registra il proliferare di fenomeni artistici con ceramiche di svariate forme, riccamente decorate. Sono stati ritrovati anche sepolcri contenenti corpi mummificati naturalmente avvolti da bende di lino. I panni costituivano anche il corredo funerario a indicare la presenza già in quell'epoca di rituali similreligosi
domenica 26 dicembre 2010

L'Italia longobarda e bizantina. Città e campagna: la penisola divisa in due

Almeno nel primo periodo in cui i Longobardi cercarono di consolidare la loro presenza in Italia essi rimasero lontani dalle città, identificate come i luoghi privilegiati dalla popolazione degli sconfitti. Questa tendenza era favorita dall'organizzazione tribale dei Longobardi, che li aveva accompagnati nella loro ondata migratoria e che li caratterizzò anche nella fase dell'insediamento nei territori occupati. Difatti i clan familiari , denominati fare, guidati dal loro duca, si insediarono in preesistenti villaggi rurali o ne fondarono di nuovi (in cui spesso vi era la presenza del toponimo "Fara"). La separazione tra il mondo rurale controllato dagli invasori Longobardi, e quello cittadino in cui risiedevano le popolazione eredi del vecchio sistema romano impedì qualsiasi interazione tra i due gruppi.
Sul piano della geopolitica peninsulare le cose non andavano meglio. Tra i domini longobardi al Nord ( dal Friuli, al Piemonte per poi comprendere, Emilia, Toscana, Liguria e Corsica) e quelli meridionali del ducato di Benevento e di Spoleto si frapponevano i territori controllati dai bizantini insediati a Ravenna- sede del governatore o esarca - , sul litorale veneto e istriano e nelle cinque città della costa adriatica (Pentapoli): Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia ed Ancona. Un territorio collegato alla Roma dei Papi da un lungo corridoio che passava per Perugia. I Bizantini controllavano anche la Puglia , la Calabria e nel loro complesso rappresentavano per le popolazione indigene un forte punto di riferimento della civiltà romana.
giovedì 16 dicembre 2010

Le Vestali


Le origini delle sacerdotesse consacrate alla Dea romana Vesta è incerta: secondo alcuni esse preesistevano alla fondazione di Roma; per altri furono istituite da Numa Pompilio. Appartenevano al complesso dei pontifici (collegium pontificum), incaricati della gestione del culto pubblico. Non si sa nemmeno se all'inizio fossero in numero di due o di quattro; sicuramente furono sei durante l'epoca storica, e infine dieci. Erano selezionate per sorteggio dal pontefice massimo , che esercitava su di loro la patria potestà tra le fanciulle nobili dai sei ai dieci anni. Restavano al servizio di Vesta per trent'anni, dieci come novizie, dieci come addette al culto , e gli ultimi dieci anni come istruttrici delle novizie. Durante tutta la durata del sacerdozio dovevano rispettare varie prescrizioni rituali e dovevano rimanere vergini. In quest'ultimo caso chi trasgrediva veniva sepolta viva. Al termine del trentennio tornavano a vivere normalmente e si potevano anche sposare
Abitavano assieme in un edificio ( Atrium Vestae; la casa delle Vestali), nel Foro adiacente al tempio della Dea. Il loro compito principale era mantenere acceso il sacro fuoco di Vesta; nel caso lo spegnessero venivano fustigate a sangue dal pontefice massimo in persone. Le Vestali inoltre procedevano in maggio alla prima mietitura rituale del farro in un campo sacro e preparavano la mola salsa, una farina di farro mista a sale , usata per coprire il capo delle vittime sacrificali ( da cui il termine "immolare").
Le Vestali riproducevano ritualmente la funzione della matrone e per questo a Roma riscuotevano i massimi onori pubblici.
Il collegio e il culto di Vesta sopravvissero fino all'imperatore Teodosio.
giovedì 9 dicembre 2010

Santa Maria del Naranco


Posizionato a tre Km da Oviedo, fu edificato nel IX secolo come palazzo non sacro dal re delle Asturie Ramiro, e fu trasformato in Chiesa nell'XI secolo quando venne dedicato alla Madonna. Strutturato su due piani si distingue per la perfezione della struttura muraria e delle sculture decorative.
In ogni piano troviamo un ambiente centrale cui si affiancano due vani laterali, sopra i quali si colloca una volta a botte in tufo. Nelle logge dei lati brevi sono presenti archi con ritmo ternario con al di sopra trifore; la sala centrale è scandita da arcate cieche ; le pareti sono animate cromaticamente dalla decorazione a spirale dei fusti delle colonne; i capitelli corinzi presentano rilievi antropomorfi e zoomorfi con fasce cordonate che ne delimitano i campi.
sabato 27 novembre 2010

Brenno: nome proprio gallico o titolo di comando?


Vi sono due interpretazioni principali relativamente al significato che i Galli davano alla parola Brenno: secondo alcuni studiosi Brenno indicherebbe un nome proprio di persona, secondo altri era una parola che nella lingua celtica designava il re o il comandante militare della tribù.
Tra i personaggi denominati in questo modo spicca un condottiero dei Galli Senoni stanziati nel IV secolo a.C tra il Rubicone e il Metauro.
La tradizione narra che Brenno, istigato da Arunte di Chiusi, conquistò in sei anni tutte le terre tra Ravenna e il Piceno; lo stesso Arunte lo indusse a coingere d'assediò Chiusi, che a sua volta chiese aiuto a Roma. Il senato vi inviò tre Fabii in qualità di ambasciatori, i quali però soccorsero i chiusini nella difesa della città. Brenno irritato per questo comportamento si scontrò con i Romani vincendoli fiume Allia (390); quindi penetrò a Roma dove trovò solo 80 senatori posti sulle loro sedie d'avorio, che vennero uccisi. Dopo aver incendiato le case mosse contro il Campidoglio dove erano asserragliati i resistenti. Brenno scovò una via sconosciuta che lo condusse fin quasi alla rocca capitolina; ma il Campidoglio fu salvato dallo starnazzare delle oche e dal coraggio del console Marco Manlio che respinse i Galli e che in onore di questa impresa fu appunto soprannominato Capitolino. I Romani però furono costretti a venire a patti e a pagare mille libbre d'oro ai vincitori; ma l'oro probabilmente venne pesato con bilance truccate e ciò scatenò le proteste dei Romani: fu in questa occasione che in risposta Brenno avrebbe pronunciato il celebre detto Vae victis, «guai ai vinti». In quel frangente sopraggiunse Marco Furio Camillo, alla testa di un forte esercito che aveva sconfitto i Galli rimasti alle porte di Roma, e sconfisse Brenno , costringendolo a ritirarsi.
Un altro Brenno guidò un invasione di Galli (i galati degli scrittori greci) nella penisola balcanica e in Asia Minore. Stando al racconto di Pausania, si trattava di Galli stanziatisi sotto Sigoveso aveva in Germania e nella Pannonia: una loro prima spedizione venne guidata da Cambaule, cui seguì una seconda al comando di Belgio, una terza al comando di Brenno, e una quarta sotto il comando di Ceretrio. . L'inizio dell'invasione in Grecia andrebbe datata attorno all'anno 281-280 a. C. e i Galli l'avrebbero affrontata forti di un esercito di 150.000 uomini con 15.000 cavalli.
Brenno invase la Grecia centrale nel 279-78 a. C. dirigendosi verso il tempio di Apollo a Delfi per farvi ricco bottino ma venne sconfitto dall' esercito greco, aiutato da una fortissima bufera, suscitata secondo la leggenda dallo stesso Apollo. Nell'occasione Brenno si uccise e la maggior parte superstiti soccombettero nella ritirata.
mercoledì 24 novembre 2010

Cimabue ( Cenni di Pepo)



Cenni di Pepo , detto Cimabue,(Firenze 1240 circa. - Pisa, dopo il 1302) era pittore assai noto ai contemporanei tanto da essere citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia. Al giorno d'oggi invece delle sue opere e della sua stesa biografia si hanno pochissime notizie certe; la stessa cronologia della sua vita è oggetto di vivaci discussioni fra gli storici dell’arte.
Cimabue nasce nella prima metà del XIII secolo e si forma artisticamente nell'ambiente fiorentino. Il Crocifisso eseguito tra il 1265 e il 1270 per la chiesa di San Domenico ad Arezzo è la prima testimonianza della sua attività pittorica. Nel 1272 viene documentata la sua presenza a Roma, dove probabilmente eseguì dei lavori oggi andati perduti.
Pochi anni dopo rientra a Firenze per eseguire la Croce per la chiesa di Santa Croce a Firenze, oggi conservata nel vicino Museo dell’Opera.
Cimabue raggiunge una grande fama e fioccano le commissioni: si reca prima a Pisa, dove esegue per la chiesa di San Francesco una tavola della Maestà oggi conservata al Museo del Louvre a Parigi, e poi a Bologna con la Vergine in trono nella chiesa di Santa Maria dei Servi.
Il capolavoro di Cimabue sono gli affreschi eseguiti all'incirca nel 1280 ad Assisi nella basilica superiore di San Francesco. Allo stesso periodo risale la Maestà destinata alla Chiesa di Santa Trinita e oggi visitabile al Museo degli Uffizi.
L'ultime notizie documentate sull'attività di Cimabue sono del 1301-1301 a Pisa al realizzazione della figura a mosaico di San Giovanni per l'abside del Duomo.
martedì 9 novembre 2010

Veio

Veio fu un antica città etrusca situata sulle rive del Cremera. Sorgeva su un'alta rupe presso l'odierna Isola Farnese a 16 km a nord di Roma.
Sviluppatasi tra il secolo VI e il V a. C, fu una delle città più potenti della Dodececapoli. Il suo dominio si estendeva su un ampio territorio, abitato fin dall'età del bronzo ,comprendente il monte Vaticano e che giungeva fino al Tevere. A causa della prossimità geografica venne in urto con Roma. Nè conseguì un'accanita lotta che vide i Veienti sconfitti dopo 10 anni di assedio, dal dittatore Marco Furio Camillo (396 a. C.). La popolazione fu ridotta in schiavitù e venduta. Il territorio fu suddiviso in quattro tribù rustiche e acquisito dallo stato romano.

La città sin dal V secolo A.C risultava dotata di fortificazioni con numerose porte, senza traccia di una topografia interna regolare. L'edificio più riconoscibile è il santuario , detto di Portonaccio, , distrutto in età romana , e avente pianta rettangolare con fosse dei sacrifici, una grande piscina e pozzi rituali. Nel sito sono state ritrovare numerose statue in terracotta dipinta(tra cui l'Apollo detto appunto di Veio, Eracle in lotta con la cerva, Ermete e testa di Turms), ora conservate nel museo nazionale di Villa Giulia.
martedì 2 novembre 2010

I Galli di Brenno assediano Roma.Verità storica e leggende delle incursioni nel IV secolo A.c.

Negli stessi anni in cui i Romani conquistavano Veio, i Galli si inoltravano nell’Etruria conquistando Melpum (l’odierna Melzo). Nel 390 alcune migliaia di Galli guidati da Brenno ( ma è dubbio se si tratti di un nome proprio o del titolo con cui i Galli designavano il loro comandante) si presentarono davanti a Chiusi reclamando terre. I Chiusini chiesero aiuto ai Romani che mandarono un ambasceria, la quale però si lasciò coinvolgere nella controversia. I Galli forse per la difficoltà di concludere con successo l’assedio, e offesi per l’intervento romano imboccarono la valle del Tevere e si diressero verso l’Urbe. Qui incontrarono l’esercito giunto precipitosamente loro incontro e lo sbaragliarono al fiume Allia in una delle sconfitte rimaste maggiormente impresse nella memoria romana tanto che il 18 luglio, giorno in cui si svolse quella battaglia , venne segnato sul calendario come dies religiosus, ovverosia giorno in cui non si doveva tentare alcuna impresa a causa della sperimentata ostilità divina.
I romani sorpresi dall’irruenza gallica ritennero di non riuscire a riorganizzare in tempo un esercito per difendere la città e optarono per asserragliarsi nella rocca Capitolina. Inviarono donne e bambini nelle città vicine, sopratutto Caere, dove si rifugiarono anche le Vestali con gli arredi sacri della città. I Galli trovando la città deserta la saccheggiarono mettendola a ferro e fuoco; il successivo assalto alla rocca fallì anche grazie agli atti di coraggio di Marco Manlio, poi soprannominato Capitolino. L’assedio venne tolto solo una volta che i Galli ottennero il riscatto in oro che avevano chiesto.
I Romani produssero racconti leggendari in serie sull’avvenimento con lo scopo di attenuare le conseguenze del rovescio. Il racconto dei senatori, seduti sui loro scranni con indosso le loro toghe, che incutono il rispetto degli assalitori che operano il massacro quando uno di essi reagisce colpendo con un bastone il guerriero che gli ha toccato la barba non ha riscontri storici e testimonia più che altro il prestigio che riscuoteva il Senato nel momento in cui il racconto venne elaborato. Il famoso episodio delle oche che starnazzano per avvertire gli abitanti che i Galli stanno cercando di scalare la rocca da un punto meno presidiato va interpretato tenendo conto che le oche erano gli animali sacri a Giunone, dea che già durante l’assedio di Veio aveva manifestato il suo favore verso i Romani e che anche ora secondo la popolazione aveva concesso loro la sua protezione.
L’episodio di Brenno che getta la sua spada sul piatto della bilancia mentre vi pesa l’oro del riscatto e formula la frase “Vae victis” ( Guai ai vinti) deve ritenersi un pretesto per poi inserirvi l’episodio assolutamente inventato dell’intervento di Furio Camillo che interviene a guidare i concittadini alla cacciata degli invasori. Storicamente attendibile è invece l’episodio del trasferimento a Caere delle Vestali e degli arredi sacri da parte di un Lucio Albino, ulteriore conferma dell’importanza che si attribuiva all’aspetto religioso per la sopravvivenza di una città; se Roma poté riprendersi dal rovescio con i Galli lo si deve anche al fatto di aver potuto salvaguardare con gli arredi sacri le sue fondamenta religiose e ciò dava a tutti i romani maggiore fiducia nell’avvenire e slancio nell’azione. Ugualmente certo è il riscatto in oro ottenuto dai Galli, che a causa della loro indole nomade richiedevano oggetti preziosi trasportabili. E in ragione del lungo assedio, una volta ottenuto ciò che desideravano preferirono trasferirsi verso il Meridione alla ricerca di nuove terre da razziare. Qui sembra che dopo un primo scontro con gli Iapigi, avrebbero subito sulla via del ritorno un imboscata da parte dei Ceriti. Da nord non si registrarono in quel tempo altre incursioni anche perchè i Galli dovevano fronteggiare l’aggressività dei Veneti e di altre tribù della zona alpina.
La successiva invasione dei Galli si ebbe nel 360 A.C: dopo essersi impadroniti di Felsinia, da loro ribattezzata Bononia si diressero verso i colli Albani ma non tentarono l’assedio a Roma che nel frattempo aveva notevolmente rafforzate le sue mura. Altre bande di Galli si spinsero nel Lazio nel 345 e nel 331: con loro Roma venne a patti. Successivamente gruppi di galli si spinsero verso Sud dove operarono come soldati mercenari delle varie città della Magna Grecia.
lunedì 1 novembre 2010

INDICE: Gli Etruschi

Cere ( o Caere)
Veio
martedì 12 ottobre 2010

La chiesa di San Pedro della Nave: apogeo dell'arte visigota


Databile attorno al 680 d.c., la chiesa monastica di San Pedro della Nave si trova nei pressi di Zamora nel nord ovest della Spagna e rappresenta uno delle testimonianze più riuscite di arte visigota . Benchè di piccole dimensioni, è di estremo interesse nella sua strutturazione sia nei muri che nelle volte, sia per i capitelli di pietra finemente lavorati.
L'edifico, di pianta cruciforme, si suddivide in tre navate tramite pilastri che sostengono la copertura della volta a crociera , delimitata da quattro colonne che, sui modelli architettonici antichi,non fanno parte della struttura muraria ma vengono applicate al muro. Sopra di esse troviamo i capitelli scolpiti con una abaco molto alto. In due di questi spiccano le scene di Daniele nella fossa dei leoni e del Sacrificio di Isacco, in uno spazio delimitato da foglie che rivestono lo spigolo. Arretrando il piatto piano di fondo, lo scultore ha realizzato le figure in superficie con un intaglio leggero che non sacrifica la ricerca della rotondità dei volti.
sabato 2 ottobre 2010

Marco Furio Camillo, dux fatalis

Marco Furio Camillo (fine del V sec. a.C. - 365 a.C.) generale romano, esponente di un’importante famiglia patrizia, fu per ben sei volte tribuno militare con potestà consolare, per cinque volte dittatore e una volta censore, ottenendo in quattro occasioni le celebrazioni trionfali.
Si segnalò nel 396 A.C, quando da dittatore conquistò Veio già assediata da dieci anni incrementando notevolmente il dominio territoriale di Roma. Dopo aver concluso la pace con i Falisci, subì una condanna che lo costrinse all’esilio ad Ardea (391). E’ poco verosimile la tradizione secondo cui Camillo sarebbe ritornato in patria nel 390 in occasione dell’assedio dei Galli ,e dopo aver posto fine alle trattative di riscatto con la famosa frase “Non con l'oro ma con il ferro si salva la patria”, avrebbe sconfitto gli invasori . Grande personalità, fu soprannominato Secondo Fondatore di Roma.
In virtù delle sue imprese la leggenda lo qualificò come dux fatalis, un condottiero sostenuto dalla Fortuna benevola degli dei derivante dalla pietas manifestata in episodi come quello in cui si oppone alla decisione dei tribuni della plebe di non ricostruire la città dopo il saccheggio dei Galli. Camillo nell’occasione sostiene che quando i Romani hanno seguito le indicazioni divine gli eventi si sono rivelati favorevoli alla Città. Da qui il dovere di assecondare la buona disposizione divina riedificando l’Urbe, i cui lavori personalmente diresse.
Un’altra virtù di Camillo fu la lealtà: durante l’assedio della capitale dei Falici, Faleri, riconsegnò al nemico il maestro che con i tradimento aveva consegnato i figli dei cittadini più in vista della città “Anche la guerra come la pace ha le sue leggi: noi abbiamo appreso a conservarle con giustizia non inferiore alla forza”. Tuttavia la storiografia non manca di riportare alcune qualità negative, come le tendenza ad accentrare il potere e la gloria che gli attirarono le antipatie che sarebbero all’origine dell’esilio.
Infine va ricordata la conduzione nel 389 a.C., delle guerre contro gli Equi, gli Ernici e i Volsci; Incrementò gli effettivi dell’esercito, introdusse lo stipendio per i nullatenenti, e costruì solide fortificazioni attorno al Campidoglio
lunedì 26 luglio 2010

Il Gran Consiglio del fascismo, perno del progetto totalitario di Stato fascista

Il Gran Consiglio del fascismo fu l'organo attraverso cui il regime cercò di dare un'originale risposta alle aspirazioni totalitarie di Mussolini. Originariamente creato come organo supremo di deliberazione politica del Partito fascista, il Gran Consiglio venne elevato al rango di organo costituzionale con la legge 2693 del 9 dicembre 1928. In questo modo il Gran Consiglio diveniva l'elemento di raccordo tra Stato e partito fascista.
Il dettato della 2693/28 qualificava il Gran Consiglio come l'organo supremo, preposto a coordinare e integrare tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell'ottobre 1922, gli attribuiva funzioni deliberative e ne rendeva obbligatoria la consultazione su tutte le materie aventi caratteri costituzionale (la successione al trono, le attribuzioni e le prerogative della corona; composizione e funzionamento del gran consiglio, del senato del regno e della camera dei deputati; le attribuzioni e le prerogative del capo del governo, primo ministro segretario di stato; la facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche; l'ordinamento sindacale e corporativo; i rapporti tra lo stato e la santa sede; i trattati internazionali, che importino variazione al territorio dello stato e delle colonie, ovvero rinuncia all'acquisto di territori.)
Alcune materie su cui il Gran Consiglio esprimeva un parere, come quella sui più importanti trattati internazionali , erano tradizionalmente oggetto di conflitto tra re e il governo. Su altre invece veniva ammessa l'ingerenza nelle prerogative sinora esclusive della Corona: stabilire una competenza, sia pure consultiva, sulle attribuzioni della Corona e del capo del governo, nonché sulla composizione del Gran Consiglio, del Senato e della Camera equivaleva a conferire al Gran Consiglio il ruolo di interprete dello Statuto in conformità con la costituzione materiale fascista.
Inoltre, per assicurare la continuità del regime, il Gran Consiglio doveva compilare e tenere aggiornata una "lista di nomi da presentare alla Corona in caso di vacanza, per la nomina del capo del governo"
Il Gran Consiglio esercitò in modo assai penetrante per l'organizzazione delle istituzioni statali tali funzioni. Basti ricordare che una delle materie in cui esso aveva un ruolo consultivo ( la composizione e il funzionamento della Camera dei deputati) fu utilizzata per la soppressione della Camera elettiva: Con deliberazione del 14 marzo 1938 il Gran Consiglio proponeva la sostituzione della Camera dei Deputati con la Camera dei fasci e delle Corporazioni. Il nuovo organo legislativo del Regno d'Italia, formato non più da deputati eletti ma da membri nominati di diritto in virtù dei ruoli ricoperti nel PNF e nel sistema corporativo, venne poi istituito con legge l'anno seguente.
In virtù della mancanza di un organo alternativo che potesse deliberare la sfiducia al governo ( la Camera dei fasci ne seguiva pedissequamente l'indirizzo politico) fu proprio durante la seduta del Gran Consiglio del 24 luglio 1943 che venne presentato l'ordine del giorno Grandi a cui fece seguito la rimozione di Mussolini da capo dell'esecutivo e il suo arresto.
mercoledì 9 giugno 2010

Cani a cavallo: i cinocefali Longobardi

Secondo quanto narratoci da Paolo Diacono nella sua "Historia longobardorum", gli antichi guerrieri longobardi durante i loro assalti a cavallo, indossavano delle maschere rituali a forma di testa di cane: i cinocefali. In questa modo spargevano il terrore tra i loro nemici alimentando la leggenda di poter schierare tra le loro fila questi mostri cinocefali.