Nato a Siena nel 1255 ca. Duccio di Buoninsegna già in giovane età dovette rendersi indipendente come pittore giacché esistono documenti risalenti al 1278 che certificano pagamenti di varie opere andate perdute. Nel 1285 gli viene commissionata dalla compagnia dei Laudesi della Maestà, nella Chiesa di Santa Maria Novella a Firenze. Il dipinto noto come "Madonnna Rucellai" risente dell'influenza di Cimabue e si trova oggi nella Galleria degli Uffizi. Risalente allo stesso periodo è la Madonna dei Francescani, conservata nella Pinacoteca di Siena. Nel 1287-88 Duccio realizza la grande vetrata del duomo di Siena, raffigurante l'Assunzione e l'Incoronazione della Vergine a cui è dedicata la Cattedrale. Per la stessa chiesa viene commissionata all'artista la pala d'altare completata nel 1311. Il polittico, parzialmente compromesso nella conservazione , si conserva oggi nel locale Museo dell’Opera. L'affresco rinvenuto p nel Palazzo Pubblico di Siena, raffigurante forse la Sottomissione del Castello di Giuncarico al Comune di Siena avvenuta nel 1314 è probabilmente riferibile all'opera tarda dell'artista che muore nel 1318-19 circa.
mercoledì 23 febbraio 2011
Duccio di Buoninsegna
Nato a Siena nel 1255 ca. Duccio di Buoninsegna già in giovane età dovette rendersi indipendente come pittore giacché esistono documenti risalenti al 1278 che certificano pagamenti di varie opere andate perdute. Nel 1285 gli viene commissionata dalla compagnia dei Laudesi della Maestà, nella Chiesa di Santa Maria Novella a Firenze. Il dipinto noto come "Madonnna Rucellai" risente dell'influenza di Cimabue e si trova oggi nella Galleria degli Uffizi. Risalente allo stesso periodo è la Madonna dei Francescani, conservata nella Pinacoteca di Siena. Nel 1287-88 Duccio realizza la grande vetrata del duomo di Siena, raffigurante l'Assunzione e l'Incoronazione della Vergine a cui è dedicata la Cattedrale. Per la stessa chiesa viene commissionata all'artista la pala d'altare completata nel 1311. Il polittico, parzialmente compromesso nella conservazione , si conserva oggi nel locale Museo dell’Opera. L'affresco rinvenuto p nel Palazzo Pubblico di Siena, raffigurante forse la Sottomissione del Castello di Giuncarico al Comune di Siena avvenuta nel 1314 è probabilmente riferibile all'opera tarda dell'artista che muore nel 1318-19 circa.
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sabato 29 gennaio 2011
Naqada: la preistoria dell'Antico Egitto
Tra il 1894 e il 1897 , a sud del tempio di Dendara gli archeologi inglesi Morgan e Flinders Petrie rinvennero un sito di di grande rilievo in un piccolo villaggio sul Nilo , Naqada, che darà il nome alla cultura preistorica egizia. Vennero riportati alla luce resti di attività umane comprese in un'intervallo di 500000 anni, con asce e utensili risalenti al Paleolitico inferiore
Durante il periodo denominato Naqada I (4000-3500 a.C.) è attestata la presenza di insediamenti vicino a Hierapoli ( Alto Egitto) con l'introduzione del mattone crudo e dei forni per la ceramica e la capacità di cuocere il pane e produrre la birra. Con la Naqada II (3500-3300 a.C.) la civiltà si estese verso nord fino a giungere al delta del Nilo.
Seguì una fase con clima più arido che costrinse i residenti a creare sistemi di irrigazione per l'agricoltura e vide l'introduzione della pala. E' in questa fase che si registra il proliferare di fenomeni artistici con ceramiche di svariate forme, riccamente decorate. Sono stati ritrovati anche sepolcri contenenti corpi mummificati naturalmente avvolti da bende di lino. I panni costituivano anche il corredo funerario a indicare la presenza già in quell'epoca di rituali similreligosi
Durante il periodo denominato Naqada I (4000-3500 a.C.) è attestata la presenza di insediamenti vicino a Hierapoli ( Alto Egitto) con l'introduzione del mattone crudo e dei forni per la ceramica e la capacità di cuocere il pane e produrre la birra. Con la Naqada II (3500-3300 a.C.) la civiltà si estese verso nord fino a giungere al delta del Nilo.
Seguì una fase con clima più arido che costrinse i residenti a creare sistemi di irrigazione per l'agricoltura e vide l'introduzione della pala. E' in questa fase che si registra il proliferare di fenomeni artistici con ceramiche di svariate forme, riccamente decorate. Sono stati ritrovati anche sepolcri contenenti corpi mummificati naturalmente avvolti da bende di lino. I panni costituivano anche il corredo funerario a indicare la presenza già in quell'epoca di rituali similreligosi
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domenica 26 dicembre 2010
L'Italia longobarda e bizantina. Città e campagna: la penisola divisa in due
Almeno nel primo periodo in cui i Longobardi cercarono di consolidare la loro presenza in Italia essi rimasero lontani dalle città, identificate come i luoghi privilegiati dalla popolazione degli sconfitti. Questa tendenza era favorita dall'organizzazione tribale dei Longobardi, che li aveva accompagnati nella loro ondata migratoria e che li caratterizzò anche nella fase dell'insediamento nei territori occupati. Difatti i clan familiari , denominati fare, guidati dal loro duca, si insediarono in preesistenti villaggi rurali o ne fondarono di nuovi (in cui spesso vi era la presenza del toponimo "Fara"). La separazione tra il mondo rurale controllato dagli invasori Longobardi, e quello cittadino in cui risiedevano le popolazione eredi del vecchio sistema romano impedì qualsiasi interazione tra i due gruppi.
Sul piano della geopolitica peninsulare le cose non andavano meglio. Tra i domini longobardi al Nord ( dal Friuli, al Piemonte per poi comprendere, Emilia, Toscana, Liguria e Corsica) e quelli meridionali del ducato di Benevento e di Spoleto si frapponevano i territori controllati dai bizantini insediati a Ravenna- sede del governatore o esarca - , sul litorale veneto e istriano e nelle cinque città della costa adriatica (Pentapoli): Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia ed Ancona. Un territorio collegato alla Roma dei Papi da un lungo corridoio che passava per Perugia. I Bizantini controllavano anche la Puglia , la Calabria e nel loro complesso rappresentavano per le popolazione indigene un forte punto di riferimento della civiltà romana.
Sul piano della geopolitica peninsulare le cose non andavano meglio. Tra i domini longobardi al Nord ( dal Friuli, al Piemonte per poi comprendere, Emilia, Toscana, Liguria e Corsica) e quelli meridionali del ducato di Benevento e di Spoleto si frapponevano i territori controllati dai bizantini insediati a Ravenna- sede del governatore o esarca - , sul litorale veneto e istriano e nelle cinque città della costa adriatica (Pentapoli): Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia ed Ancona. Un territorio collegato alla Roma dei Papi da un lungo corridoio che passava per Perugia. I Bizantini controllavano anche la Puglia , la Calabria e nel loro complesso rappresentavano per le popolazione indigene un forte punto di riferimento della civiltà romana.
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giovedì 16 dicembre 2010
Le Vestali
Le origini delle sacerdotesse consacrate alla Dea romana Vesta è incerta: secondo alcuni esse preesistevano alla fondazione di Roma; per altri furono istituite da Numa Pompilio. Appartenevano al complesso dei pontifici (collegium pontificum), incaricati della gestione del culto pubblico. Non si sa nemmeno se all'inizio fossero in numero di due o di quattro; sicuramente furono sei durante l'epoca storica, e infine dieci. Erano selezionate per sorteggio dal pontefice massimo , che esercitava su di loro la patria potestà tra le fanciulle nobili dai sei ai dieci anni. Restavano al servizio di Vesta per trent'anni, dieci come novizie, dieci come addette al culto , e gli ultimi dieci anni come istruttrici delle novizie. Durante tutta la durata del sacerdozio dovevano rispettare varie prescrizioni rituali e dovevano rimanere vergini. In quest'ultimo caso chi trasgrediva veniva sepolta viva. Al termine del trentennio tornavano a vivere normalmente e si potevano anche sposare
Abitavano assieme in un edificio ( Atrium Vestae; la casa delle Vestali), nel Foro adiacente al tempio della Dea. Il loro compito principale era mantenere acceso il sacro fuoco di Vesta; nel caso lo spegnessero venivano fustigate a sangue dal pontefice massimo in persone. Le Vestali inoltre procedevano in maggio alla prima mietitura rituale del farro in un campo sacro e preparavano la mola salsa, una farina di farro mista a sale , usata per coprire il capo delle vittime sacrificali ( da cui il termine "immolare").
Le Vestali riproducevano ritualmente la funzione della matrone e per questo a Roma riscuotevano i massimi onori pubblici.
Il collegio e il culto di Vesta sopravvissero fino all'imperatore Teodosio.
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giovedì 9 dicembre 2010
Santa Maria del Naranco
Posizionato a tre Km da Oviedo, fu edificato nel IX secolo come palazzo non sacro dal re delle Asturie Ramiro, e fu trasformato in Chiesa nell'XI secolo quando venne dedicato alla Madonna. Strutturato su due piani si distingue per la perfezione della struttura muraria e delle sculture decorative.
In ogni piano troviamo un ambiente centrale cui si affiancano due vani laterali, sopra i quali si colloca una volta a botte in tufo. Nelle logge dei lati brevi sono presenti archi con ritmo ternario con al di sopra trifore; la sala centrale è scandita da arcate cieche ; le pareti sono animate cromaticamente dalla decorazione a spirale dei fusti delle colonne; i capitelli corinzi presentano rilievi antropomorfi e zoomorfi con fasce cordonate che ne delimitano i campi.
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sabato 27 novembre 2010
Brenno: nome proprio gallico o titolo di comando?
Vi sono due interpretazioni principali relativamente al significato che i Galli davano alla parola Brenno: secondo alcuni studiosi Brenno indicherebbe un nome proprio di persona, secondo altri era una parola che nella lingua celtica designava il re o il comandante militare della tribù.
Tra i personaggi denominati in questo modo spicca un condottiero dei Galli Senoni stanziati nel IV secolo a.C tra il Rubicone e il Metauro.
La tradizione narra che Brenno, istigato da Arunte di Chiusi, conquistò in sei anni tutte le terre tra Ravenna e il Piceno; lo stesso Arunte lo indusse a coingere d'assediò Chiusi, che a sua volta chiese aiuto a Roma. Il senato vi inviò tre Fabii in qualità di ambasciatori, i quali però soccorsero i chiusini nella difesa della città. Brenno irritato per questo comportamento si scontrò con i Romani vincendoli fiume Allia (390); quindi penetrò a Roma dove trovò solo 80 senatori posti sulle loro sedie d'avorio, che vennero uccisi. Dopo aver incendiato le case mosse contro il Campidoglio dove erano asserragliati i resistenti. Brenno scovò una via sconosciuta che lo condusse fin quasi alla rocca capitolina; ma il Campidoglio fu salvato dallo starnazzare delle oche e dal coraggio del console Marco Manlio che respinse i Galli e che in onore di questa impresa fu appunto soprannominato Capitolino. I Romani però furono costretti a venire a patti e a pagare mille libbre d'oro ai vincitori; ma l'oro probabilmente venne pesato con bilance truccate e ciò scatenò le proteste dei Romani: fu in questa occasione che in risposta Brenno avrebbe pronunciato il celebre detto Vae victis, «guai ai vinti». In quel frangente sopraggiunse Marco Furio Camillo, alla testa di un forte esercito che aveva sconfitto i Galli rimasti alle porte di Roma, e sconfisse Brenno , costringendolo a ritirarsi.
Un altro Brenno guidò un invasione di Galli (i galati degli scrittori greci) nella penisola balcanica e in Asia Minore. Stando al racconto di Pausania, si trattava di Galli stanziatisi sotto Sigoveso aveva in Germania e nella Pannonia: una loro prima spedizione venne guidata da Cambaule, cui seguì una seconda al comando di Belgio, una terza al comando di Brenno, e una quarta sotto il comando di Ceretrio. . L'inizio dell'invasione in Grecia andrebbe datata attorno all'anno 281-280 a. C. e i Galli l'avrebbero affrontata forti di un esercito di 150.000 uomini con 15.000 cavalli.
Brenno invase la Grecia centrale nel 279-78 a. C. dirigendosi verso il tempio di Apollo a Delfi per farvi ricco bottino ma venne sconfitto dall' esercito greco, aiutato da una fortissima bufera, suscitata secondo la leggenda dallo stesso Apollo. Nell'occasione Brenno si uccise e la maggior parte superstiti soccombettero nella ritirata.
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mercoledì 24 novembre 2010
Cimabue ( Cenni di Pepo)
Cenni di Pepo , detto Cimabue,(Firenze 1240 circa. - Pisa, dopo il 1302) era pittore assai noto ai contemporanei tanto da essere citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia. Al giorno d'oggi invece delle sue opere e della sua stesa biografia si hanno pochissime notizie certe; la stessa cronologia della sua vita è oggetto di vivaci discussioni fra gli storici dell’arte.
Cimabue nasce nella prima metà del XIII secolo e si forma artisticamente nell'ambiente fiorentino. Il Crocifisso eseguito tra il 1265 e il 1270 per la chiesa di San Domenico ad Arezzo è la prima testimonianza della sua attività pittorica. Nel 1272 viene documentata la sua presenza a Roma, dove probabilmente eseguì dei lavori oggi andati perduti.
Pochi anni dopo rientra a Firenze per eseguire la Croce per la chiesa di Santa Croce a Firenze, oggi conservata nel vicino Museo dell’Opera.
Cimabue raggiunge una grande fama e fioccano le commissioni: si reca prima a Pisa, dove esegue per la chiesa di San Francesco una tavola della Maestà oggi conservata al Museo del Louvre a Parigi, e poi a Bologna con la Vergine in trono nella chiesa di Santa Maria dei Servi.
Il capolavoro di Cimabue sono gli affreschi eseguiti all'incirca nel 1280 ad Assisi nella basilica superiore di San Francesco. Allo stesso periodo risale la Maestà destinata alla Chiesa di Santa Trinita e oggi visitabile al Museo degli Uffizi.
L'ultime notizie documentate sull'attività di Cimabue sono del 1301-1301 a Pisa al realizzazione della figura a mosaico di San Giovanni per l'abside del Duomo.
Cimabue nasce nella prima metà del XIII secolo e si forma artisticamente nell'ambiente fiorentino. Il Crocifisso eseguito tra il 1265 e il 1270 per la chiesa di San Domenico ad Arezzo è la prima testimonianza della sua attività pittorica. Nel 1272 viene documentata la sua presenza a Roma, dove probabilmente eseguì dei lavori oggi andati perduti.
Pochi anni dopo rientra a Firenze per eseguire la Croce per la chiesa di Santa Croce a Firenze, oggi conservata nel vicino Museo dell’Opera.
Cimabue raggiunge una grande fama e fioccano le commissioni: si reca prima a Pisa, dove esegue per la chiesa di San Francesco una tavola della Maestà oggi conservata al Museo del Louvre a Parigi, e poi a Bologna con la Vergine in trono nella chiesa di Santa Maria dei Servi.
Il capolavoro di Cimabue sono gli affreschi eseguiti all'incirca nel 1280 ad Assisi nella basilica superiore di San Francesco. Allo stesso periodo risale la Maestà destinata alla Chiesa di Santa Trinita e oggi visitabile al Museo degli Uffizi.
L'ultime notizie documentate sull'attività di Cimabue sono del 1301-1301 a Pisa al realizzazione della figura a mosaico di San Giovanni per l'abside del Duomo.
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martedì 9 novembre 2010
Veio
Veio fu un antica città etrusca situata sulle rive del Cremera. Sorgeva su un'alta rupe presso l'odierna Isola Farnese a 16 km a nord di Roma.
Sviluppatasi tra il secolo VI e il V a. C, fu una delle città più potenti della Dodececapoli. Il suo dominio si estendeva su un ampio territorio, abitato fin dall'età del bronzo ,comprendente il monte Vaticano e che giungeva fino al Tevere. A causa della prossimità geografica venne in urto con Roma. Nè conseguì un'accanita lotta che vide i Veienti sconfitti dopo 10 anni di assedio, dal dittatore Marco Furio Camillo (396 a. C.). La popolazione fu ridotta in schiavitù e venduta. Il territorio fu suddiviso in quattro tribù rustiche e acquisito dallo stato romano.
La città sin dal V secolo A.C risultava dotata di fortificazioni con numerose porte, senza traccia di una topografia interna regolare. L'edificio più riconoscibile è il santuario , detto di Portonaccio, , distrutto in età romana , e avente pianta rettangolare con fosse dei sacrifici, una grande piscina e pozzi rituali. Nel sito sono state ritrovare numerose statue in terracotta dipinta(tra cui l'Apollo detto appunto di Veio, Eracle in lotta con la cerva, Ermete e testa di Turms), ora conservate nel museo nazionale di Villa Giulia.
Sviluppatasi tra il secolo VI e il V a. C, fu una delle città più potenti della Dodececapoli. Il suo dominio si estendeva su un ampio territorio, abitato fin dall'età del bronzo ,comprendente il monte Vaticano e che giungeva fino al Tevere. A causa della prossimità geografica venne in urto con Roma. Nè conseguì un'accanita lotta che vide i Veienti sconfitti dopo 10 anni di assedio, dal dittatore Marco Furio Camillo (396 a. C.). La popolazione fu ridotta in schiavitù e venduta. Il territorio fu suddiviso in quattro tribù rustiche e acquisito dallo stato romano.
La città sin dal V secolo A.C risultava dotata di fortificazioni con numerose porte, senza traccia di una topografia interna regolare. L'edificio più riconoscibile è il santuario , detto di Portonaccio, , distrutto in età romana , e avente pianta rettangolare con fosse dei sacrifici, una grande piscina e pozzi rituali. Nel sito sono state ritrovare numerose statue in terracotta dipinta(tra cui l'Apollo detto appunto di Veio, Eracle in lotta con la cerva, Ermete e testa di Turms), ora conservate nel museo nazionale di Villa Giulia.
martedì 2 novembre 2010
I Galli di Brenno assediano Roma.Verità storica e leggende delle incursioni nel IV secolo A.c.
Negli stessi anni in cui i Romani conquistavano Veio, i Galli si inoltravano nell’Etruria conquistando Melpum (l’odierna Melzo). Nel 390 alcune migliaia di Galli guidati da Brenno ( ma è dubbio se si tratti di un nome proprio o del titolo con cui i Galli designavano il loro comandante) si presentarono davanti a Chiusi reclamando terre. I Chiusini chiesero aiuto ai Romani che mandarono un ambasceria, la quale però si lasciò coinvolgere nella controversia. I Galli forse per la difficoltà di concludere con successo l’assedio, e offesi per l’intervento romano imboccarono la valle del Tevere e si diressero verso l’Urbe. Qui incontrarono l’esercito giunto precipitosamente loro incontro e lo sbaragliarono al fiume Allia in una delle sconfitte rimaste maggiormente impresse nella memoria romana tanto che il 18 luglio, giorno in cui si svolse quella battaglia , venne segnato sul calendario come dies religiosus, ovverosia giorno in cui non si doveva tentare alcuna impresa a causa della sperimentata ostilità divina.
I romani sorpresi dall’irruenza gallica ritennero di non riuscire a riorganizzare in tempo un esercito per difendere la città e optarono per asserragliarsi nella rocca Capitolina. Inviarono donne e bambini nelle città vicine, sopratutto Caere, dove si rifugiarono anche le Vestali con gli arredi sacri della città. I Galli trovando la città deserta la saccheggiarono mettendola a ferro e fuoco; il successivo assalto alla rocca fallì anche grazie agli atti di coraggio di Marco Manlio, poi soprannominato Capitolino. L’assedio venne tolto solo una volta che i Galli ottennero il riscatto in oro che avevano chiesto.
I Romani produssero racconti leggendari in serie sull’avvenimento con lo scopo di attenuare le conseguenze del rovescio. Il racconto dei senatori, seduti sui loro scranni con indosso le loro toghe, che incutono il rispetto degli assalitori che operano il massacro quando uno di essi reagisce colpendo con un bastone il guerriero che gli ha toccato la barba non ha riscontri storici e testimonia più che altro il prestigio che riscuoteva il Senato nel momento in cui il racconto venne elaborato. Il famoso episodio delle oche che starnazzano per avvertire gli abitanti che i Galli stanno cercando di scalare la rocca da un punto meno presidiato va interpretato tenendo conto che le oche erano gli animali sacri a Giunone, dea che già durante l’assedio di Veio aveva manifestato il suo favore verso i Romani e che anche ora secondo la popolazione aveva concesso loro la sua protezione.
L’episodio di Brenno che getta la sua spada sul piatto della bilancia mentre vi pesa l’oro del riscatto e formula la frase “Vae victis” ( Guai ai vinti) deve ritenersi un pretesto per poi inserirvi l’episodio assolutamente inventato dell’intervento di Furio Camillo che interviene a guidare i concittadini alla cacciata degli invasori. Storicamente attendibile è invece l’episodio del trasferimento a Caere delle Vestali e degli arredi sacri da parte di un Lucio Albino, ulteriore conferma dell’importanza che si attribuiva all’aspetto religioso per la sopravvivenza di una città; se Roma poté riprendersi dal rovescio con i Galli lo si deve anche al fatto di aver potuto salvaguardare con gli arredi sacri le sue fondamenta religiose e ciò dava a tutti i romani maggiore fiducia nell’avvenire e slancio nell’azione. Ugualmente certo è il riscatto in oro ottenuto dai Galli, che a causa della loro indole nomade richiedevano oggetti preziosi trasportabili. E in ragione del lungo assedio, una volta ottenuto ciò che desideravano preferirono trasferirsi verso il Meridione alla ricerca di nuove terre da razziare. Qui sembra che dopo un primo scontro con gli Iapigi, avrebbero subito sulla via del ritorno un imboscata da parte dei Ceriti. Da nord non si registrarono in quel tempo altre incursioni anche perchè i Galli dovevano fronteggiare l’aggressività dei Veneti e di altre tribù della zona alpina.
La successiva invasione dei Galli si ebbe nel 360 A.C: dopo essersi impadroniti di Felsinia, da loro ribattezzata Bononia si diressero verso i colli Albani ma non tentarono l’assedio a Roma che nel frattempo aveva notevolmente rafforzate le sue mura. Altre bande di Galli si spinsero nel Lazio nel 345 e nel 331: con loro Roma venne a patti. Successivamente gruppi di galli si spinsero verso Sud dove operarono come soldati mercenari delle varie città della Magna Grecia.
I romani sorpresi dall’irruenza gallica ritennero di non riuscire a riorganizzare in tempo un esercito per difendere la città e optarono per asserragliarsi nella rocca Capitolina. Inviarono donne e bambini nelle città vicine, sopratutto Caere, dove si rifugiarono anche le Vestali con gli arredi sacri della città. I Galli trovando la città deserta la saccheggiarono mettendola a ferro e fuoco; il successivo assalto alla rocca fallì anche grazie agli atti di coraggio di Marco Manlio, poi soprannominato Capitolino. L’assedio venne tolto solo una volta che i Galli ottennero il riscatto in oro che avevano chiesto.
I Romani produssero racconti leggendari in serie sull’avvenimento con lo scopo di attenuare le conseguenze del rovescio. Il racconto dei senatori, seduti sui loro scranni con indosso le loro toghe, che incutono il rispetto degli assalitori che operano il massacro quando uno di essi reagisce colpendo con un bastone il guerriero che gli ha toccato la barba non ha riscontri storici e testimonia più che altro il prestigio che riscuoteva il Senato nel momento in cui il racconto venne elaborato. Il famoso episodio delle oche che starnazzano per avvertire gli abitanti che i Galli stanno cercando di scalare la rocca da un punto meno presidiato va interpretato tenendo conto che le oche erano gli animali sacri a Giunone, dea che già durante l’assedio di Veio aveva manifestato il suo favore verso i Romani e che anche ora secondo la popolazione aveva concesso loro la sua protezione.
L’episodio di Brenno che getta la sua spada sul piatto della bilancia mentre vi pesa l’oro del riscatto e formula la frase “Vae victis” ( Guai ai vinti) deve ritenersi un pretesto per poi inserirvi l’episodio assolutamente inventato dell’intervento di Furio Camillo che interviene a guidare i concittadini alla cacciata degli invasori. Storicamente attendibile è invece l’episodio del trasferimento a Caere delle Vestali e degli arredi sacri da parte di un Lucio Albino, ulteriore conferma dell’importanza che si attribuiva all’aspetto religioso per la sopravvivenza di una città; se Roma poté riprendersi dal rovescio con i Galli lo si deve anche al fatto di aver potuto salvaguardare con gli arredi sacri le sue fondamenta religiose e ciò dava a tutti i romani maggiore fiducia nell’avvenire e slancio nell’azione. Ugualmente certo è il riscatto in oro ottenuto dai Galli, che a causa della loro indole nomade richiedevano oggetti preziosi trasportabili. E in ragione del lungo assedio, una volta ottenuto ciò che desideravano preferirono trasferirsi verso il Meridione alla ricerca di nuove terre da razziare. Qui sembra che dopo un primo scontro con gli Iapigi, avrebbero subito sulla via del ritorno un imboscata da parte dei Ceriti. Da nord non si registrarono in quel tempo altre incursioni anche perchè i Galli dovevano fronteggiare l’aggressività dei Veneti e di altre tribù della zona alpina.
La successiva invasione dei Galli si ebbe nel 360 A.C: dopo essersi impadroniti di Felsinia, da loro ribattezzata Bononia si diressero verso i colli Albani ma non tentarono l’assedio a Roma che nel frattempo aveva notevolmente rafforzate le sue mura. Altre bande di Galli si spinsero nel Lazio nel 345 e nel 331: con loro Roma venne a patti. Successivamente gruppi di galli si spinsero verso Sud dove operarono come soldati mercenari delle varie città della Magna Grecia.
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lunedì 1 novembre 2010
martedì 12 ottobre 2010
La chiesa di San Pedro della Nave: apogeo dell'arte visigota
Databile attorno al 680 d.c., la chiesa monastica di San Pedro della Nave si trova nei pressi di Zamora nel nord ovest della Spagna e rappresenta uno delle testimonianze più riuscite di arte visigota . Benchè di piccole dimensioni, è di estremo interesse nella sua strutturazione sia nei muri che nelle volte, sia per i capitelli di pietra finemente lavorati.
L'edifico, di pianta cruciforme, si suddivide in tre navate tramite pilastri che sostengono la copertura della volta a crociera , delimitata da quattro colonne che, sui modelli architettonici antichi,non fanno parte della struttura muraria ma vengono applicate al muro. Sopra di esse troviamo i capitelli scolpiti con una abaco molto alto. In due di questi spiccano le scene di Daniele nella fossa dei leoni e del Sacrificio di Isacco, in uno spazio delimitato da foglie che rivestono lo spigolo. Arretrando il piatto piano di fondo, lo scultore ha realizzato le figure in superficie con un intaglio leggero che non sacrifica la ricerca della rotondità dei volti.
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sabato 2 ottobre 2010
Marco Furio Camillo, dux fatalis
Marco Furio Camillo (fine del V sec. a.C. - 365 a.C.) generale romano, esponente di un’importante famiglia patrizia, fu per ben sei volte tribuno militare con potestà consolare, per cinque volte dittatore e una volta censore, ottenendo in quattro occasioni le celebrazioni trionfali.
Si segnalò nel 396 A.C, quando da dittatore conquistò Veio già assediata da dieci anni incrementando notevolmente il dominio territoriale di Roma. Dopo aver concluso la pace con i Falisci, subì una condanna che lo costrinse all’esilio ad Ardea (391). E’ poco verosimile la tradizione secondo cui Camillo sarebbe ritornato in patria nel 390 in occasione dell’assedio dei Galli ,e dopo aver posto fine alle trattative di riscatto con la famosa frase “Non con l'oro ma con il ferro si salva la patria”, avrebbe sconfitto gli invasori . Grande personalità, fu soprannominato Secondo Fondatore di Roma.
In virtù delle sue imprese la leggenda lo qualificò come dux fatalis, un condottiero sostenuto dalla Fortuna benevola degli dei derivante dalla pietas manifestata in episodi come quello in cui si oppone alla decisione dei tribuni della plebe di non ricostruire la città dopo il saccheggio dei Galli. Camillo nell’occasione sostiene che quando i Romani hanno seguito le indicazioni divine gli eventi si sono rivelati favorevoli alla Città. Da qui il dovere di assecondare la buona disposizione divina riedificando l’Urbe, i cui lavori personalmente diresse.
Un’altra virtù di Camillo fu la lealtà: durante l’assedio della capitale dei Falici, Faleri, riconsegnò al nemico il maestro che con i tradimento aveva consegnato i figli dei cittadini più in vista della città “Anche la guerra come la pace ha le sue leggi: noi abbiamo appreso a conservarle con giustizia non inferiore alla forza”. Tuttavia la storiografia non manca di riportare alcune qualità negative, come le tendenza ad accentrare il potere e la gloria che gli attirarono le antipatie che sarebbero all’origine dell’esilio.
Infine va ricordata la conduzione nel 389 a.C., delle guerre contro gli Equi, gli Ernici e i Volsci; Incrementò gli effettivi dell’esercito, introdusse lo stipendio per i nullatenenti, e costruì solide fortificazioni attorno al Campidoglio
Si segnalò nel 396 A.C, quando da dittatore conquistò Veio già assediata da dieci anni incrementando notevolmente il dominio territoriale di Roma. Dopo aver concluso la pace con i Falisci, subì una condanna che lo costrinse all’esilio ad Ardea (391). E’ poco verosimile la tradizione secondo cui Camillo sarebbe ritornato in patria nel 390 in occasione dell’assedio dei Galli ,e dopo aver posto fine alle trattative di riscatto con la famosa frase “Non con l'oro ma con il ferro si salva la patria”, avrebbe sconfitto gli invasori . Grande personalità, fu soprannominato Secondo Fondatore di Roma.
In virtù delle sue imprese la leggenda lo qualificò come dux fatalis, un condottiero sostenuto dalla Fortuna benevola degli dei derivante dalla pietas manifestata in episodi come quello in cui si oppone alla decisione dei tribuni della plebe di non ricostruire la città dopo il saccheggio dei Galli. Camillo nell’occasione sostiene che quando i Romani hanno seguito le indicazioni divine gli eventi si sono rivelati favorevoli alla Città. Da qui il dovere di assecondare la buona disposizione divina riedificando l’Urbe, i cui lavori personalmente diresse.
Un’altra virtù di Camillo fu la lealtà: durante l’assedio della capitale dei Falici, Faleri, riconsegnò al nemico il maestro che con i tradimento aveva consegnato i figli dei cittadini più in vista della città “Anche la guerra come la pace ha le sue leggi: noi abbiamo appreso a conservarle con giustizia non inferiore alla forza”. Tuttavia la storiografia non manca di riportare alcune qualità negative, come le tendenza ad accentrare il potere e la gloria che gli attirarono le antipatie che sarebbero all’origine dell’esilio.
Infine va ricordata la conduzione nel 389 a.C., delle guerre contro gli Equi, gli Ernici e i Volsci; Incrementò gli effettivi dell’esercito, introdusse lo stipendio per i nullatenenti, e costruì solide fortificazioni attorno al Campidoglio
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lunedì 26 luglio 2010
Il Gran Consiglio del fascismo, perno del progetto totalitario di Stato fascista
Il Gran Consiglio del fascismo fu l'organo attraverso cui il regime cercò di dare un'originale risposta alle aspirazioni totalitarie di Mussolini. Originariamente creato come organo supremo di deliberazione politica del Partito fascista, il Gran Consiglio venne elevato al rango di organo costituzionale con la legge 2693 del 9 dicembre 1928. In questo modo il Gran Consiglio diveniva l'elemento di raccordo tra Stato e partito fascista.
Il dettato della 2693/28 qualificava il Gran Consiglio come l'organo supremo, preposto a coordinare e integrare tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell'ottobre 1922, gli attribuiva funzioni deliberative e ne rendeva obbligatoria la consultazione su tutte le materie aventi caratteri costituzionale (la successione al trono, le attribuzioni e le prerogative della corona; composizione e funzionamento del gran consiglio, del senato del regno e della camera dei deputati; le attribuzioni e le prerogative del capo del governo, primo ministro segretario di stato; la facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche; l'ordinamento sindacale e corporativo; i rapporti tra lo stato e la santa sede; i trattati internazionali, che importino variazione al territorio dello stato e delle colonie, ovvero rinuncia all'acquisto di territori.)
Alcune materie su cui il Gran Consiglio esprimeva un parere, come quella sui più importanti trattati internazionali , erano tradizionalmente oggetto di conflitto tra re e il governo. Su altre invece veniva ammessa l'ingerenza nelle prerogative sinora esclusive della Corona: stabilire una competenza, sia pure consultiva, sulle attribuzioni della Corona e del capo del governo, nonché sulla composizione del Gran Consiglio, del Senato e della Camera equivaleva a conferire al Gran Consiglio il ruolo di interprete dello Statuto in conformità con la costituzione materiale fascista.
Inoltre, per assicurare la continuità del regime, il Gran Consiglio doveva compilare e tenere aggiornata una "lista di nomi da presentare alla Corona in caso di vacanza, per la nomina del capo del governo"
Il Gran Consiglio esercitò in modo assai penetrante per l'organizzazione delle istituzioni statali tali funzioni. Basti ricordare che una delle materie in cui esso aveva un ruolo consultivo ( la composizione e il funzionamento della Camera dei deputati) fu utilizzata per la soppressione della Camera elettiva: Con deliberazione del 14 marzo 1938 il Gran Consiglio proponeva la sostituzione della Camera dei Deputati con la Camera dei fasci e delle Corporazioni. Il nuovo organo legislativo del Regno d'Italia, formato non più da deputati eletti ma da membri nominati di diritto in virtù dei ruoli ricoperti nel PNF e nel sistema corporativo, venne poi istituito con legge l'anno seguente.
In virtù della mancanza di un organo alternativo che potesse deliberare la sfiducia al governo ( la Camera dei fasci ne seguiva pedissequamente l'indirizzo politico) fu proprio durante la seduta del Gran Consiglio del 24 luglio 1943 che venne presentato l'ordine del giorno Grandi a cui fece seguito la rimozione di Mussolini da capo dell'esecutivo e il suo arresto.
Il dettato della 2693/28 qualificava il Gran Consiglio come l'organo supremo, preposto a coordinare e integrare tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell'ottobre 1922, gli attribuiva funzioni deliberative e ne rendeva obbligatoria la consultazione su tutte le materie aventi caratteri costituzionale (la successione al trono, le attribuzioni e le prerogative della corona; composizione e funzionamento del gran consiglio, del senato del regno e della camera dei deputati; le attribuzioni e le prerogative del capo del governo, primo ministro segretario di stato; la facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche; l'ordinamento sindacale e corporativo; i rapporti tra lo stato e la santa sede; i trattati internazionali, che importino variazione al territorio dello stato e delle colonie, ovvero rinuncia all'acquisto di territori.)
Alcune materie su cui il Gran Consiglio esprimeva un parere, come quella sui più importanti trattati internazionali , erano tradizionalmente oggetto di conflitto tra re e il governo. Su altre invece veniva ammessa l'ingerenza nelle prerogative sinora esclusive della Corona: stabilire una competenza, sia pure consultiva, sulle attribuzioni della Corona e del capo del governo, nonché sulla composizione del Gran Consiglio, del Senato e della Camera equivaleva a conferire al Gran Consiglio il ruolo di interprete dello Statuto in conformità con la costituzione materiale fascista.
Inoltre, per assicurare la continuità del regime, il Gran Consiglio doveva compilare e tenere aggiornata una "lista di nomi da presentare alla Corona in caso di vacanza, per la nomina del capo del governo"
Il Gran Consiglio esercitò in modo assai penetrante per l'organizzazione delle istituzioni statali tali funzioni. Basti ricordare che una delle materie in cui esso aveva un ruolo consultivo ( la composizione e il funzionamento della Camera dei deputati) fu utilizzata per la soppressione della Camera elettiva: Con deliberazione del 14 marzo 1938 il Gran Consiglio proponeva la sostituzione della Camera dei Deputati con la Camera dei fasci e delle Corporazioni. Il nuovo organo legislativo del Regno d'Italia, formato non più da deputati eletti ma da membri nominati di diritto in virtù dei ruoli ricoperti nel PNF e nel sistema corporativo, venne poi istituito con legge l'anno seguente.
In virtù della mancanza di un organo alternativo che potesse deliberare la sfiducia al governo ( la Camera dei fasci ne seguiva pedissequamente l'indirizzo politico) fu proprio durante la seduta del Gran Consiglio del 24 luglio 1943 che venne presentato l'ordine del giorno Grandi a cui fece seguito la rimozione di Mussolini da capo dell'esecutivo e il suo arresto.
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mercoledì 9 giugno 2010
Cani a cavallo: i cinocefali Longobardi
Secondo quanto narratoci da Paolo Diacono nella sua "Historia longobardorum", gli antichi guerrieri longobardi durante i loro assalti a cavallo, indossavano delle maschere rituali a forma di testa di cane: i cinocefali. In questa modo spargevano il terrore tra i loro nemici alimentando la leggenda di poter schierare tra le loro fila questi mostri cinocefali.
domenica 16 maggio 2010
La lamina di Agilulfo
La Lamina di Agilulfo è un opera prodotta da orafi longobardi del VII secolo attualmente conservata nel Museo nazionale del Bargello a Firenze.
La scena mostra il re Agilulfo che siede in trono come un imperatore romano in una scena di trionfo; ai lati troviamo le vittorie alate ed il suo seguito.
Il sovrano longobardo dalla lunga barba è in una posa rigida e frontale, mentre benedice con la mano destra e stringe la spada con la sinistra. Ad assisterlo due guerrieri, con indosso armature sul modello germanico con scudi borchiati; sul capo elmi conici con pennacchio .
Le vittorie aprono il corteo dei vinti che si prostrano supplici con le mani protese per rendono omaggio ad Agilulfo; dietro di loro si vedono due scudieri che portano le corone dei vinti, a riconoscimento dell'acquisita autorità del trionfatore.
L'opera pur caratterizzata da rozzezza nelle forme, evidenzia però un senso plastico e la ricerca di un modellato tondeggiante da parte degli artisti . Pregevole anche la descrizione dettagliata dei costumi dei personaggi raffigurati
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sabato 1 maggio 2010
Gli Equi
Gli Equi erano una popolazione italica che abitava fra il lago Fucino e Rieti, nelle valli dell'Aniene e dell'Imelle a contatto con Marsi Ernici e Sabini e, per un certo periodo, con i volsci.
Non possediamo iscrizioni che consentano uno studio della loro lingua è ciò rende difficile capire a quale stirpe italica appartenessero. Si è associata la forma latina del loro nome, Aequi, con alcuni nomi di località dell'Irpinia (Aecae, Aequum Tuticum ed Aeclanum) e da qui si è pensato una loro affinità con i Sanniti. Ma è anche possibile che la loro denominazione facesse riferimento ai rapporti di uguaglianza reciproca tra i loro vari gruppi. Con Aequicoli erano designati gli Equi insediati nella valle dell'Imelle.
Durante il V secolo A.C, gli Equi furono alleati dei Volsci in conflitti quasi continui con Roma ; tra questi vanno rammentati quello del 458 a. C. (sulla cui storicità molti studiosi hanno dubbi) e quella del 431 in cui i Romani conquistarono il monte l'Algido (sui colli Albani, dominante la valle del Sacco) spezzando così le relazioni con i Volsci.
Grazie alle necropoli possiamo farci un idea della loro complessa organizzazione sociale: a Corvaro di Borgorose (Rieti) è stato rinvenuto un grande tumulo sepolcrale di 50 m di diametro con circa 70 sepolture e risalenti al periodo trail VI-V sec. a. C. e l'età tardo repubblicana. Dai loro corredi appaiono chiari i contatti che gli Equi intrattenevano con i Sabini e le popolazioni dell'area picena
per ciò che concerne i rapporti con Roma essi risalirebbero al VI secolo e Tarquinio il Superbo avrebbe stipulato un trattato con gli Equi. Nella guerra del 458 ci sarebbe stato l'episodio di Cincinnato che, dopo aver liberato il console Minucio circondato dagli Equi nel suo campo, costrinse questi ultimi a passare sotto il giogo. Nel 443 gli Equi posero sotto assedio Ardea, ma furono vinti dal console M. Geganio. quindi si accamparono sull'Algido da cui partivano per le loro scorrerie nel Lazio spingendosi fino al territorio di Tuscolo e della stessa Roma; ma nel 431 guidati da Vettio Messio subirono una dura sconfitta sull'Algido da parte dittatore Aulo Postumio Tuberto . Nonostante quanto riportato dalla tradizione dei vincitori romani i continui scontri avvenuti sull'Algido sono indice di un'alternanza di successi e fanno capire quanto la situazione sia stata a lungo equilibrata e quanto gli Equi siano stati pericolosi per i romani per tutto il V secolo a.C. Nel 389 gli Equi si scontrarono nuovamente contro Roma ma vennero sconfitti da Furio Camillo presso Bola. L'anno seguente si fa riferimento a una nuova spedizione contro gli Equi che probabilmente è una reduplicazione della guerra precedente. Da quel momento gli Equi non verranno più menzionati nella tradizione romana fino al termine della seconda guerra sannitica, quando nel 304 vennero sconfitti e soggiogati definitivamente dal console P. Sempronio Sofo. Nel loro territorio vennero create due colonie militari a Carseoli e ad Alba Fucens: agli Equi fu concessa la civitas sine suffragio, e tra essi venne creata la tribù Aniensis. Anche gli Aequicoli (o Aequicolani) ottennero la civitas sine suffragio, vendendo raggrupati nella tribù Claudia
Non possediamo iscrizioni che consentano uno studio della loro lingua è ciò rende difficile capire a quale stirpe italica appartenessero. Si è associata la forma latina del loro nome, Aequi, con alcuni nomi di località dell'Irpinia (Aecae, Aequum Tuticum ed Aeclanum) e da qui si è pensato una loro affinità con i Sanniti. Ma è anche possibile che la loro denominazione facesse riferimento ai rapporti di uguaglianza reciproca tra i loro vari gruppi. Con Aequicoli erano designati gli Equi insediati nella valle dell'Imelle.
Durante il V secolo A.C, gli Equi furono alleati dei Volsci in conflitti quasi continui con Roma ; tra questi vanno rammentati quello del 458 a. C. (sulla cui storicità molti studiosi hanno dubbi) e quella del 431 in cui i Romani conquistarono il monte l'Algido (sui colli Albani, dominante la valle del Sacco) spezzando così le relazioni con i Volsci.
Grazie alle necropoli possiamo farci un idea della loro complessa organizzazione sociale: a Corvaro di Borgorose (Rieti) è stato rinvenuto un grande tumulo sepolcrale di 50 m di diametro con circa 70 sepolture e risalenti al periodo trail VI-V sec. a. C. e l'età tardo repubblicana. Dai loro corredi appaiono chiari i contatti che gli Equi intrattenevano con i Sabini e le popolazioni dell'area picena
per ciò che concerne i rapporti con Roma essi risalirebbero al VI secolo e Tarquinio il Superbo avrebbe stipulato un trattato con gli Equi. Nella guerra del 458 ci sarebbe stato l'episodio di Cincinnato che, dopo aver liberato il console Minucio circondato dagli Equi nel suo campo, costrinse questi ultimi a passare sotto il giogo. Nel 443 gli Equi posero sotto assedio Ardea, ma furono vinti dal console M. Geganio. quindi si accamparono sull'Algido da cui partivano per le loro scorrerie nel Lazio spingendosi fino al territorio di Tuscolo e della stessa Roma; ma nel 431 guidati da Vettio Messio subirono una dura sconfitta sull'Algido da parte dittatore Aulo Postumio Tuberto . Nonostante quanto riportato dalla tradizione dei vincitori romani i continui scontri avvenuti sull'Algido sono indice di un'alternanza di successi e fanno capire quanto la situazione sia stata a lungo equilibrata e quanto gli Equi siano stati pericolosi per i romani per tutto il V secolo a.C. Nel 389 gli Equi si scontrarono nuovamente contro Roma ma vennero sconfitti da Furio Camillo presso Bola. L'anno seguente si fa riferimento a una nuova spedizione contro gli Equi che probabilmente è una reduplicazione della guerra precedente. Da quel momento gli Equi non verranno più menzionati nella tradizione romana fino al termine della seconda guerra sannitica, quando nel 304 vennero sconfitti e soggiogati definitivamente dal console P. Sempronio Sofo. Nel loro territorio vennero create due colonie militari a Carseoli e ad Alba Fucens: agli Equi fu concessa la civitas sine suffragio, e tra essi venne creata la tribù Aniensis. Anche gli Aequicoli (o Aequicolani) ottennero la civitas sine suffragio, vendendo raggrupati nella tribù Claudia
venerdì 30 aprile 2010
La battaglia del monte Algido ( 431 a.C.) Aulo Postumio Tuberto
L'Algidus, il Monte Algido, bastione montuoso dei Colli Albani tra l'agro tuscolano e il Veliterno era una formidabile postazione usata dagli Euqui - Aeternii hostes- per minacciare le pianure circostanti. Qui Aulo Postumio Tuberto , eletto dittatore, ottenne una decisiva vittoria per i Romani contro una coalizione di Equi e Volsci. E' il 18 giugno del 431 a.C. La conquista dell'Algido consente a Roma di sventare la minaccia degli Equi.
Durante quella battaglia Postumio Tuberto farà giustiziare suo figlio per non aver obbedito agli ordini.
Durante quella battaglia Postumio Tuberto farà giustiziare suo figlio per non aver obbedito agli ordini.
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mercoledì 28 aprile 2010
Roma conquista Veio ( 396 a.C.).
La conquista di Veio ( 396 A.c) da parte di Furio Camillo, il dux fatalis nominato in quella circostanza dittatore dai romani, fu un avvenimento destinato ad avere conseguenze di grande portata per i periodi successivi. La altre città etrusche non intervenendo a favore della consorella avevano dato segno di debolezza nel loro legame federale. Segnali di un arretramento delle capacità espansionistiche etrusche si erano già avute con la conquista da partte dei sanniti di Capua (423) e Cuma (421)che aveva determinato la scomparsa della loro presenza in Campania. Anche a settentrione il potere degli etruschi si andava affievolendo a cause delle sempre più frequenti incursioni di tribù dei Galli che nel 390 penetrarono nel loro territorio giungendo fino a Roma. I romani invece con la conquista di Veio liberavano il fronte settentrionale da un’insidiosa minaccia e potevano così coltivare con più tranquillità la loro naturale propensione a espandersi verso sud
Veio, situata a una ventina di chilometri da Roma, sorgeva su uno sperone roccioso che gli forniva una difesa naturale dagli assalti. A ciò si aggiungevano le robuste mura che la proteggevano. Per questo motivo sorprende la sua capitolazione dopo appena un decennio di assedio, viste le scarse possibilità tecniche fornite all’arte militare del tempo. Qualcuno ha dubitato che la campagna di guerra contro Veio sia durata effettivamente dieci anni, vedendovi un collegamento leggendario con l’epopea troiana, ma il fatto che sia riportato sia da fonti romane che etrusche fa ritenere affidabile questo dato anche da un punto di vista storico.
Un episodio relativo alla caduta di Veio in apparenza leggendario potrebbe essersi anche effettivamente svolto. Veio sarebbe caduta quando un soldato romano avrebbe rubato le viscere di animali che i Veienti sacrificavano agli dei per ottenerne la protezione; per raggiungere l’obiettivo i Romani scavarono un cunicolo sotto le mura attraverso cui un soldato penetrò rubando le viscere scarificali; quando i Veienti si accorsero del furto si sentirono perduti. Tenendo conto dell’importanza che gli Etruschi attribuivano all’interpretazione delle viscere degli animali il fatto potrebbe essere anche autentico e dimostrerebbe che le guerre in antichità si risolvevano anche con questi stratagemmi, che a noi moderni possono apparire inverosimili, ma che appaiono credibili se ricollocati nella mentalità del tempo intrisa di riferimenti al magico. D’altronde i conquistatori consideravano gli dei di Veio aventi pari dignità rispetto ai propri e ponevano ogni cura nel garantire un adeguato culto nella propria comunità dove li trasferivano. Difatti Furio Camillo con una solenne invocazione ( evocatio) invitò la più importante divinità di Veio, Giunone Regina, a lasciarsi trasportare nella nuova località dove le sarebbero stati resi onori anche superiori a quanto gli venivano conferiti dai Veienti.
Abbiamo già detto come decisivo nelle sorti del conflitto sia stato il mancato aiuto portato a Veio dagli alleati della federazione sacrale etrusca, avente il suo centro a Volsinii, nel tempio di Veltha o Voltune ( in latino Voltumna), una divinità della vegetazione in onore del quale venivano svolti periodicamente giochi ginnici panetruschi. Va detto che una comune azione militare ci fu solo occasionalmente, mentre di regola le città etrusche anche in campo militare operavano ciascuna per conto proprio. Per l’occasione avvenne una riunione confederale nella quale si decise di abbandonare al suo destino Veio che d’altronde mantenendo il suo re lucumone costituiva un eccezione nel quadro delle città etrusche in cui già governavano le aristocrazie. A ciò si aggiunga la rivalità commerciale con alcune località, in primis Caere, che condivideva maggiori interessi con Roma, ed ecco spiegato l’isolamento in cui vennero a trovarsi i Veienti ad opera dei loro stessi alleati. Veio non fu completamente distrutta ma i suoi abitanti furono per la maggior parte passati a fil di spada o ridotti in schiavitù. Le fertili campagne circostanti vennero distribuite a coloni romani che vi crearono quattro nuove tribù in aggiunta alle 21 già esistenti ( di cui 20 risalenti a Servio Tullio). I Romani occuparono i territori dei piccoli centri che avevano dato una mano a Veio: Capena, Sutri e Nepet.. Nelle due ultime località vennero create due colonie latine per tacitare la preoccupazione degli alleati Latini di fronte al repentino espandersi di Roma che estendeva il suo controllo a nord dei monti Sabatini, a ridosso dei monti Cimini, in pieno territorio etrusco. Mentre i Romani trasformavano le loro guerre da esigenze di sopravvivenza a campagne di espansione e conquista, gli Etruschi per altro verso segnavano il passo.
Veio, situata a una ventina di chilometri da Roma, sorgeva su uno sperone roccioso che gli forniva una difesa naturale dagli assalti. A ciò si aggiungevano le robuste mura che la proteggevano. Per questo motivo sorprende la sua capitolazione dopo appena un decennio di assedio, viste le scarse possibilità tecniche fornite all’arte militare del tempo. Qualcuno ha dubitato che la campagna di guerra contro Veio sia durata effettivamente dieci anni, vedendovi un collegamento leggendario con l’epopea troiana, ma il fatto che sia riportato sia da fonti romane che etrusche fa ritenere affidabile questo dato anche da un punto di vista storico.
Un episodio relativo alla caduta di Veio in apparenza leggendario potrebbe essersi anche effettivamente svolto. Veio sarebbe caduta quando un soldato romano avrebbe rubato le viscere di animali che i Veienti sacrificavano agli dei per ottenerne la protezione; per raggiungere l’obiettivo i Romani scavarono un cunicolo sotto le mura attraverso cui un soldato penetrò rubando le viscere scarificali; quando i Veienti si accorsero del furto si sentirono perduti. Tenendo conto dell’importanza che gli Etruschi attribuivano all’interpretazione delle viscere degli animali il fatto potrebbe essere anche autentico e dimostrerebbe che le guerre in antichità si risolvevano anche con questi stratagemmi, che a noi moderni possono apparire inverosimili, ma che appaiono credibili se ricollocati nella mentalità del tempo intrisa di riferimenti al magico. D’altronde i conquistatori consideravano gli dei di Veio aventi pari dignità rispetto ai propri e ponevano ogni cura nel garantire un adeguato culto nella propria comunità dove li trasferivano. Difatti Furio Camillo con una solenne invocazione ( evocatio) invitò la più importante divinità di Veio, Giunone Regina, a lasciarsi trasportare nella nuova località dove le sarebbero stati resi onori anche superiori a quanto gli venivano conferiti dai Veienti.
Abbiamo già detto come decisivo nelle sorti del conflitto sia stato il mancato aiuto portato a Veio dagli alleati della federazione sacrale etrusca, avente il suo centro a Volsinii, nel tempio di Veltha o Voltune ( in latino Voltumna), una divinità della vegetazione in onore del quale venivano svolti periodicamente giochi ginnici panetruschi. Va detto che una comune azione militare ci fu solo occasionalmente, mentre di regola le città etrusche anche in campo militare operavano ciascuna per conto proprio. Per l’occasione avvenne una riunione confederale nella quale si decise di abbandonare al suo destino Veio che d’altronde mantenendo il suo re lucumone costituiva un eccezione nel quadro delle città etrusche in cui già governavano le aristocrazie. A ciò si aggiunga la rivalità commerciale con alcune località, in primis Caere, che condivideva maggiori interessi con Roma, ed ecco spiegato l’isolamento in cui vennero a trovarsi i Veienti ad opera dei loro stessi alleati. Veio non fu completamente distrutta ma i suoi abitanti furono per la maggior parte passati a fil di spada o ridotti in schiavitù. Le fertili campagne circostanti vennero distribuite a coloni romani che vi crearono quattro nuove tribù in aggiunta alle 21 già esistenti ( di cui 20 risalenti a Servio Tullio). I Romani occuparono i territori dei piccoli centri che avevano dato una mano a Veio: Capena, Sutri e Nepet.. Nelle due ultime località vennero create due colonie latine per tacitare la preoccupazione degli alleati Latini di fronte al repentino espandersi di Roma che estendeva il suo controllo a nord dei monti Sabatini, a ridosso dei monti Cimini, in pieno territorio etrusco. Mentre i Romani trasformavano le loro guerre da esigenze di sopravvivenza a campagne di espansione e conquista, gli Etruschi per altro verso segnavano il passo.
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lunedì 26 aprile 2010
Agilulfo
Agilulfo fu re dei Longobardi dal 591 fino alla morte nel 616 ( primo sovrano longobardo a morire di morte naturale) . Lontano parente del suo predecessore Autari, alla sua morte (590) ne sposò la vedova Teodolinda e nè continuò l'opera di consolidamento dello Stato. Per portare avanti tale obiettivo dovette lottare contro duchi ribelli ( in particolare contro Gaidulfo di Bergamo) e contro l'esarcato di Ravenna. A seguito della sostituzione dell'esarca riuscì a raggiungere con quest'ultimo una tregua nel 598, rinnovata di anno in anno a partire dal 603, anche perchè nel frattempo il suo regno era astato riconosciuto dall'imperatore di Oriente, Foca. Per eliminare la ribellione del duca del Friuli, Gisulfo II, si alleò con gli Avari e ne favorì la penetrazione in quella regione ( 610)
Di rilievo i suoi rapporti con il cattolicesimo: dopo aver posto assedio Roma, difesa da Papa Gregorio Magno, si ritirò in seguito a trattative e su consiglio della moglie ( anch'essa cattolica) concluse una pace con il Papa. Tuttavia non sembra che si sia mai convertito; ma acconsentì che il figlio Adaloardo venisse battezzato e tollerò la diffusione del cattolicesimo tra la popolazione longobarda.
sabato 24 aprile 2010
Cere ( o Caere)
Cere ( in latino Caere), fu una delle principali città etrusche; fondata attorno all'VIII secolo A.C si collocata sopra una collina a 45 km a nord di Roma e a circa 6 km dal Tirreno. I greci la chiamavano con il nome probabilmente fenicio, di Agylla. Ebbe un intenso sviluppo in virtù degli intensi scambi commerciali con la Grecia e l'Oriente tramite i porti di Alsio , Pirgi (presso Santa Severa) e Punico (Santa Marinella); Nonostante facesse parte della Dodecapoli etrusca, nel 353 stipulò un trattato con Roma in base al quale entrò nello Stato romano e ai suoi cittadini venne concessa la civitas sine suffragio ( cittadinanza senza diritti politici), e vennero iscritti in appositi registri denominati tabulae Caeritum. Nell'età imperiale Caere riacquisì una certa floridezza, grazie alla protezione di Augusto e di Traiano. A 7 Km dal vecchio insediamento di Caere si trova l'odierno abitato di Cerveteri
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